Tokyo Vice, un giallo col sapore della Yakuza

di PAOLO MATHLOUTI  

Che cosa ci fa un gaijin, uno straniero, per giunta americano, nella redazione dello “Yomiuri Shimbun”, il più letto e prestigioso quotidiano del Sol Levante? Indaga. Perché quella di giornalista di cronaca nera per Jake Adelstein è solo un’attività di copertura. In realtà, come investigatore del Dipartimento di Stato, il suo vero compito è quello d’infiltrarsi nella più potente organizzazione criminale asiatica, la famigerata Yakuza, per carpirne i segreti e, se possibile, fornire informazioni utili all’FBI per arrestare Goto Tadamasa, il boss dei boss, sorta di Vito Corleone con gli occhi a mandorla. Una caccia all’uomo serrata ed emozionante quella raccontata da Adelstein in “Tokyo Vice”, edito in Italia da Einaudi e mai pubblicato in Giappone per le resistenze degli editori, timorosi di ritorsioni. Un reportage dettagliato per mezzo del quale l’Autore, con uno stile scanzonato e dissacrate che a tratti ricorda il miglior Raymond Chandler, ci guida, una pagina dopo l’altra, in una vera e propria discesa agli Inferi, alla scoperta dell’anima nera dell’Impero dei Crisantemi.

Scopriamo così che il termine Yakuza, derivato da un antico gioco di carte in cui la combinazione 8 – 9 – 3 (in giapponese “ya” – “ku” – “za”) indicava il 20, il numero del Matto, è considerato offensivo dagli affiliati, che preferiscono riferirsi alla loro organizzazione chiamandola Gokudo, la “Via senza ritorno”, in riferimento alla scelta compiuta nell’era Tokugawa dai Ronin, i samurai senza padrone, mercenari che ponevano la propria spada al servizio del miglior offerente. Grande enfasi viene riservata agli aspetti rituali in quella che, a detta dei suoi membri,  è un’istituzione tradizionale, ultima interprete dell’anima antica del Giappone. L’affiliazione prevede la cerimonia dell’irezumi, che consiste nel ricoprirsi le parti del corpo non esposte alla vista di tatuaggi ispirati a motivi mitologici. Segno di sottomissione all’autorità del Kumicho, il capo famiglia, la pratica consiste nell’incidere la pelle con stiletti di ferro montati su cannucce di bambù che inoculano nelle ferite inchiostro nero, lo stesso usato per la pittura e la scrittura, e viene imposta agli adepti come prova di sopportazione del dolore…roba da far svenire anche i più spavaldi! Chi sbaglia subisce, a titolo di avvertimento, l’onta dello yobitzume, il taglio della prima falange del dito mignolo, che rende impossibile impugnare la katana.

Al di là del lato romantico, senza dubbio affascinante, la Yakuza è anche (e soprattutto) una holding del crimine, con interessi miliardari estesi a livello planetario che spaziano dalla prostituzione allo spaccio di stupefacenti, senza dimenticare le speculazioni edilizie e le frodi finanziarie, un’organizzazione verticistica sorretta da regole ferree che a buon diritto si è meritata l’appellativo, coniato proprio da Adelstein, di “Goldman Sachs con la pistola”…Un’inchiesta appassionante quella condotta dal detective americano, che si legge tutta d’un fiato, come un romanzo. Un vademecum utilissimo per comprendere gli inestricabili intrecci tra politica, giornalismo e malavita organizzata e scoprirli vicini, a volte vicinissimi, a quelli di casa nostra…

AUTORE: Jake Adelstein, TITOLO: Tokyo Vice, EDITORE: Einaudi, Torino, 2011; PAGINE: 466, PREZZO: € 19,50

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