Tutte le ragioni per cui i lombardi preferiscono essere pecore

di GIACOMO CONSALEZ

Con le righe che seguono, vorrei rispondere all’ottimo articolo comparso su l’Indipendeza di ieri, a firma di Andrea Paganella. Vorrei darvi qui la mia modesta e personale prospettiva circa le ragioni per le quali la Lombardia (con le altre regioni padano-alpine) è l’unico territorio ad alta densità industriale e a tecnologia avanzata, invaso dalle truppe di occupazione di una satrapia terzomondista stracciona, e oggetto consenziente di rapina ed estorsione sistematica da parte di essa. E neppue la miseria a cui questa sottomissione ci sta portando è sufficiente a spingerci alla rivolta.

Sono un genetista. Conosco i meccanismi che regolano l’evoluzione delle specie. Le attitudini dei popoli vengono plasmate nei secoli da pressioni esercitate dall’ambiente. La nostra schiavitù inizia ben prima del XV secolo. Molto prima di allora la pianura padana era Italia annonaria, istituita dalla riforma di Costantino il Grande (324), cioè procacciatrice di cibo per i lussi sfrenati del basso impero romano, che muoveva i primi passi dai tempi di Diocleziano. Non so quale fu il “primum movens” della nostra acquiescenza verso i dominatori, forse l’individualismo, forse la mancanza di una tradizione scritta, ma credo di poter dire che una inveterata accettazione del sopruso seleziona alcuni “caratteri ereditari” che alla lunga conferiscono maggiore adattabilità all’ambiente nel corso di molte generazioni, soppiantando nel genoma di gran parte della popolazione altri caratteri più rischiosi e meno favorevoli per l’individuo nel suo tentativo di adattarsi ad un ambiente ostile e percepito come immodificabile.

Tra questi:
1- la “codardia”, il “servilismo”, che serve a stare bassi e non esporsi agli strali dei dominatori, di fronte ai quali ci si sente soli, privi del sostegno della propria comunità sparpagliata in mille fazioni contrapposte;
2- l'”individualismo”, che porta a coltivare interessi personali, seppur sacri, a discapito di interessi comunitari, mentre è solo la compattezza e il desiderio di giustizia di una comunità coesa, cementata da fratellanza e lealtà, a poter contrastare gli abusi di un potere calato da fuori e dall’alto;
3- l'”opportunismo”, che aiuta a cogliere le occasioni offerte dalla prosternazione verso i potenti, in barba a qualunque senso di giustizia, equità, merito. Nel “familismo” e nel “nepotismo”, il lombardo non ha nulla da invidiare al meridionale;
4- l'”ipocrisia”, che serve a mascherare la propria vile acquiescenza, spacciandola per entusiastico sostegno e devozione convinta verso i potenti;
5- Il “sospetto” verso i princìpi generali e verso chi se ne fa portatore. L’indifferenza sprezzante nei confronti degli intellettuali, e la devozione nei confronti dei capipopolo cialtroni, bifolchi e arroganti, non importa quanto questi siano pericolosi e forieri di immani disgrazie (si vedano in tal senso gli ometti di Predappio e di Arcore);
6- la tendenza a “sbarcare il lunario quotidiano” e la inerente avversione verso qualsiasi forma di “pensiero astratto”, incluso quello rivolto a modificare a proprio vantaggio i rapporti tra il potere dei cittadini e quello dei governanti; inclusa qualunque considerazione dell’impatto che il proprio operare avrà sull’ambiente circostante e sulla qualità di vita delle future generazioni (vedasi la distesa di cemento solcata da fiumi di schiuma tossica che si riversano nel “sacro Po”);
7- la “cupidigia”, che consente allo schiavo di addivenire al rango di “meteco”, ma non di uomo libero, e di scalare gradini di riconoscibilità sociale in un contesto in cui lo sfoggio della ricchezza materiale è la sola forma di riscatto e visibilità possibile;
8- la “tracotanza” di colui il quale, emerso con l’intrigo e la sottomissione, disprezza chi non è stato capace di fare altrettanto ed ha continuato a vivere solo del proprio onesto lavoro;
9- la “fedeltà di scuderia” che spinge a schierarsi ideologicamente o partiticamente per farsi forti del sostegno del gruppo precostituito, dell’obbligazione politica Migliana, anziché discutere spassionatamente, lucidamente e “contrattualmente” dei singoli problemi e delle singole questioni emergenti. Fedeli al capo, al partito, a dispetto dei santi. A dispetto dei tradimenti, delle cialtronerie, delle menzogne, delle malversazioni e delle porcherie più sonanti. E con dovizia di giustificazioni morali.

Questi sono i tratti che io leggo nei miei corregionari lombardi, e che vivo sulla mia pelle da che sono nato e cresciuto qui da genitori autoctoni. La domanda che personalmente mi pongo è quanta “plasticità” vi sia sul piano evoluzionistico per correggere queste bassezze e queste debolezze. In che misura i cittadini lombardi, cimentandosi con sé stessi e con lo spettro di un avvenire di secoli bui, possano volersi riscattare dalla propria atavica, millenaria condizione, trovando coraggio e volontà di reagire.

Per me, indipendentista, uno sprone forte in questa direzione viene dal fatto che dal giorno infausto in cui abbiamo steso tappeti rossi alle armate piemontesi, abbiamo delegato in bianco il nostro destino a modelli sociali nettamente peggiori dei nostri, cosa che non era necessariamente vera ai tempi della dominazione asburgica. Mentre la nostra acquiescenza verso i tiranni è impareggiabile in negativo, la nostra capacità di gestire la cosa pubblica con sensatezza e attenzione ai bisogni della gente è di gran lunga superiore a quella di altre realtà peninsulari, benché la spregevole classe dirigente lombarda degli ultimi 30 anni non ne stia certo dando prova.

Su questo occorre far leva per costruire un sogno di libertà. Le pecore non fanno la rivolta fiscale. I popoli che si riscattano sì, e fanno anche molto di più per perseguire la felicità e il benessere proprio e dei propri figli. È triste dirlo, ma la strada è lunga e la meta la raggiungeranno forse i nostri nipoti, certamente non noi. Ma qualunque scorciatoia porta agli elmi cornuti e ai figli d’arte albanesi.

Occorre pazienza, impegno e fede nei nostri ovini preferiti. Oppure facciamo le valigie, perché potrebbe anche non valerne la pena. Dopo tutto la Lombardia di oggi, con la gente che la popola, è solo un lembo di terra che ci evita di tenere i piedi a mollo nell’Adriatico. Ci sono altri lembi di terra dove cercare un po’ di serenità, pur con tutti i rimpianti.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

ASL, ecco i tempi di pagamento delle fatture regione per regione

Articolo successivo

Ostellino: Stati Uniti d'Europa non dirigisti ma confederali