LEGA, CAMPO DI BATTAGLIA TRA VERONA, I SOLDI E MARONI

di GIANLUCA MARCHI

Lo slogan è già stato usato per descrivere plasticamente quanto sta accadendo nella Lega, ma qui ci piace riprenderlo: dalla guerra di secessione si è passati alla guerra di successione. Chi, cioè, succederà a Umberto Bossi nella guida del movimento, ammesso e non concesso che, in attesa di quel fatidico momento, una deflagrazione interna non sconquassi il “meccanismo di money transfert in Africa” come ha mirabilmente descritto la deriva del Carroccio il nostro Gilberto Oneto? Ma dietro questo interrogativo se ne cela un secondo, più prosaico, ma altrettanto importante: chi avrà il controllo del “bottino” che il Carroccio ha messo da parte in questi ultimi anni di vacche grasse?

Domanda non da poco, perché il patrimonio si è fatto importante e ha raggiunto le dimensioni di un ragguardevole tesoro. Non ci sono solo i famosi 7 milioni di euro che l’ineffabile Belsito ha ritenuto di investire all’estero, contribuendo a diffondere urbi et orbi il soprannome di Lega Tanzania. C’è anche un cospicuo patrimonio immobiliare: la Pontida Fin, cassaforte del movimento ma che vede come soci Bossi, la moglie e Giuseppe Leoni, annovera unidi proprietà fra cui l’immobile di via Bellerio e ben 7 terreni fra cui il pratone di Pontida. Da un informato articolo pubblicato da l’Unità, e mai smentito, apprendiamo che di recente sarebbero stati acquistati  un appartamento nel centro di Milano del valore superiore al milione di euro che sarebbe destinato al Trota, e una cascina nel Varesotto che toccherebbe ad un altro dei figli della coppia Bossi-Marrone, Roberto Libertà, il quale, studiando agraria, necessiterebbe di un luogo, con tanto di terreno, dove esercitare le sue qualità da agronomo. Probabilmente in attesa di prepararsi a fare il ministro dell’Agricoltura della Repubblica di Gemonio, con il fratello maggiore Renzo ministro delle Finanze (studia Economia a Londra, sembra…).

Poi c’è una seconda società, la Fiin Group Spa, capitale sociale 510 mila euro, holding proprietaria di società di viaggi, di sondaggi e anche della “Bici padana”, che produce biciclette rigorosamente verdi.

Senza infine dimenticare che il solito Belsito di recente avrebbe spostato il conto corrente del partito da Milano alla sede di Genova del Banco Popolare (ex Lodi): probabilmente è solo una scelta di comodità, visto che il cassiere cerchista è di quelle parti, ma l’operazione non ha fatto che aumentare i sospetti intorno al vorticoso movimento di denaro. Soldi che, è bene dirlo, sono nel totale controllo della Bossi &Figli, tramite Belsito e non del partito. Infatti gli esponenti esterni al cerchio magico-malefico nulla sapevano degli investimenti finché non ne hanno parlato i giornali. E adesso si attendono spiegazioni dal cassiere nella prossima riunione del Consiglio Federale.

C’è poi un’altra vicenda che contribuscie a esacerbare gli animi, e riguarda l’avvocato Michele Campini, strettamente legato a Rosi Mauro, che avrebbe percepito parcelle di cospicua entità per incarichi svolti per conto del Sin.Pa., il fantomatico Sindacato padano di cui non si sono mai conosciuti i veri numeri, e per la tutela legale dell’Editoriale Nord, editrice del quotidiano la Padania, presieduta da Federico Bricolo, capogruppo al Senato e cerchista pure lui.

Insomma, un bel coacervo di interessi che vanno a intrecciarsi alla battaglia politica interna, che in questo momento vede la sua frontiera spostarsi a Verona, dove si voterà a maggio per il sindaco. L’uscente Flavio Tosi (nella foto), molto apprezzato dagli scaligeri e dato per molto vicino a Maroni (sebbene non pochi arriccino il naso pe ril suo italianismo e per i trascorsi molto destrorsi), vuole a tutti i costi presentare, a fianco della Lega, la lista che porta il suo nome (cosa che successe anche 5 anni fa) ed è sicuro così di poter ottenere la rielezione anche senza l’alleanza col Pdl. Contro di lui si è scatenato il segretario nazionale della Liga nonché sindaco di Treviso, Giampaolo Gobbo, che prima con un’intervista ha minacciato l’espulsione di chi presenta liste proprie e poi, alla riunione del Federale di domenica scorsa, ha preteso e ottenuto l’emanazione di una circolare tesa appunto a impedire liste esterne. Di suo Tosi ha replicato minacciando di abbandonare la politica. E intanto domenica prossima proprio a Verona, Maroni sarà al fianco del sindaco nella convention che darà il via alla campagna elettorale per le comunali (in Fiera)

Non è la prima volta che l’ex ministro dell’Interno scende in campo a favore di Tosi. Financo al punto, si dice, di aver minacciato le dimissioni dal governo, quando l’estate scorsa i cerchisti avevano chiesto l’espulsione del sindaco veronese e il commissariamento del segretario nazionale della Lega lombarda, Giancarlo Giorgetti.

