GIOVANI, DISOCCUPATI E LAUREATI: ECCO LE COLPE

di CARLO ZUCCHI*

Le cifre della disoccupazione parlano di un 36% di senza lavoro tra giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Negli ultimi 5 anni il numero di occupati in questa fascia di età è diminuito 1 milione e 457 mila unità, ossia del 20%. Cifre da brivido, non c’è che dire.

Indubbiamente, la crisi in atto da 5 anni a questa parte gioca un ruolo non piccolo, e lo stesso dicasi per le malefatte dei governi succedutisi negli ultimi 20 anni, che hanno fatto di tutto per tutelare le posizioni di potere esistenti, dalle quali, per definizione, i giovani sono esclusi. Da un lato, la sinistra si è da sempre piegata ai diktat della Cgil, finalizzati al mantenimento di un mercato del lavoro rigido, imperniato sul posto fisso, che protegge solo chi il lavoro già ce l’ha a discapito di chi lo deve cercare, ossia i giovani, per l’appunto. Dall’altro, il centrodestra ha vergognosamente tradito i suoi propositi di rivoluzione liberale, difendendo strenuamente ogni forma di corporativismo e battendosi con forza contro la liberalizzazione di commerci e professioni. Infine, Monti, con la sua politica di tasse ha fiaccato l’economia, rendendo ancor più difficile assumere, soprattutto con la riforma del lavoro fallimentare ideata dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero, che ha irrigidito ulteriormente un mercato del lavoro aumentando i costi connessi all’assunzione del personale.

Certo, gli errori della politica vengono da lontano, a partire dall’adesione a ideologie pseudo-progressiste che in realtà hanno contribuito ad affossare la nostra istruzione e con essa l’intero paese. Con la scuola media unificata si è iniziato a castrare quel percorso formativo che vedeva nelle scuole tecniche e professionali una fucina di tecnici che hanno fatto la fortuna delle nostre industrie, e si è proceduto a una “liceizzazione” delle future generazioni, creando così i presupposti per una fucina di disoccupati e sottoccupati. Come sottolineato dal segretario della Confartigianato di Mestre Giuseppe Bortolussi, nel 2011 le imprese non sono riuscite a coprire più di 45mila posti di lavoro per giovani fino a 19 anni e ogni anno il problema si ripete. Infatti, nel primo semestre del 2012 si cercavano 21887 fra cuochi e camerieri, 10mila commessi, 5700 tecnici informatici, 2110 esperti in scienze matematiche, 1800 estetiste e ancora muratori, falegnami, carrozzieri, tecnici amministrativi, manutentori e installatori di impianti di condizionamento. Mentre in Italia lavora il 18,6% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, in Germania, la percentuale sale al 46,3%, in Austria al 53% e in Danimarca al 53,8%, perché in quei paesi, chi frequenta un istituto professionale fa pratica retribuita seguito da un artigiano esperto già durante l’anno scolastico per due giorni la settimana, pur in un sistema scolastico in cui si imparano letteratura e lingue straniere. Inoltre, tra i laureati scarseggiano quelli in materie tecnico-scientifiche.

Detto degli errori della nostra politica, occorre però rimarcare i difetti e le carenze, sia della nostra formazione, sia dell’approccio ad essa da parte del cittadino comune. Paese ancora prevalentemente agricolo alla fine del secondo conflitto mondiale, l’Italia ha conosciuto un’industrializzazione fortissimamente accelerata e assai compressa nei tempi, il che ha fatto sì che alcune abitudini degli italiani siano rimaste un po’ quelle di un mondo contadino bisognoso di riscatto dalla miseria. E se fra gli anni Cinquanta e Settanta era del tutto comprensibile l’esigenza di vedere il figlio laureato da parte di un contadino analfabeta o di un operaio immigrato dal sud nelle fabbriche del nord, oggi questa opzione non può più essere dettata da esigenze di riscatto sociale del tutto assenti. La laurea come riscatto dalla povertà è un retaggio di tempi andati, tipico di un paese arretrato. E poi, quel che è vero per l’Italia lo è in buona parte anche per altri paesi europei, in cui gran parte della disoccupazione giovanile è concentrata nei settori a più alta scolarizzazione. Da tempo vado dicendo che è ora di finirla con quella retorica che statalista secondo cui bisogna investire sui giovani, intendendo con questo più spesa pubblica per scuola e università. Al contrario, bisognerebbe aumentare le tasse universitarie facendo pagare il prezzo pieno (circa 10mila € l’anno) a chi vuole frequentare l’università, perché un investimento è tale se il rischio che esso comporta è a carico di chi lo effettua (in questo caso lo studente universitario). Inoltre, non tutti sono in grado di trarre gli stessi vantaggi da un’esperienza come quella universitaria. In certi casi, frequentare un istituto professionale ed entrare da subito nel mondo del lavoro può essere la soluzione migliore, anche per chi, un domani, volesse perfezionarsi con corsi di studio avanzati, la cui scelta sarebbe più consapevole e mirata, in quanto non fatta al buio, ma in seguito a un’esperienza professionale già maturata sul campo.

La triste verità è che l’università democratica aperta a tutti, lungi dal rendere accessibile a tutti la cultura, non fa che svalutare l’istituzione universitaria trasformandola in un laureificio all’ingrosso. E poiché i costi dell’università sono in gran parte a carico della collettività, la scelta dei corsi da parte degli studenti verterà su ciò che piace e non su ciò che è utile. Salvo poi scoprire, una volta laureati, che avrebbero fatto meglio a fare tutt’altro e che è troppo tardi per recuperare il tempo perduto.

*http://carlozucchi.wordpress.com

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Bernardelli, sul Po tornano i nostalgici della secessione: ora o mai più

Articolo successivo

I grimaldelli elettorali della sinistra