UN PAESE NORMALE – E adesso indagine sulla diffusione dei filmati sui fatti di Santa Maria Capua a Vetere. Bernardelli: giornalismo è diffondere le notizie o tenerle nel cassetto?

di Roberto Bernardelli – Nessuno è colpevole fino a  prova contraria, fino a quando non si sono raggiunti i tre gradi di giudizio. La vicenda dei video sulle presunte violenze in carcere in  Campania impongono non solo una riflessione ma una presa di posizione. Non andavano diffusi? O è un diritto essere informati? Il giornalista che riceve quelle immagini le tiene per sè o le pubblica, alla luce soprattutto delle gravi prese di posizione dei magistrati che stanno effettuando le indagini? Qui non si tratta di parteggiare per l’uno o per l’altro ma di interrogarsi se quelle immagini abbiano o meno un valore pubblico, se siano di interesse pubblico. Per me lo sono. Eccome. Poi il tribunale ci dirà come sono andate le cose.

E per dovere di cronaca, pubblichiamo anche quanto afferma chi non la pensa così ed anzi, parla di una indagine sulla diffusione dei video.

“La diffusione delle immagini del carcere di Santa Maria Capua Vetere rischia di inficiare il risultato delle indagini in corso. Una situazione che crea problemi connessi in primis alla tutela della privacy, ma anche alla sicurezza del personale, soprattutto se si tiene conto dei segnali che stanno arrivando, come gli striscioni che compaiono in questi giorni contro la Penitenziaria”. Lo ha detto a LaPresse Giuseppe Moretti, presidente del sindacato Uspp, commentando l’apertura di un fascicolo di indagine sulla diffusione del filmati delle presunte violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

In questo paese la diffamazione si punisce ancora con il carcere. E quando i giornalisti pubblicano le notizie di un presunto crimine, si aprono inchieste sulla diffusione di alcuni atti. A voi torna tutto?

Più espressamente, è stato aperto per il reato di rivelazione d’atti d’ufficio il fascicolo della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) che vuole far luce sulla diffusione dei video da parte di organi di stampa, che riprendono i pestaggi di detenuti avvenuti al carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Video, che essendo atti di un’indagine non ancora conclusa, non potevano essere diffusi, come previsto dal codice di procedura penale (articolo 114), che vieta “la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, degli atti coperti dal segreto o anche solo del loro contenuto”, e cio’ almeno “fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare”.

Fatti che integrano gli estremi del reato di rivelazione d’atti d’ufficio (articolo 326 del codice penale), fattispecie che mira a punire “il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualita’, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza”. La punizione è da sei mesi a tre anni.

Se non fossero state pubblicate quelle immagini, per quanti mesi o anni, non avremmo saputo cosa si sarebbe consumato in carcere? Nessun dibattito, nessuna censura sociale e politica, nessun approfondimento su altre strutture. La legge è davvero in nome del popolo italiano?

Onorevole Roberto Bernardelli, presidente Grande Nord

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Il solito reddito di cittadinanza agli spacciatori o a chi è in carcere

Articolo successivo

Serenissima, la madre delle macroegioni