Veneto: “Un referendum sconcertante”? No, sarà un “referendum concertato”

di ALESSANDRO MOCELLIN

Confesso di aver letto più e più volte, e di nuovo anche a distanza di qualche giorno, l’articolo di Ennio Fortuna del 19 settembre 2012 sul Gazzettino (immagine a lato). Se c’è qualcosa di sconcertante in quel testo, non è certo l’opzione del referendum veneto: a turbarmi è la superficialità dell’analisi tecnico-giuridica, che non mi aspettavo da una figura del genere. Non mi sorprende, invece, l’impiego di terminologia screditante e da comizio, né, tantomeno, il ricorso a quella che sembra una “conta dei morti”, pratica ormai consolidata del frasario risorgimentale italiano.

Ritengo sia emotivamente intollerabile che si faccia mercificazione della morte di migliaia di persone, dandole un valore “un tanto al chilo”. Tuttavia, è sul punto di vista razionale, invece, che questo argomento mostra la sua erroneità: dobbiamo forse fare una “conta dei morti” per stabilire quali valori nella Storia abbiano avuto più peso di altri? Voglio proporre appositamente un esempio forte. Quanti tedeschi –e non tedeschi– sono morti per sostenere l’ascesa, l’affermazione e la difesa del Nazismo? Di sicuro sono stati molti di più di coloro che hanno “dato la vita per la patria italiana”, o formule simili. Dovremmo dunque concludere che il Nazismo è un alto valore nella Storia europea? Assolutamente no. La “conta dei morti” può essere adatta a predicare dell’attaccamento, più o meno morboso e patologico, della gente ad una certa idea, non certo a determinarne la bontà.

Del resto, le ragioni di questa pervasiva tanatofilia tipicamente italiana sono da ricercarsi nel mito costitutivo della nazione. La vulgata sulle ragioni dell’Unità d’Italia recita, infatti più o meno così: l’Italia era divisa in tanti Staterelli (termine che nel nostro vocabolario nasce e muore quando parliamo di risorgimento italiano: è un termine che ci hanno insegnato “ad hoc”), che si facevano guerre fratricide, ed erano dominati ed oppressi da potenze straniere e guerrafondaie. Non contesterò in questa sede tale ricostruzione, ma mi preme sottolineare una cosa: per “unirsi” l’Italia (anzi, il Regno di Sardegna) ha compiuto una serie di almeno 4 guerre fratricide, con annesse 2 spedizioni militari dal 1848 al 1870. Appena si è “unificata”, ha cominciato a comportarsi nello stesso odioso ed opprimente modo che imputava ai suoi dominanti stranieri, imponendo tasse e lanciandosi nella sottomissione coloniale di altri popoli. Collocatasi nel mercato internazionale della guerra, ha saputo mantenere ben oliate le sue armi partecipando senza se e senza ma ad ogni singola iniziativa militare che si presentasse sul terreno europeo e poi mondiale, a partire dalla prima guerra mondiale, e fino alle più recenti spedizioni in Kosovo, Afghanistan, Iraq. Prima per unificare l’Italia, poi per allargarla ad altri continenti, poi per diffonderne le glorie, oggi per portare la pace nel mondo. Proprio un Bel Paese.

Ma Fortuna questo lo sa, e tace. Non sono invece convinto che sappia che le tesi giuridiche che sostiene sono come minimo riduttive, se non proprio capziose.

Anzitutto è partito con una bella serie di assestati colpi di citazione formale della “Costituzione della Repubblica Italiana”: gli articoli 2, 3, 5, 138 e 139, rispettivamente sui diritti fondamentali pre-costituzionali, il principio di uguaglianza, la Repubblica una e indivisibile, la modalità di revisione costituzionale, il divieto di revisione costituzionale dell’opzione per la forma repubblicana. Peccato che abbia dimenticato che l’Italia non è un pianeta a sé stante, ma uno dei tanti Stati del Mondo che sono parte dell’ONU ed uno dei vari Stati d’Europa che sono parte dell’Unione Europea. In altre parole, Fortuna ha “dimenticato” che tra il 5 ed il 138, tra gli altri, nella Costituzione ci sono in mezzo anche gli articoli 10 e 11, rispettivamente: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute […]” e “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. E tra gli obblighi che l’Italia ha assunto ratificando trattati internazionali c’è, sicuramente, il diritto all’autodeterminazione dei popoli, nonostante si tratti di “limitazioni di sovranità”: che si applichi pacificamente il principio di autodeterminazione dei popoli lo prevede e lo consente la Costituzione della Repubblica Italiana.

Però l’Italia è un po’ bricconcella e poco disciplinata. Spesse volte, ormai si sa, viene messa in guardia o richiamata all’ordine da organismi istituzionali e giurisdizionali internazionali ed europei, quali la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Commissione Europea, per il mancato rispetto di norme e principi generali degli ordinamenti internazionale ed europeo, quali la durata del processo, la libertà di stampa, i diritti delle minoranze. Il diritto all’autodeterminazione pacifica, volontaria e, vorrei dire, istantanea, esiste concretamente nel diritto internazionale, e gli esempi applicativi si moltiplicano di anno in anno; oltretutto, tale principio di autodeterminazione non è incompatibile con l’ordinamento europeo: parola di Barroso.

Insomma, checché ne dicano Fortuna e i suoi pari, quando i Veneti vorranno decidere (sì, basta solo che lo vogliano), e chiederanno di svolgere un referendum “concertato con le autorità dell’ONU”, l’Italia avrà di fronte due possibilità: fare un accordo con i Veneti per scongiurarne la dipartita, oppure prendere atto del distacco. Per qualsiasi altra opzione, ivi compresa una vile aggressione militare, dovrà vedersela con l’ONU e con la Comunità degli Stati. Buona…Fortuna.

 

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