Critica alla “ragion veneta”: la retorica è cattiva consigliera

di SERGIO SALVI

Ormai più nessuno che veda uscire, appaiati, da Montecitorio, il calvo e gigantesco onorevole Guido Crosetto e il minuscolo, quanto zazzeruto, altrettanto onorevole Renato Brunetta, dubita più della loro comune appartenenza al regno animale, alla classe dei mammiferi, all’ordine dei primati, alla famiglia degli ominidi e al genere homo sapiens. Ad onta della loro apparenza così difforme: non soltanto in relazione alla statura ma anche al rapporto tra lunghezza degli arti e del busto e alla persistente dicotomia antropologica prognato/ortognato, dolicocefalo/brachicefalo. Ciò vuol dire che, anche in Italia, la scuola e la scienza di stato hanno funzionato bene rispetto alla formazione intellettuale dei cittadini, i quali, nella loro maggioranza, sanno altrettanto bene che il gigantesco, minaccioso molosso Golia e il minuscolo, tenerissimo barboncino Fuffi appartengono entrambi, nonostante la loro apparenza così difforme, alla stessa famiglia dei canidi e si distinguono per questo dai gatti Lillo e Buricchio, assegnati unanimemente alla famiglia dei felidi. La scuola e la scienza di stato non hanno invece funzionato altrettanto bene nei confronti di altre classificazioni, anch’esse utilissime ai cittadini, relative alle principali differenze culturali: segnatamente le lingue e le conseguenti appartenenze etniche e storiche di coloro che le parlano. E che restano, checché se ne dica, la base di ogni autentica comunità.

Leggendo ogni giorno il quotidiano al quale ho l’onore di collaborare, mi stupisce sempre l’opinione, così ribadita e proterva, di molti veneti i quali credono di essere assolutamente indenni da quella, diremo così, vistosa commistione coi lombardi (e non solo: anche con piemontesi, liguri ed emiliano-romagnoli) che è, agli occhi della più accreditata scienza glottologica, un loro carattere profondo e di fondo. Si fidano troppo del parere degli Scilipoti della linguistica che i loro villaggi producono copiosamente.

È ormai stato chiarito a sufficienza che la cosiddetta ‘lingua veneta’ è soltanto una variante, sia pure dotata di vigorosa personalità, di una lingua comune alla quasi totalità della cosiddetta Italia settentrionale: una lingua che qualcuno ha deciso di indicare provvisoriamente col nome di “padana”, da altri aborrito, ma che si potrebbe denominare in altro modo: cisalpina oppure, che so, transappenninica (anche se sarebbe una fatica inutile). Storicamente, questa lingua, priva di una forma comune (ma che ostentava nel XIII secolo una indubbia koiné – studiare per credere – denominata dagli storici della letteratura del XX secolo, guarda caso, lombardo-veneta) aveva il nome di lingua lombarda e come tale era conosciuta in Francia, in Germania e soprattutto in Italia. Era detta “lombarda” per il suo riferimento al regnum langobardorum e certamente non all’attuale regione dello stato italiano cui è stato assegnato il nome residuale di Lombardia. L’attuale regione Veneto, esclusa la fascia costiera attorno a Venezia, era nell’alto medioevo parte integrante del regnum cui si è accennato. Le capitali di questo regno erano infatti Verona (oggi perfettamente “veneta”) e Pavia (oggi “lombarda”). La lettura della storia del territorio attualmente veneto è condotta, da alcuni veneti di oggi, in maniera fortemente sospetta, omologa a quella che alcuni cittadini italiani fanno del concetto di Italia, confusa con Roma. È come se un viterbese o un frusinate si ritenessero latini e non soltanto laziali.

Vediamo come stanno le cose. Non è vero che i veneti esistano da tremila anni: a meno di non confondere coloro che hanno assunto amministrativamente questo nome con i Veneti d’antan, chiamati dagli studiosi Paleoveneti, i quali parlavano, e talvolta scrivevano, una lingua del tutto diversa, chiamata venetico, oltre tutto strettamente apparentata con la lingua della Roma di allora: il latino. Confondere i paleoveneti coi veneti equivale, lo ripetiamo, a confondere i latini coi laziali. Il Veneto “veneto” è sorto nell’alto medioevo dalla confluenza di questi paleoveneti con gli euganei, i reti, i celti e magari qualche illirico e un buon numero di immigrati romani.

