Zaia lanci un referendum consultivo per l’indipendenza del Veneto

di GIANLUCA MARCHI

Cosa sia successo nella seduta straordinaria del Consiglio regionale del Veneto di mercoledì i nostri lettori lo sanno benissimo, avendo potuto leggere la cronaca puntuale di Carlo Melina oltre ad altri editoriali e commenti. Di conseguenza mi astengo dal tornare sulle medesime questioni: mi limito a registrare che molti, anche e soprattutto fra i nostri lettori, avevano riposto notevoli speranze in questo passaggio consiliare e sono rimasti piuttosto delusi dal documento votato, frutto certo di una mediazione, che è sempre un processo al ribasso. Ma che, se vista con l’occhio di guarda al bicchiere mezzo pieno, potrebbe rivelarsi una opportunità straordinaria. Nella mozione votata la sostituzione della parola “indipendenza” con “autodeterminazione” (che in realtà puzza di bizantinismo italico) è stata letta da più parti come un deciso passo indietro, anche se personalmente non sarei così drastico visto che le due parole sono in un certo senso concatenate nel loro significato, quando non sinonimi. La preoccupazione dei più è che la mozione finisca per rivelarsi uno dei tanti documenti destinati a finire dimenticati in un cassetto.

Ha deluso, per non dire che ha fatto arrabbiare parecchio gli indipendentisti, la posizione assunta dal governatore Luca Zaia il quale, pur dichiarandosi favorevole al referendum per l’indipendenza, ha voluto rimarcare che lo stesso al momento non può celebrarsi perché mancano le regole. Da qui l’indicazione di convocare un tavolo di esperti per studiare come affrontare e semmai superare i problemi giuridici e legali posti da un tale referendum. Le critiche rivolte a Zaia e alla Lega sono quelle di aver assunto la posizione di chi dice “vorrei ma non posso”, trincerandosi dietro le regole mancanti per congelare nella sostanza un processo politico che inevitabilmente porterebbe il Carroccio a confliggere con i suoi alleati di Giunta. Lo scontro è dunque fra progetto politico (la ricerca dell’indipendenza da incardinare attraverso lo svolgimento di un referendum) e la gestione  del governo regionale (guida della Giunta veneta, retta da una coalizione), con la seconda che tende a prevalere sul primo, con la conseguenza di indirizzare le aspirazioni referendarie su un binario morto appellandosi alle leggi che non ci sono e che quindi renderebbero “illegittimo” qualsiasi referendum.

Vedete, la situazione  appena descritta si ripropone nella stessa maniera in Catalogna. Anche in Spagna, Costituzione e leggi alla mano, il referendum per l’indipendenza di una comunità autonoma (come la Catalogna appunto) è illegittimo, ma tale aspetto non ha affatto fermato né il moderato Artur Mas né tantomeno gli indipendentisti di sinistra (a cominciare da Esquerra Republicana) dall’inserire come punto cardine dei rispettivi programmi elettorali lo svolgimento del referendum. Mas e CiU, avendo poi il problema di governare la Generalitat, hanno pensato di risolvere il problema con le elezioni anticipate e chiedendo la maggioranza assoluta, in modo da non dover mediare con nessun altro partito. Gli elettori catalani non hanno accolto l’invito, forse sospettando che Mas avrebbe potuto deviare dal progetto indipendentista e ritornare sul precedente obiettivo del “pacto fiscal”. Ora CiU, se vuole governare ancora la Catalogna, deve scendere a patti con gli indipendentisti di sinistra e il patto numero uno dovrà essere la celebrazione in data certa del referendum per l’indipendenza, checché ne pensi Madrid.

Come ha scritto brillantemente Alessandro Mocellin sulle colonne del nostro giornale, non c’è bisogno di regole per celebrare un referendum indipendentista perché è il diritto internazionale che lo rende possibile: l’indipendenza non te la concede nessuno, te la devi conquistare con la volontà popolare. A questo punto, e qui viene la proposta di questo giornale, Luca Zaia, se non vuole deludere una grossa fetta della sua gente (lui stesso, in varie occasioni, ha avuto modo di prevedere che, in caso di consultazione, i veneti si esprimerebbero a maggioranza per l’indipendenza) e se vuole mettersi alla testa di un processo politico che, volenti o nolenti, sta ancora scritto nello statuto del partito a cui appartiene, ha una sola strada da seguire e ci permettiamo di suggerirgliela: porti in Consiglio regionale un progetto di legge per l’indizione di un referendum consultivo su l’indipendenza del Veneto (da realizzarsi possibilmente tra un anno, affinché si possa sondare la tanto decantata “volontà popolare) e faccia di tutto per farlo votare. A quel punto i cittadini veneti avrebbero chiaro davanti agli occhi quali sono le forze politiche e i consiglieri favorevoli o contrari alla consultazione, dopodiché ciascuno farà le proprie valutazioni in vista delle elezioni regionali del 2015. Se poi il problema, che Zaia ha già sollevato in passato, è quello dei costi di un’operazione del genere, con il rischio che la Corte dei Conti ne possa riversare il peso sui consiglieri favorevoli al “sì”, si stabilisca di chiedere a ciascun elettore il contributo di un euro (o quel che serve) e vedrà che nessuno si tirerà indietro pur di poter esprimere la propria volontà, in un senso o nell’altro che sia.

 

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