Va bene il dialogo con Maroni, ma siano chiare le condizioni

di FABRIZIO DAL COL
Premetto che ho letto più volte il notevole articolo con l’intervista a Maroni pubblicato lunedì da L’Indipendenza a firma del direttore Gianluca Marchi al quale intendo qui rivolgere i miei personali complimenti per aver saputo “cogliere l’attimo”. Detto questo, vorrei qui precisare e mettere in discussione alcuni aspetti delle affermazioni fatte dal nuovo segretario federale della Lega Nord. Sulla prima affermazione di Maroni: “Nell’ottica di una Lega che sta abbassando i ponti levatoi per smettere di rimanere chiusa nella sua rocca, intendo parlare e confrontarmi con tutti coloro che hanno gli interessi del Nord al primo posto delle rispettive strategie. Per questo penso sia utile un confronto anche con i movimenti indipendentisti e autonomisti: non mi interessano le loro dimensioni, purché siano rappresentativi di uno specifico territorio anche piccolo, ma in quell’area essi rappresentino veramente qualcosa” credo che egli sia ben consapevole e anche molto informato circa l’esistenza dei movimenti di cui sopra per cui, chiarezza per chiarezza, sarebbe opportuno spiegasse cosa intende per confronto e se lo stesso è da considerarsi anticipatamente “alla pari”.

Sulla seconda affermazione di Maroni: “Mi rendo conto che oggi come oggi il termine Padania è automaticamente associato alla Lega e ciò rende difficile mobilitare forze (sociali, economiche e politiche) che invece potrebbero far convergere i rispettivi sforzi per raggiungere il risultato che tutti auspichiamo: per questo ho scelto il messaggio “Prima il Nord” per inaugurare il nuovo corso, un’idea che ho mutuato dallo slogan “Prima il Veneto” utilizzato da Luca Zaia quando nel 2010 si è candidato a governatore della sua Regione”, sarebbe opportuno conoscere alcuni aspetti, rendendoli anticipatamente pubblici: a) le intenzioni del segretario circa la volontà politica di evidenziare la netta chiusura con il passato; b) quale dovrebbe essere il risultato che tutti auspichiamo; c) se il termine Padania non sia invece da sostituirsi con “Confederazione del Nord” oppure con il più breve “Nord Confederato” affinché si possa, oltre a chiarire e sostenere meglio la causa indipendentista, garantire anche (attraverso la modifica statuaria) l’impossibilità di future cooptazioni; d) se non sia necessario un “patto politico costituente” sostenuto come parte integrante da un “Master Plan politico” da cui far nascere il progetto “Confederazione del Nord” e/o “ Nord Confederato” oggi ritenuto fondamentale per gli attori disposti al confronto.

Proseguendo con l’intervista, l’affermazione sul capoverso nell’ambito degli Stati generali: “Non dico nulla di stravolgente quando ammetto di non essere un secessionista, anche perché oggi la secessione vorrebbe dire ricorrere alle armi. Ripeto, io vedo un percorso che porterà inevitabilmente a una diversa aggregazione europea. E tuttavia penso che una componente indipendentista sia importante e vitale per la nuova Lega: non solo perché esprime le sensibilità di una parte non piccola dei leghisti, ma anche perché deve essere sempre pronta a tirare la giacca al segretario, e anche a criticarlo, quando dovesse essere troppo moderato. E sarebbe auspicabile che nuove forze e nuovi leader dessero voce a questa componente. Ma dico anche un’altra cosa: siccome al congresso di Assago la Lega s’è trasformata da partito federale a partito confederale, nelle singole Nazioni/Regioni non è più un dogma che il movimento sia rappresentato da una sola sigla” , questa affermazione è stata ben interpretata dal direttore Marchi con questa frase: “prendiamo la Lombardia, stando all’evoluzione confederale, in teoria non è detto che la Lega Nord debba coincidere solo con la Lega Lombarda, ma in pratica potrebbe esserci un altro movimento (o più) che entra a far parte del Carroccio. E così anche nelle altre Regioni. E’ un percorso delicato e non facile che con una certa dose di coraggio Maroni si dice disposto ad affrontare”. Personalmente mi rendo conto si tratti di una interpretazione, ragion per cui non me ne voglia il direttore, ma la possibilità che un movimento (o più) entri a far parte del Carroccio oltre a “fare a pugni” con l’evoluzione confederale, la dice lunga sulla mai sopita volontà politica di non rinunciare alla cooptazione, soprattutto nelle parole “pronta a tirare la giacca al segretario, e anche a criticarlo, quando dovesse essere troppo moderato”, che fa capire meglio il concetto cooptazione di cui al punto c).

