L’INDIPENDENZA? UN PERCORSO DA CERCARE INSIEME

di GIANLUCA MARCHI

Ricevo questa lettera:

Egr. Direttore,
in un’Italia così sfasciata, con un Nord che non ce la fa più a tirarsi dietro l’immobilismo negativo del Sud, propugnare l’indipendenza ha un facile effetto di richiamo nei confronti dei suoi lettori. Ma Lei sa bene che questo risultato bisogna conquistarlo, non solo ventilarlo o prometterlo e, quindi, Le chiedo per quale via
ritiene che si possa giungere alla méta? O tramite il diritto o con le armi. Quest’ultimo modo lo vedo davvero poco idoneo. Non credo che potreste disporre più di qualche fucile da caccia e non vi ci vedo correre sparando nelle campagne lombardo-venete. Scartiamo quindi questa assurdità infantile e ragioniamo sul diritto. Lei sa che per l’ art. 5 della Costituzione la Repubblica è una e indivisibile, ma, grazie al cielo,
per il successivo articolo 139  solo e unicamente ‘la forma repubblicana’ non può essere oggetto di revisione costituzionale e che conseguentemente potrebbero esserlo anche quella territoriale. Come modificare, quindi l’art. 5? Evidentemente con un referendum costituzionale a base nazionale o per via parlamentare: due strade impraticabili perchè lei sa che in parlamento vi sono molti più componenti di origine meridionale o centrale che del Nord e voterebbero contro. Parimenti, un referendum incontrerebbe l’ostacolo della popolazione delle regioni diverse dal Lombardo Veneto e quindi abortirebbe sul nascere. Ma, dato e non concesso che riuscisse a passare e a modificare l’art. 5, ecco che la secessione diventa praticabile, ammesso che superi l’ostacolo locale. Infatti, le regioni interessate, Lombardia, Veneto, Piemonte, sarebbero chiamate a votare questo provvedimento, ma, ovviamente, coinvolgendo tutti i residenti, non solo
quelli di origine locale. Considerato che i veri piemontesi, lombardi, veneti sono quasi sommersi dai “forestieri”, c’è da dubitare seriamente circa il buon esito della consultazione. Sono convinto, per quanto sopra, che teoricamente la strada verso una secessione vi sia, ma talmente sbarrata dai numeri contrari dei votanti che è del tutto impraticabile. Se, infine, una terza risorsa consiste nell’attendere un disastro istituzionale, uno sfascio traumatico dell’Italia nel tanto peggio tanto meglio, allora si dica ai lettori che
l’Indipendenza  è come la favola di una fanciulla nell’attesa fantasiosa che arrivi il principe azzurro. Per carità, a volte le favole si avverano. Il principio del rispetto giuridico dell’unità politica e dell’integrità territoriale di ogni Stato rappresenta sempre un limite generale e inderogabile all’esercizio del diritto
all’autodeterminazione propugnato da sentenze internazionali. Come tutto il diritto internazionale, il diritto di autodeterminazione ratificato da leggi interne, per esempio la l..n.881/1977,  vale come legge dello Stato che prevale sul diritto interno (Cass.pen. 21-3 1975),  ma non sulla Costituzione. Anche la Corte Suprema Canadese, valutando le rivendicazioni di indipendenza del Québec rispetto al Canada ha definito attentamente i limiti di tale principio: di esso sono autorizzati ad avvalersi ex colonie, popoli soggetti a dominio militare straniero e gruppi sociali cui le autorità nazionali rifiutino un effettivo diritto allo sviluppo politico, economico, sociale e culturale. (Sentenza 385/1996).  Quindi escluso in quel caso, ed escluso pure il nostro in linea di principio. Il Nord non è una sottomessa colonia dell’Italia romana. Milanesi sono stati capi di governo, compreso quello attuale, capi di stato, ministri parlamentari e via discorrendo. Quindi la rappresentanza non è mai mancata e la sottomissione intesa in senso palese non esiste. Addirittura, se mai,
il contrario. E’ il Piemonte che ha sottomesso il resto dell’Italia.
Sono certo che lei ha qualche altra idea a me sfuggita.
Cordialmente,
Giulio Rossi Ripamonti
Milano

Innanzitutto grazie, caro Giulio, di avermi inviato uno scritto così articolato e ben argomentato. Arrivato alla fine della sua lettera devo dire che mi è sovvenuta una celebre frase dell’Inferno dantesco, “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. E invece io, come penso molte altre persone, lettori o meno de L’Indipendenza, questa speranza ce l’hanno ancora. Lei la derubrica a favola: può anche essere che noi crediamo alle favole. Di certo, però, crediamo che un’Italia in queste condizioni non possa continuare ad esistere a lungo. Per la verità assai prima di noi lo diceva anche Umberto Bossi oltre vent’anni fa, quando ha cominciato ad alimentare il sogno di una diversa struttura del Paese. Peccato che poi quel sogno sia stato tradito e che tutti o quasi i comportamenti tenuti da allora siano andati in senso contrario. Ma la fiammella è rimasta nel cuore di molti. E oggi potrebbe anche crescere e diventare un fuoco, complice la crisi economica che ha ulteriormente peggiorato le condizioni rispetto a vent’anni fa.

Lei conclude immaginando che io possa avere qualche altra idea a Lei sfuggita. Cioè che sia io a indicare un percorso concreto verso l’indipendenza, perché un “risultato bisogna conquistarlo e non solo prometterlo”. Vede, io non sono un capopopolo, sono semplicemente un giornalista di lunga data che da nemmeno due mesi dirige questo giornale online messo in piedi con un gruppo di amici convinti sia maturato il momento di compiere uno sforzo che ci tiri fuori dal “letame” in cui ci hanno sprofondato anche, e non solo, le giravolte bossiane. Io, noi anzi, ci siamo riproposti il compito di creare un luogo di raccordo e di confronto fra tutti coloro, singoli e movimenti che siano, interessati a un percorso di indipendenza. Vorremmo suscitare il dibatto, far parlare fra loro persone che troppo spesso litigano prima ancora di confrontarsi, e sperabilmente giungere all’individuazione di un “minimo comun denominatore” come l’ho definito, cioè di uno strumento che, ciascuno nella propria autonomia, possa servire per intraprendere il percorso verso la meta a cui si aspira. Per questo abbiamo lanciato l’idea della convention di Jesolo di fine maggio: non un’adunanza sfogatoio delle frustrazioni e delle insoddisfazioni di chi immaginava un presente diverso e s’è trovato con un pugno di mosche in mano, ma un primo momento di discussione su qualcosa di concreto – una proposta, un documento – che possa rianimare quell’immaginazione: fai ciò che devi, avvenga ciò che può!

 

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