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Un politico è un uomo di Stato che pone la nazione al suo servizio

statoeticodi ENZO TRENTIN – Matteo Renzi sembra adeguarsi egregiamente al titolo che diamo a questo intervento. Anzi con le modifiche alla Costituzione del 1948, per cui è previsto un referendum confermativo a ottobre, sembra calzare perfettamente le vesti del famoso Marchese del Grillo:  «Ah… mi dispiace. Ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!»

Non da meno gli fa eco Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto, laddove persiste nella allucinata determinazione d’indire un referendum consultivo per l’autonomia del Veneto che non solo le modifiche costituzionali volute da Renzi & Co. non prevedono, anzi; ma che un Parlamento illegittimo, secondo la sentenza della Corte costituzionale del dicembre 2013, ed altri di questa conformazione non concederanno mai.

Lo Zio Tom Luca Zaia, e gli altri manovali e i braccianti dell’indipendentismo veneto suoi pari,  scrivono e sostengono: «Però la schiacciante vittoria del Sì all’Autonomia, renderà di fatto consapevoli i Veneti della loro volontà, la loro identità, il loro senso d’appartenenza a questa terra. Vi sarà una campagna informativa per i Veneti tutti che punterà sulla nostra storia, sul nostro percorso culturale, sulle nostre radici Venete e non Italiche, sui soprusi avvenuti e taciuti in queste terre. Si creerà una coesione identitaria, un senso d’appartenenza collegati all’obbiettivo motivazionale attorno al referendum, l’Italia non concederà pressoché nulla creando un senso di perdita su qualche cosa di democraticamente ottenuto, questo creerà una voglia di rivalsa che oggi non in tutti c’è!»

Caltrano

Questi peones dell’indipendentismo veneto ignorano in realtà alcuni princìpi fondamentali su cui si reggeva la millenaria Repubblica di San Marco. Abbiamo già scritto qui: http://www.lindipendenzanuova.com/autodeterminazione-nei-comuni-si-puo-a-quando-una-costituente-veneta/ di come il Comune di Caltrano (VI) si gestiva mediante Statuti di autogoverno. Ed ora il lettore Alberto Pento ci segnala una nota per rafforzare questa cognizione: «1. Gli Statuti comunali del 1545 – Durante la repubblica veneta (1404-1797) la Serenissima esercitò il proprio dominio in modo diretto solo nei capoluoghi e nelle città di maggior rilievo attraverso i Rettori, cioè il Podestà (con prerogative civili e giudiziarie) e il Capitano (al quale competeva il comando delle milizie ma anche il controllo dell’intero Territorio o – diremmo oggi – Provincia), mentre rispettò l’autonomia locale delle comunità minori lasciando a tutte amplissima libertà di dotarsi di un proprio Statuto, di scegliere cioè come governarsi, di stabilire le regole della convivenza, purché queste naturalmente non andassero contro le leggi della Signoria di Venezia e fossero comunque garantite le quote [che decidevano i Comuni e non la Signoria. Ndr] di gravezze o imposte dirette. L’organizzazione della vita civile nei Comuni rurali era regolata fin dal Medioevo da norme e da consuetudini tramandate spesso in forma orale e abbastanza simili tra paese e paese».

 

Ecco perché Luca Zaia è uno Zio Tom dell’indipendentismo veneto, perché non solo rimane sordo alle modifiche dello Statuto regionale (che spetta esclusivamente a lui ed al suo Consiglio regionale) introducendovi reali strumenti di democrazia diretta; [a tutt’oggi è inevasa questa petizione: https://piudemocraziavenezia.wordpress.com/2015/11/20/consegnate-le-petizioni-alla-regione-veneto-per-la-democrazia-diretta/ ] ma nemmeno sollecita i Comuni del suo territorio a farlo.

