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1889, IL VENETO PENSAVA A UNA FEDERAZIONE ALTRA

di ETTORE BEGGIATO

La “questione veneta”, l’aspirazione dei veneti all’autogoverno, è sempre stata una costante nella nostra storia, e anche nei momenti meno esaltanti la coscienza della nostra identità e dei nostri diritti ha continuato ad essere forte e presente. E in questa ottica va letta, allora, la “Relazione del Direttore della Gazzetta di Venezia sul progetto per costituire una federazione politica regionale” datata 7 giugno 1889.

E’ un documento di notevole importanza che dimostra come appena 23 anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia già ci fossero nei confronti dei Veneti discriminazioni e penalizzazioni inaccettabili.

Il Direttore della “Gazzetta” Ferruccio Macola si chiede “se non convenga insorgere contro l’accentramento enormemente dannoso di tutto il noto sistema politico e amministrativo; accentramento maggiormente marcato colle leggi presentate dal Crispi, tutto di carattere e d’indole giacobina”; e più avanti sottolinea “la necessità di tutelare con una forte organizzazione politica gli interessi della nostra regione”. E ancora, “D’altronde è ingiusto, che dopo tanti anni di Governo, con Gabinetti di tutti i colori, il Veneto, e con Veneto la Lombardia, abbiano pagato sempre di più, molto di più delle altre Provincie, usufruendo in proporzioni assai minori degli aiuti governativi.

Se potesse realizzarsi il sogno di Marco Minghetti e di Alberto Mario, il Veneto sarebbe la regione che certamente risentirebbe maggiori vantaggi della sua autonomia.

Il decentramento amministrativo, che tanto si invoca, e che dovrebbe essere uno dei punti cardinali del programma del nuovo partito, sarà il primo passo per conquistare alle regioni, l’autonomia amministrativa più confacente al loro sviluppo, ai loro bisogni, alle loro risorse economiche.

E’ enorme, che per qualunque piccola spesa, per qualunque pratica d’ordine secondarissimo, si deva ricorrere a Roma: dove per la quantità imponente di materia da sbrigare, tutti gli affari subiscono immensi ritardi; mentre la soluzione dipende tante volte da impiegati inferiori di grado alle stesse Autorità provinciali, costrette per legge a ricorrere al Governo centrale”.

Illuminante poi una statistica che fotografa una realtà di stampo colonialista.

Così, un secolo fa Roma trattava la colonia Veneto:

“La popolazione in Italia dall’ultimo censimento è di 28.953.480 cittadini. Il Veneto ha una popolazione 2. 873.961. Potrebbesì dunque sperare che i Veneti occupassero 1/10 delle cariche dello Stato. Invece Ministri veneti nessuno; segretari generali nessun Veneto;

direttori generali nei vari Ministeri, e saranno oltre 40, nessuno;

ispettori generali nei diversi Ministeri, e saranno 60, uno o forse due;

generali d’armata, nessuno;

tenenti generali, nessuno;

generali ce n’era uno, ma l’hanno collocato nella riserva.

Non hanno voluto conservare neppur la semente.

Ammiragli nessuno, vice-ammiragli nessuno. Ce n’erano due o tre, ma li hanno pensionati, perché impagliati rappresentino il vecchio S. Marco e la sua gloriosa Repubblica, che per tre volte portò la civiltà in Oriente;

-Consiglieri di stato, e sono 24, nessuno;

-Consiglieri della Corte dei Conti, e sono 12, nessuno;

-Prefetti su 69, due; intendenti di finanza, su 69, tre.

In tutto il personale dell’avvocatura generale:

-Avvocati compartimentali nessuno;

-Amministrazione generale del catasto che interessa tanto il Veneto perché il più iniquamente gravato, nessuno;

-Direttori compartimentali e vice-direttori del catasto, nessuno;

-Capi dell’Amministrazione militare, uno solo”.

E a proposito del rapporto Nord-Sud:

“Ci basterà solamente ricordare, come, soltanto dopo vent’anni, si sia riusciti condurre in porto la famosa legge sulla perequazione fondiaria, poiché da vent’anni Veneto e Lombardia pagavano in proporzione quattro volte superiore a quella di certe regioni del mezzogiorno.

Chi rimborserà a noi le centinaia di milioni sborsati in più allo Stato?” Una domanda che continua ad essere di drammatica attualità, nel nostro Veneto.

 

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