Si lasci perdere la Lega e si torni a suonare i campanelli ai vicini

di VITTORE VANTINI*

Prendo spunto dall’ottimo e soprattutto esauriente articolo di Giulio Arrighini, Segretario Nazionale dell’Unione Padana, per ribadire la mia posizione perfettamente consonante con la sua riguardo alla Lega.

Non posso non pensare che chi parla o (peggio) difende oggi la Lega appartenga a due uniche categorie: quelli che ci hanno marciato e mangiato (incuranti dell’alto tradimento delle geniali idee di Miglio e delle speranze – mal riposte – di tanti ingenui e ignoranti supporters) e coloro che, per scarsa presenza di materia grigia, si ostinano a plaudire Bossi o che trovano in Maroni il nuovo idolo o un new deal così improbabile da rasentare la farsa. Per la verità ci sarebbe anche un’altra categoria di persone. Quelle dalla schiena assai poco dritta e dalla dignità a scartamento ridotto. Pronti a ritornare ai vecchi stalli, perchè la carega sicura e “prestigiosa” è una efficientissima scolorina adatta a cancellare a fondo molte verità scomode e inconfessabili.

Per questo ho più volte pregato i responsabili di questo giornale di lasciar perdere la Lega e i suoi vecchi e compromessi arnesi, talmente dotati di facce di tolla da poter oggi riaffermare, dopo anni di servilismo al potere romano e riaprendo vecchi forzieri abbandonati da anni nelle soffitte, vecchi concetti e idealità prostituite. Altro che ipotizzare per i Movimenti indipendentisti fantomatiche convocazioni da parte di Maroni o di altri. Altro che pensare che i numeri contino a qualsiasi costo. Questi sono concetti della politica imperante, che non conosce nè vergogna, nè ravvedimento. Di una politica del tanto peggio tanto meglio, priva di scatti di moralità, che vede solo traguardi di potere a qualsiasi prezzo.

Siamo di fronte, dopo gli ultimi vent’anni di sciagurata politica e di progressiva riduzione in schiavitù del popolo, ad almeno una metà di cittadini (forse sarebbe meglio dire “individui”) che non ne possono più e non credono più a niente, nonostante il fatto che i messaggi (parlo pro domo mea) dell’Unione Padana siano esattamente ciò che la maggioranza vorrebbe. Indipendenza, giustizia sociale, equità e sopportabilità fiscale, poche ma giuste e inflessibili leggi e tante altre cose ancora. Ma, allora, perchè il nostro seguito è tuttora piuttosto esiguo? Probabilmente perchè ci comportiamo alla stregua della “monade” di Leibniz, tendiamo ad essere un mondo che si guarda dal di dentro, pago di darsi ragione, orgoglioso e soddisfatto di essere nel giusto. Parliamo troppo tra di noi e poco al popolo. Non concepiamo, a parte rari casi, manifestazioni e/o azioni, che scuotano i sonnolenti cittadini.

Ciascuno di noi indipendentisti deve trovare il coraggio e la volonterosa costanza di cominciare o di continuare ad essere la voce che grida nel deserto, sia pure agnello tra i lupi, sia pure sbeffeggiato dai “veri” politici (quelli di cui sopra!). Lasciamo perdere i bizantinismi del “non si può”, del “non ce lo permetteranno mai”, del “è una totale utopia”. Immaginiamo un Nord nel quale una alta percentuale di cittadini sia pronta all’azione (pacifica, ma irremovibile). Per ottenere ciò occorre che ciascuno di noi faccia proseliti senza stancarsi mai. Se è vero che nelle nostre menti e nei nostri cuori vi è purezza di intenti e alberga l’onesta e la sincerità (oltre al disinteresse), diamoci da fare sia in modo organizzato, sia con l’impegno personale. I Soci militanti di un movimento non sono propriamente quelli che vanno a tutte le riunioni, ma quelli che escono di casa e vanno a suonare i campanelli dei vicini.

*Unione Padana

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