 

Lo Zio Tom e suoi sodali sproloquiano all’infinito dichiarando di volere un territorio veneto gestito come la vicina Svizzera, ma non sanno o non vogliono prendere atto di come tra quelle montagne si amministri la Res publica.  In “La democrazia diretta vista da vicino!” (Ed. Mimesis) Leonello Zaquini, un ingegnere italiano emigrato in Svizzera, nei primi anni del 1990, al tempo dei “cervelli in fuga”, che è stato eletto nel Consiglio comunale della città degli orologiai racconta la democrazia diretta, il suo uso, i suoi effetti sui cittadini e sui rappresentanti:

 

«È solo lì che ho veramente capito a cosa serve questa forma di democrazia (la democrazia diretta). La sua esistenza determina il fatto che ad ogni seduta del Consiglio, come in tutte le riunioni delle Commissioni, ma anche nelle riunioni preparatorie interne ai gruppi consiliari, (i partiti), insomma sempre, la domanda ricorrente tra i rappresentanti eletti sia: “… e se poi i cittadini prendono l’iniziativa?” Un intervento in Consiglio può terminare con la seguente frase: “…per cui, cari colleghi consiglieri, teniamo conto che questa sera prendiamo noi questa decisione, oppure non è affatto escluso che i cittadini prenderanno loro stessi l’iniziativa…”.
I cittadini questa benedetta iniziativa non la prendono quasi mai, eppure questa semplice eventualità influenza tutto il sistema rappresentativo nel suo agire quotidiano. Se poi i cittadini “prendono l’iniziativa” non succede niente di grave per i rappresentanti, resta il fatto che questi sono come forzati a fare veramente i “rappresentanti”, nel senso corretto e proprio del termine, dato che si domandano continuamente se e cosa i cittadini deciderebbero al posto loro. E se lo domandano perché questi possono effettivamente decidere al posto loro. […] (ovvero) si domandano continuamente se e cosa i cittadini deciderebbero al posto loro, nel senso corretto e proprio del termine. E se lo domandano perché questi possono effettivamente decidere al posto loro».

 

Gli svizzeri lo possono fare perché, al contrario di quanto avviene a livello nazionale, nelle Regioni e nei Comuni amministrati dalla partitocrazia italiota, loro hanno quegli strumenti per l’esercizio della sovranità popolare che non è solo un vuoto enunciato del Comma 2, dell’articolo 1 della Costituzione “più bella del mondo”; ma solo per guitti di regime lautamente remunerati.

 

Quanto sia infondata ogni paura riguardo gli strumenti di democrazia diretta lo si può verificare anche nella prassi ormai ventennale della Baviera. Le iniziative popolari su questioni che riguardano progetti di mobilità, di servizio, economici, sociali, infrastrutturali e culturali sono ormai 2.676, che hanno portato a 1.629 votazioni referendarie. La partecipazione dei cittadini supera in media il 50%, e proprio nulla fa rilevare che l’esercizio di questo potere abbia comportato svantaggi per l’economia bavarese. Anzi, questi strumenti di partecipazione, dopo averne fatto esperienza per molti anni, vengono ora apprezzati anche dagli oppositori di una volta.
Se non ne sono convinti, agli Zio Tom dell’indipendentismo ricordiamo che: «Il potere entro l’ordine e al servizio del diritto è il polo opposto alla violenza, intesa come il potere privo di diritto e ad esso contrario. Di conseguenza, per ogni società è importante superare il sospetto sul diritto e i suoi ordinamenti, poiché solo così si può bandire l’arbitrio e vivere la libertà in quanto bene condiviso. Il sospetto nei confronti del diritto, la rivolta contro di esso sorgeranno sempre quando il diritto stesso non apparirà più come espressione di una giustizia che sia al servizio di tutti, ma come il prodotto di un arbitrio, di una pretesa di essere nel diritto solo perché si detiene il potere su di esso.» (da “Etica, religione e Stato liberale” di Joseph Ratzinger, Jürgen Habermans, Editrice Morcelliana, pag. 41).

 

 

 

 

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