Se quello scaligero è il braccio di ferro in corso dove attualmente si gioca la partita fra cerchisti e maroniani, un capitolo più delicato si gioca sottotraccia e riguarda sia i tempi di svolgimento dei congressi, che la riforma della legge elettorale. Bossi e il cerchio magico-malefico hanno un solo modo di bloccare l’ondata della base maroniana: mantenere il controllo del partito e far naufragare ogni tentativo di togliere di mezzo il Porcellum. Se così fosse, alle prossime politiche i cerchisti farebbero le liste e per i maroniani sarebbe una strage. Per questo è lecito pensare che nell’incontro di lunedì scorso col Cavaliere Bossi abbia chiesto una mano al vecchio amico a fare in modo che la riforma elettorale fallisca: d’altra parte anche a Berlusconi questo sistema non dispiace affatto, visto che pure lui pare intenzionato a regolare diversi conti dentro il Pdl.

In via Rovani della strombazzata minaccia di far cadere la Giunta Formigoni pare si sia parlato pochino, almeno nei termini urlati in piazza Duomo: quella era solo una sparata a uso e consumo dei cosiddetti “militonti”, perché il Senatur sa benissimo che in questo momento l’amico Silvio non può staccare la spina al governo Monti. Volete la controprova? Meditate su queste recentissime parole del Celeste Formigoni: in Lombardia fra Lega Nord e Pdl «c’è e continuerà ad esserci una perfetta collaborazione» e bisogna «rafforzare» l’alleanza anche in vista delle elezioni amministrative. E’ vero che nelle ultime ore Bossi si è premurato di rilanciare l’aut-aut di domenica, sottolineando che non si tratta del gioco delle parti. E a chi gli faceva notare che di conseguenza il Pdl potrebbe togliere  l’appoggio a Zaia e Cota, s’è limitato a replicare che la Lega vince d’appertutto andando da sola. E tuttavia quando il Senatur vuole fugare l’impressione del gioco delle parti, in genere è proprio quando lo sta facendo. Comunque ieri sera un Formigoni stizzito ha  così replicato alla nuova uscita:  «Bossi faccia quel che vuole, non possiamo stare qui a inseguire tutti i giorni le sue dichiarazioni. Faccia quel che vuole e noi faremo quel che dobbiamo». Resta l’impressione che alzando il livello di tensione su questo fronte, serve anche a distrarla da quello interno al Carroccio. E infatti il giochetto continua: Berlusconi ha fatto sapere che il Pdl non si sfilerà dall’appoggio al governo Monti e di rimando Bossi gli ha dato della mezza cartuccia. Poi magari in privato rideranno di questo siparietto.

Al di là delle schermaglie, sullo sfondo ci sarebbe poi un disegno ben più diabolico. Si dice che Bossi nell’incontro di lunedì abbia chiesto al Berlusca un’altra cosa: la candidatura per la Lega alla presidenza della Regione Lombardia. Per il 2015, scadenza naturale? Improbabile. La Lega potrebbe diventare presto il killer del Celeste Governatore con la scusa delle tante grane giudiziarie che gli ruotano attorno, senza per altro coinvolgerlo direttamente. E in cambio garantire al Cavaliere l’alleanza per le politiche del 2013. E chi vorrebbe issare il Carroccio in cima al Formigone (il nuovo grattacielo lombardo)? Qualche tempo fa si ventilava il nome di Giorgetti, per toglierlo da Roma ed eliminare una fastidiosa spina nel fianco al fido Reguzzoni, che così si sarebbe anche potuto candidare alla guida della Lega Lombarda. Inoltre Giorgetti sarebbe uscito dal campo dei maroniani. Ma col precipitare dello scontro interno, e col passo indietro di Reguzzoni, l’attuale presidente della commissione Bilancio della Camera non appare più l’obiettivo a cui puntare. Il bersaglio grosso sono ora Roberto Maroni e la sua enorme popolarità. Come neutralizzarli? Proponendo l’ex ministro alla guida di una delle principali regioni d’Europa, il che sarebbe anche in sintonia con la linea maroniana che predica il ritorno della Lega alle origini e la ripresa del progetto egemonico nelle regioni del Nord. Inoltre l’ipotesi si sposerebbe con l’intenzione che  Bobo andrebbe esprimendo in diversi colloqui privati di non volersi più ricandidare al Parlamento.

Un tale disegno neutralizzerebbe l’avversario Maroni e bloccherebbe di conseguenza l’avanzata dei barbari sognanti alla conquista del partito. Inoltre alle elezioni politiche si andrebbe, come già ricordato, col Porcellum e parecchi maroniani verrebbero purgati dalle liste. Insomma, per Bossi e i cerchisti vorrebbe dire portare a casa la fatidica “quadra”. Fantapolitica? Può essere, ma un tempo queste macchinazioni machiavelliche erano il pane quotidiano di Bossi. Oggi, magari, sono solo la speranza  a cui si aggrappano i cerchisti per mantenere il controllo della Lega, concedendo qualche boccone prelibato ai nemici interni. Sia quel che sia, lo scopriremo solo vivendo. Magari cercando anche di capire le contromosse di Maroni: la sua indisponibilità farebbe saltare l’intera architettura. La partita a scacchi è cominciata.

 

Print Friendly, PDF & Email
Default thumbnail
Articolo precedente

IL REFERENDUM TRADITO

Articolo successivo

SARDI: PER ORA NON FAREMO BLOCCHI STRADALI