VIVA LA GRANDE NAZIONE CATALANA E ANCHE QUELLA PADANA

di SERGIO SALVI
A proposito di Catalogna (perchè il nostro giornale scrive Catalunya mentre non scrive London e Paris o Alba per Scozia?), bisogna stare ben attenti alla trappola delle regioni che sono l’espediente degli stati per affermare il loro centralismo di base e non un loro contraltare cui affidare un destino diverso dei popoli, più vicino ai loro territori reali. Auspicare una “Europa delle regioni” significa infatti lasciare al loro ruolo comunque subalterno intere comunità di popoli che hanno diritto a un rango diverso, omologo a quello degli stati. Diventare cioè, stati (almeno fino a quando esisteranno gli stati). Ciò che in italiano si chiama “regione”, in Germania si chiama “Land”, in Spagna “comunità autonoma”, in Olanda “provincia”, in Polonia “voivodato”. Tanto basta a farci entrare nel problema dal punto di vista terminologico. Aggiungerò che ho recentemente avuto qualche problema alla “regione cardiaca”. Attenti alle parole che usiamo, dunque. Conscio dei trabocchetti del vocabolario, sostengo abitualmente che la Toscana è una “nazione” mentre l’Italia è soltanto una “regione” (dell’Europa meridionale o, a scelta, del Mediterraneo settentrionale: molti stati formano, ad esempio, ed è opinione comune, la “regione medio-orientale”, punto critico del panorama internazionale). Il Medio Oriente comprende molti stati e una sola regione e non è uno stato con tante regioni al suo interno. sono i trabocchetti del dizionario a giustificare questo paradosso.
Torniamo alla Catalogna: essa si è orgogliosamente definita, recentemente, nel suo nuovo statuto, “nazione” e non “regione”, anche se ha dovuto farlo nascondendo questa definizione tra le pieghe degli articoli causa la feroce opposizione di Madrid. Comunque l’ha fatto. Tra gli autonomisti-indipendentisti nostrani c’è invece una grande paura ideologica ad usare il termine “nazione”, al punto di ritenerlo superato, ottocentesco, sconveniente. E si usano al suo posto parole che sono, a ben vedere, addirittura settecentesche. Tra le quali l’abusatissimo “popolo” inteso in questa eccezione (ma Volk in tedesco e narad in russo sono sinonimi di nazione).
La Lega, pessimo esempio di amministrazione verbale del patrimonio politico, chiama, sia pure in sordina, “nazioni” le regioni istituite dalla repubblica italiana, che sono creazioni artificiali e maliziose. E chiama pertanto “nazionali” le sue segreterie “regionali”. Si è limitata, unico sforzo in proposito, a riconoscere, a parole, una Romagna distinta dall’Emilia e un Friuli separato da Trieste. Ma non riconosce, facciamo un esempio, la falsa piemontesità di Novara lombarda e di Novi Ligure (viva i Savoia!). La Lega, giocando con le parole e giocando sporco, non ha mai sostenuto l’esistenza di una “nazione padana” come un tutto culturale e linguistico, sia pure formata da “varianti”, ma distinta da quei complessi sistemi di varianti che si chiamano senza vergogna “nazione toscana”, “nazione centromeridionale”, “nazione sarda”, “nazione friulana”, “nazione francese”, “nazione slovena”, addirittura “nazione catalana”. In questo momento, la Lega si vergogna anche del termine “Padania”, la sua più felice intuizione, che pure compare inequivocabilmente sul suo statuto, e rilancia in sua vece il termine “Nord” operando una certa confusione: in ambito internazionale, e non provinciale, sono infatti Nord l’Artide, la Groenlandia e la Lapponia. E non la Lombardia. Maroni si gode il fresco all’ombra dei campanili del Varesotto, felice che sorgano a nord di quelli di Afragola e non sa nulla di quelli di Reykjavik o anche soltanto di Zurigo. Se dicesse, per essere preciso, “Nord dell’Italia” svelerebbe infatti il suo gioco: la Padania subalterna ad una presunta identità italiana. così gli ha insegnato la scuola di stato e non sa liberarsi d questa abitudine.
Torniamo alla Catalogna. Il politico avveduto deve sempre tenere distinta la Catalogna-regione dalla Catalogna-nazione. Nella distrettuazione imposta da Madrid esiste una “comunità autonoma” denominata Catalogna che ha una personalità giuridica propria, circoscritta da confini precisi entro i quali esercita i propri poteri riconosciuti dalla costituzione. e può esprimere i suoi intenti politici in termini politico-istituzionali. Si tratta del territorio tradizionale di ciò che fu detto Principato per distinguerlo dal regno di Aragona: un congiunto di contee legate al conte di Barcellona, che divenne nel 1137 re di Aragona fidanzandosi con l’erede di quel trono, la vezzosa Petronilla. E l’Aragona era un paese castiglianizzato dove non si parlava catalano. La Catalogna di allora era quel piccolo territorio, imperniato su Barcellona (la Catalunya Vella), dove, ad opera della conquista franca che ebbe ragione della precedente conquista musulmana, nacque una lingua neo-latina originale: il catalano. Soltanto nel 1149 venne conquistata, dal conte-re di Barcellona, la Catalunya Nova, l’altra metà del Principato quale si rileva oggi e costituisce la Catalogna-regione.