E ancora, su quello che Maroni chiama il “modello Verona” come strumento per arrivare a governare le tre principali Regioni del Nord: “E sia chiaro – dice il neo segretario – che non è il modo per porre la mia candidatura alla guida della Regione Lombardia quando riusciremo a convincere Formigoni a mollare, perché il candidato presidente non sarò io”. “Il modello Verona – ci spiega Maroni – è la strategia volta ad aggregare intorno alla Lega e a un uomo espressione della Lega (nel caso il sindaco Tosi) liste e forze politiche che non sarebbero mai confluite dentro la Lega e che hanno raccolto i voti di cittadini che non avrebbero mai votato la Lega direttamente. E’ dunque un modello inclusivo, che tende ad allargare l’alleanza il più possibile per metterla in condizione di ottenere la maggioranza e di governare. Penso che questo disegno sia replicabile per la Lombardia, se si dovesse votare nel 2013, e per Veneto e Piemonte nel 2015. A quel punto le tre Regioni del Nord sarebbero governate da uno stesso blocco politico e potrebbero tranquillamente dettare le proprie condizioni sia a Roma che a Bruxelles, questa mi sembra la sola strada praticabile – conclude Maroni – posto che oggi è impensabile pensare di arrivare al 51% degli elettori in altra maniera e men che meno attraverso il solo strumento della Lega”. Anche in questo caso appare del tutto evidente come il progetto politico di Maroni sia già ben delineato sia nella strategia che nella tattica, ma appare anche altrettanto evidente l’intento politico primario che mira solo a spaccare quel che resta del PDL, per obbligarlo poi alla desistenza in vista delle elezioni amministrative di cui sopra. Precisando ulteriormente o meglio ancora derubricando l’affermazione “non sarebbero mai confluite dentro la Lega e che hanno raccolto i voti di cittadini che non avrebbero mai votato la Lega direttamente” ancora una volta appare evidente il tentativo di infilarci la cooptazione e, subito dopo corretta con una più comprensibile “ che tende ad allargare l’alleanza il più possibile per metterla in condizione di ottenere la maggioranza e di governare”.

Per concludere, vediamo gli ultimi due passaggi del colloquio di Maroni con Marchi. Il “blocco del Nord”: c’è da chiarire se si tratta di fatto di recitare lo stesso ruolo della CSU Bavarese che in Germania sa assumere, in cambio dei suoi voti, un ruolo volto a determinare le scelte politiche del governo federale. Bisognerebbe però ricordare che la Germania è federale e il Land Bavarese è riconosciuto tramite “l’ambasciata bianco-azzurra” nelle vicinanze della Porta di Brandeburgo, la quale rappresenta lo Stato Libero di Baviera nei confronti presso Stato Federale. La Baviera, dunque, collabora con il Parlamento federale tedesco, con il “Bundesrat” e con il Governo federale ed è ritenuta dallo stesso, un paese Europeo che funge da spinta e pressione nei confronti della UE. Una realtà talmente forte da avere una propria rappresentanza  presso l’Unione Europea che si trova nell’edificio storico dell’ex-laboratorio Pasteur, nelle immediate vicinanze del Parlamento Europeo, della Commissione e del Consiglio d’ Europa. Ne consegue che la Baviera lavora insieme alle Istituzioni dell’UE e agli Stati e Regioni confinanti. Nello stesso tempo la rappresentanza bavarese è un valido punto di riferimento per tutti i cittadini o le imprese bavaresi nelle questioni riguardanti la UE.

Infine, e non ultimo per importanza, il quesito dei quesiti: come già ho evidenziato in un precedente articolo, è veramente definitiva la scelta di abbandonare il parlamento italiano?

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Mi permetto di intervenire a conclusione dell’articolo di Fabrizio Dal Col per svolgere una riflessione. Vedete, per chi non lo sapesse, Dal Col è un ex leghista che ha lasciato il movimento (lasciato e non espulso, sia detto chiaro) in occasione del congresso nazionale della Liga Veneta del 1999 quando Umberto Bossi intervenne di imperio per imporre la candidatura di Gianpaolo Gobbo alla segreteria. Se n’è andato con il gruppo degli “jesolani” come li chiamavo io, di cui era l’indiscusso ideologo, cosa che l’aveva portato a stringere un rapporto di amicizia con Haider.  Ma Fabrizio Dal Col è rimasto un convinto indipendentista anche dopo, un uomo che ha sempre anteposto il ragionamento politico ai risentimenti di pancia, che ha ideato e ottenuto lo svolgimento del referendum per l’indipendenza a Jesolo (unico Comune in Italia ad aver celebrato una consultazione del genere), che ha costituito un movimento, il Partito per il Veneto Indipendente, per sostenere questa sua iniziativa ma alla condizione di non presentarsi ad alcuna elezione. Il suo obiettivo finale è ottenere il referendum per l’indipendenza del Veneto che, è convinto, metterebbe in moto un processo politico inarrestabile. Per arrivare a questo risultato è disposto a confrontarsi con tutti per scoprire e verificare se gli intenti degli altri sono altrettanto genuini e se insieme è possibile percorrere un tratto di strada per arrivare in porto.

Per tutto questo io lo ammiro e mi permetto di additarlo ad esempio.

Gianluca Marchi

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