Venezia, la Grande Padania finita in ammollo

veneziadi GILBERTO ONETO – Ci sono giorni che hanno cambiato la storia di genti e di paesi, ci sono battaglie che sono giri di boa nel corso degli eventi e che vengono perciò giustamente ricordate. Se a Gettysburg i Confederati avessero vinto, la guerra sarebbe durata più a lungo e avrebbero avuto qualche speranza di farcela (o di ottenere una pace vantaggiosa), in realtà lo scontro era finito con una sorta di
pareggio che li ha costretti a confrontarsi con l’impossibilità di vincere: il crollo non è stato immediato perché avevano dalla loro una formidabile forza morale. Quel giorno però è stato infranto un lungo sogno di autonomia, libertà e federalismo vero.
Qualcosa del genere è successo anche dalle nostre parti: esiste una Gettysburg padana di cui si è quasi del tutto persa la memoria e
smarrito il significato.

Il 14 maggio del 1509 dalle parti di Agnadello, nella Ghiara d’Adda, si sono scontrati i soldati della Serenissima al comando di Nicola
Orsini e di Bartolomeo d’Alviano e quelli della Lega di Cambrai guidati da Gian Giacomo Trivulzio. I Veneziani ne sono usciti sconfitti. Non è stata solo una delle tante battaglie: contro le schiere francesi non si sono infranti solo gli slanci delle Cernide veneziane, ma un disegno che avrebbe cambiato in meglio la nostra storia. Per secoli la linea di riferimento politica ed economica, ma anche culturale e identitaria di Venezia era stata perfettamente riconoscibile nel “Coltivar el mar e lassar star la terra” di Tommaso Mocenigo.

La sua vera grandezza dei secoli migliori non era consistita solo nell’abilità dei suoi mercanti o nella forza delle sue flotte, ma anche e soprattutto nella lungimiranza dei suoi governanti, in un sistema diplomatico ineguagliato nella storia, nella capacità di capire, prevenire e interpretare ogni cambiamento molto prima che accadesse. E alla fine del XIV secolo erano molti i segnali di novità della politica e del commercio che erano stati colti. In Europa a una realtà di piccole statualità collegate da un complesso groviglio di rapporti si stavano sostituendo Stati strutturati in maniera più efficace e dotati di dimensioni tali da disporre di robusti mercati interni ma anche di forze militari autonome notevoli. A Venezia lo si era capito secoli prima della Guerra dei Trent’anni. In Oriente i Turchi stavano lentamente chiudendo ogni via commerciale, a Occidente si stavano aprendo nuovi orizzonti geografici. A Venezia le carte nautiche di Zuane Pizzigano avevano riportato il Nuovo Mondo settant’anni prima di Colombo, e forse anche i viaggi di Niccolò Zeno alle Indie Occidentali sono stati molto di più di una leggenda famigliare.

 

Così Venezia ha deciso di cambiare completamente le sue tradizionali prospettive storiche: per poter continuare a essere competitiva
in un mondo politico più difficile e in un mondo geografico in rapida espansione non poteva più essere una orgogliosa città-stato ma bisognava che diventasse, con estremo realismo pragmatico, uno Stato dotato di ampi territori continentali, di adeguate forze produttive e militari. E lo ha fatto percorrendo l’unica strada possibile: ha cercato di diventare Padania. L’entroterra doveva cessare di essere solo il sottile avamposto di difesa dagli attacchi esterni, ma doveva diventare un grande paese, ricco di agricoltura,
manifatture, di legname per le navi e di uomini per gli eserciti. Al nuovo corso ci si era dedicati con la solita energia e con l’abituale
intelligenza politica: non brutali conquiste ma dedizioni più o meno spontanee, sottomissioni contrattate, una complessa costruzione
istituzionale con decise connotazioni autonomiste, quasi federaliste.

 

Una sorta di commonwealth con un forte potere dominante concentrato a Venezia: una intelligente ed efficiente via di mezzo (di una
straordinaria modernità) fra la Svizzera (che si andava allora definendo) e le grandi monarchie europee. Piuttosto singolarmente il
processo aveva trovato spontanee adesioni da parte di tante comunità stanche di guerre e bisognose di appartenere a una compagine
forte e rassicurante: da Vicenza (1404) a Bergamo (1428) è stata una marcia trionfante. Quando sono caduti i Visconti – unici veri
concorrenti nello stesso progetto di unificazione – si sono presentate anche Cremona, la Romagna, Lodi e Piacenza (1447). Alla formazione della Repubblica Ambrosiana, Francesco Barbaro aveva propugnato una stretta alleanza fra le Repubbliche di Venezia,
Firenze, Milano e Genova. Sembrava che il progetto si potesse compiere anche con relativa facilità e con un tempismo degno dalla consumata abilità politica di Venezia: Costantinopoli era caduta nel 1452 e negli stessi anni i navigatori europei cominciavano a solcare l’Atlantico.

Come sia poi andata è noto: più preoccupato dall’espansione veneziana che di quella turca, il papa Giulio II aveva messo assieme la più potente coalizione che l’Europa avesse mai visto. Nella Lega di Cambrai si erano riuniti per avversione (e per paura) di Venezia-Padania: la Francia, il Papato, i Savoia, i Gonzaga, la Spagna, l’Ungheria, il duca di Ferrara e l’Imperatore. Dopo la sconfitta di Agnadello, Venezia ha dovuto impiegare tutta la sua consumata abilità diplomatica per dividere gli avversari e salvare il salvabile: parte della terraferma veniva conservata ma era interrotto per sempre il processo di unificazione della Padania sotto il Leone di San Marco. Venezia perdeva la possibilità di diventare un grande Stato continentale, si doveva contentare di bene amministrare il patrimonio commerciale accumulato, ma doveva rinunciare alla corsa verso le Indie Occidentali a vantaggio di altri Stati che erano riusciti ad assurgere a dimensioni competitive (e che non avevano Roma come ingombrante confinante). Restava una potenza locale e gettava le basi per la sua futura decadenza: non in grado di fare fronte alle grandi potenze europee, che avevano risorse produttive e umane assai superiori, Venezia sarebbe finita in balia di vicini potenti e prepotenti che l’avrebbero annientata.

 

Venezia-Padania avrebbe invece avuto un ruolo di primo piano nella competizione per i nuovi mercati trans-oceanici, sarebbe quasi certamente stata solida protagonista di tutti gli avvenimenti storici dei secoli successivi e si sarebbe validamente opposta alle aggressioni giacobine. La sua struttura criptofederalista e repubblicana (assai più moderna di ogni altro sistema dell’epoca) sarebbe poi stata di grande vantaggio per superare sicura gli anni bui dei nazionalismi aggressivi. Con i “se” non si fa la storia, ma questa deve servire a non rifare gli stessi errori. Se non ci facciamo dividere fra destra e sinistra, cattolici e laici, se non ci facciamo coinvolgere in contrapposizioni ideologiche, culturali e religiose che esulano dal nostro progetto identitario, se non ci facciamo uccellare dai nuovi trucchi della vecchia politica italiana, se insistiamo nel nostro preciso disegno di libertà non avremo un’altra Gettysburg padana.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Perché Bergoglio incontra a Cuba il patriarca di Mosca?

Articolo successivo

Occhio alla Pec. Equitalia intima a pagare sulla posta certificata