Per passare alla storia e al suo aspetto politico-istituzionale, non è affatto vero che la repubblica di Venezia /la Roma dei venetisti oltranzisti) sia durata millecento anni esatti (697-1797). La trasformazione del ducato bizantino incentrato sulla laguna in “commune veneciarum” risale, nella migliore delle ipotesi, al 1143. Nel 1423 poi, questo “commune veneciarum” si trasformò nella celeberrima “serenissima signoria”, di stampo nettamente oligarchico (non è una condanna ma una constatazione). L’espansione di questa signoria portò oltre tutto lo stato veneto a una tripartizione politico-amministrativa: il “dogado” (l’antico ducato bizantino); i “domini di terra ferma” (l’uso della parola “dominio”, così come l’invio di rettori e luogotenenti per amministrarli, sia pure blandamente, non è innocente); lo “stato da mar” (l’anticipazione di un colonialismo sia pure di stampo saggiamente “britannico”).

La spia di questa eredità appare quando i veneti di oggi sognano un moderno stato veneto: non sono infatti d’accordo tra loro sulla sua estensione. C’è chi ipotizza una comunità sottostante e persistente che arriva fino a Cipro partendo dal Friuli, da Trieste, dall’Istria e dalla Dalmazia; chi, più realista e buonista, rinuncia allo “stato da mar”, se ne vergogna anche un po’ e si limita al “dogado” più lo “stato da tera” inglobando così soltanto Bergamo, Brescia e Crema, rimaste nonostante tutto incontestabilmente lombarde, e l’intero Friuli che, in barba a Venezia, è rimasto ed è ancora oggi friulano, nonostante la venetizzazione del Pordenonese e della costa. La distanza linguistica tra l’idioma friulano e quello veneto è, del resto, superiore a quella tra veneto e lombardo, la cui distanza si avvicina a quella tra un molosso e un barboncino quando la distanza tra il veneto e il friulano equivale a quella tra un cane e un gatto, e non a quella esistente tra un Brunetta e un Crosetto. In realtà, la Serenissima è stata un vero e proprio impero universale, sia pure realizzato parzialmente rispetto ad altri consegnatici da una storia più sontuosa, che ha prodotto una propria civiltà politica e amministrativa di tutto rispetto e assai suggestiva, priva, come quelle romana, britannica, ottomana e così via, di una propria incontestabile dimensione etnica. Ed è defunto irrimediabilmente nel 1797. Il suo culto, sia pure sotto molti aspetti doveroso, non può costituire la sola base per una rivendicazione sensata, che non può rivendicare Corfù e Creta, Udine e Trieste, ma nemmeno Bergamo o Brescia, per non cadere nel patetico e nel ridicolo.

La mitomania e l’esaltazione retorica sono cattivi consiglieri. L’autodeterminazione veneta è parte di una più vasta richiesta di indipendenza che coinvolge l’intera “Padania”, all’interno della quale assume propri contorni e proprie specifiche necessità, che vanno comunque salvaguardate. Ma non enfatizzate. Nell’interesse stesso dei veneti. E dovrebbe essere orientata diversamente. Una “Padania” federale? Crediamo di sì. Ma, a nostro avviso, non federata né federabile col Molise o col Salento. Bensì all’interno della sopraddetta Padania. Lo impone la lingua, nonostante le apparenze. Lo impone anche la storia. Il regno napoleonico d’Italia e il regno Lombardo-Veneto hanno inciso sulla realtà veneta di oggi assai più della Serenissima. Per mentalità, costumi, leggi, abitudini, pratiche di vita. Per una esperienza moderna.

L’ostentata e presunta incomprensibilità linguistica tra parlanti lombardo e veneto è poi una sciocchezza. Solo i duri di mente e di orecchio fingono di ignorare che cesa e gesa sono, in fondo, la stessa parola. Proprio mentre capiscono a volo che cesa e chiesa, ma anche church indicano la stessa identica cosa. Anche in Veneto, la mente è più avanti dell’orecchio, talvolta intasato.

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