Ma l’espansione catalana continuò implacabile insieme all’impianto della lingua catalana: nel 1229 furono conquistate le Baleari, nel 1238 il regno musulmano di Valenza, che mantenne il proprio status formale anche se venne ripopolato da catalani puri e duri (esclusa la frangia sudorientale affidata agli aragonesi). Il conte di Barcellona (principe di Catalogna) era anche re di Aragona e di Valenza.
Purtroppo, nel 1275, il conte-re Giacomo il Conquistatore divise il suo regno tra i due figli: al primogenito Pietro diede la grande parte del Principato, l’Aragona e Valenza; al secondogenito Giacomo il nord del Principato (il Rossiglione) e le Baleari formando il nuovo regno di Maiorca, con capitale a Perpignano (questo regno per fortuna si estinse nel 1349).
Cominciò così, quando l’etnia catalana era già formata, la divisione giuridica e amministrativa delle terre catalane, la cui nefasta influenza si sconta oggi.
Trascuriamo l’espansione occitanica, e quella mediterranea, dei conti-re di Barcellona, che divennero conti di Provenza, re di Sardegna e Corsica, re di Sicilia e di Napoli, duchi di grandi territori in Grecia durante le crociate; senza però convertire tutti questi loro nuovi sudditi alla lingua catalana.
Rimaniamo nel nostro discorso, ancorati al territorio della nazione catalana che, a causa della annessione spagnola e al centralismo che ne seguì si è trovata divisa in tre entità separate: la Catalogna propriamente detta, le Baleari e Valenza. In più c’è il principato indipendente di Andorra. Ma non basta: la Catalogna propriamente detta, cioè il Principato, ha perduto, nel 1659, con la guerra dei Pirenei, la sua parte settentrionale passata alla Francia, e alla fine dell’Ottocento, la sua frangia occidentale passata alla regione di Aragona per volontà di Madrid. Per fortuna, la morte di Franco ha impedito nuove mutilazioni e accorpamenti già in programma, progettati dai tecnocrati di Madrid (omologhi della Fondazione Agnelli: ricordate la sua proposta di riforma?). Non ha però permesso la ricostituzione unitaria delle terre catalane. Le “regioni” (comunità autoctone) sono diventate (o rimaste) tre: Catalogna propriamente detta, Valenza e Baleari, ognuna dotata di una propria autorità di governo che si chiama Generalità. Soltanto la prima, che ha mantenuto (o riconquistato) il nome storico collettivo, passa così, agli occhi del mondo, come l’unica Catalogna esistente. Il suo vigoroso movimento per l’indipendenza ha però proseliti anche nelle altre regioni catalane, sia pure in misura assai più ridotta, per evidenti ragioni storico-amministrative: forte nelle Baleari, più sotterraneo ma sensibile a Valenza e nella Catalogna francese. Comunque, questa coscienza nazionale unitaria esiste, così come esiste un’unica lingua catalana, ufficiale nella Catalogna propriamente detta, a Valenza (dove assume prudentemente il nome di valenzano) e nelle Baleari. I diversi e molteplici dialetti catalani sono stati infatti unificati nel 1931-32 attraverso il cosiddetto Congresso delle Norme cui parteciparono intellettuali e istituzioni di tutte le regioni di lingua catalana e si svolse a Castelló, nel paese valenzano, decidendo il varo di una koiné oggi perfettamente operante.
La lotta politica dei catalani è dunque una lotta nazionale e non regionale e trascende i confini della Catalunya estricta. I padani dovrebbero uniformarsi a questo esempio e recuperare il tempo perduto nelle diatribe tra veneti e lombardi (omologhe a quelle tra barcellonesi e valenzani) ritrovando una unità profonda che si nasconde dietro troppe facciate. Per colpa di una ignoranza imperdonabile, di una mitografia irresponsabile, di un particolarismo ingiustificabile (economicamente, culturalmente e politicamente), di un realismo stolto. La lingua padana esiste, resta il nocciolo duro della nazionalità che se non ha ancora tenuto il suo Congresso delle Norme. È perlata meno del catalano ma assai più dell’ebraico alla vigilia della creazione dello Stato di Israele. Viva la nazione padana! E viva, ovviamente, la grande nazione catalana.

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