REGUZZONI-MAURO-BELSITO: LA TRIMURTI. DOZZO CAPOGRUPPO

di GIANLUCA MARCHI

Un tempo, soprattutto negli anni della Prima Repubblica, si parlava spesso di Trimurti, volendo intentedere le tre maggiori sigle sindacali italiane, Cgil-Cisl-Uil, che si muovevano come un solo soggetto contro l’avversario di turno. Ebbene oggi che il sindacato è spesso diviso, la Trimurti la possiamo trovare, in versione aggiornata e corretta, dentro la Lega Nord, un partito che, al di là dei patetici tentativi di presentarsi unito e compatto in vista della manifestazione di domenica a Milano, in realtà è attraversato da una bagarre e da lotte interne senza precedenti. E persino all’interno dei due schieramenti che si usa delineare, cioè i cerchisti e i maroniani, non è che siano tutte rose e fiori. Preferiamo parlare di cerchisti e non di bossiani, perché fondamentalmente la Lega è e resta bossiana, nel senso che almeno in una cosa tende a essere sulla stessa lunghezza d’onda, quella di tributare un più o meno doveroso omaggio al vecchio capo ormai in odore di archiviazione.

Nel Carroccio di oggi, attraversato da spinte e polemiche senza fine, ci sono tuttavia tre personaggi che stanno catalizzando  il maggior indice di impopolarità. La Trimurti leghista, appunto e cioè Marco Reguzzoni, Rosi Mauro e Francesco Belsito: rispettivamente il capogruppo alla Camera, la vicepresidente del Senato e il cassiere del partito. Tutti esponenti del “cerchio malefico”, anzi i pilastri su cui si regge il potere di controllo del partito alle spalle della moglie di Bossi.

Della Trimurti Reguzzoni è l’esponente più esposto in questi ultimi giorni, sia perché Maroni alla serata di Varese l’ha preso direttamente di mira, senza per altro mai citarlo, sia perché il suo ruolo di guida del gruppo parlamentare viene costantemente minato dagli atteggiamenti e dalle prese di posizione dei deputati maroniani. E’ indubbiamente un brutto momento per colui che, essendo stato da giovanissimo presidente della Provincia di Varese, sembra avere imboccato una carriera in continua crescita, tanto da essere considerato, per qualche tempo, il vero delfino in pectore del Senatur.  Ormai la maggior parte dei suoi colleghi deputati lo prende a male parole . E ieri sera Bossi ha annunciato che il nuovo capogruppo sarà il trevigiano Giampaolo Dozzo (nella foto a fianco), parlamentare di lungo corso uomo  di mediazione in un momento assai complesso nella vita del partito. Il segretario ha inoltre aggiunto che Reguzzoni e Maroni hanno fatto entrambi un passo indietro, annunciando pomposamente che, dopo un vertice di dirigenti, l’unità del partito è stata ristabilita- Vedremo quanto dura. Il nuovo capogruppo, ex sottosegretario all’Agricoltura (ma allora gli era stato promesso il ministero, che invece all’ultimo momento andò al suo conterraneo Luca Zaia) è esponente della vecchia guardia e nel compiere questa scelta non è escluso che Bossi abbia raccolto i suggerimenti di alcuni esponenti della prima ora, fra i quali il vicentino Stefano Stefani, a lungo presidente federale, che potrebbe aver svolto un ruolo di mediazione per tentare di raffreddare le acque bollenti.

Ed eccoci a Rosi Mauro, vicepresidente vicario del Senato, la “badante” secondo la vulgata più diffusa (o Mamma Ebe secondo altre malignità), per via del ruolo di scudo e sorveglianza assunto dopo la malattia che ha colpito Umberto Bossi (sempre in accordo con la moglie Manuela), al punto da aver preso casa a Gemonio per stare più vicina al sacro focolare. Vicepresidente vicario del Senato, per qualche giorno è stata anche capo di Stato in occasione dell’assenza contemporanea dall’Italia di Napolitano e Schifani. Anche se i più la ricordano per una folle e comica gestione di una seduta dell’Aula che fece il giro del mondo. Pugliese di nascita, è da tempo immemorabile numero uno del Sin.Pa. , il misterioso Sindacato Padano di cui non si è mai conosciuta la vera consistenza in fatto di iscritti, che ha costituito però il suo trampolino di lancio verso le poltrone politiche, insieme ovviamente allo strettissimo rapporto siglato con Manuela Marrone.

Infine Francesco Belsito, il famigerato cassiere che ha investito sette milioni di euro in strane triangolazioni fra Tanzania, Cipro e corone danesi. Spuntato pressoché dal nulla dopo la morte del mitico tesoriere del Carroccio Maurizio Balocchi, è conosciuto più che altro per essersi occupato di discoteche ed essere stato autista dell’ex ministro Alfredo Biondi. Passato alla Lega, è diventato il portaborse di Balocchi, dal quale con tutta probabilità ha ereditato più di un segreto intorno alle finanze del Carroccio, al punto che, alla scomparsa del suo superiore, ha preteso di prenderne il posto non solo in via Bellerio, ma anche nel governo Berlusconi come sottosegretario. Di contro si è messo al servizio della ditta Bossi&Figli. Fino alla clamorosa vicenda dell’investimento dei soldi all’estero, che ha fatto imbestialire non solo la base dle movimento, ma anche gran parte dei parlamentari, che si autotassano per finanziare il movimento e i media padani, e poi scoprono che i soldi del partito prendono strade oltrefrontiera. C’è da credere che domenica, quando in via Bellerio si terrà il Consiglio federale post manifestazione milanese contro il governo Monti, Belsito venga messo alle strette da chi, dentro il vertice del Carroccio, vorrà chiarezza intorno all’operazione Tanzania, pretenderà chiarimenti, cifre e rendimenti, oltre che spiegazioni su dove finiscono i soldi dell’autotassazione di deputati e senatori, visto che le casse delle sezioni e dei mezzi di informazione padani piangono miseria.

E già che abbiamo parlato del Federale di domenica, in quell’occasione si attende da Bossi il via libera alla celebrazione dei congressi, il che eviterebbe la raccolta delle firme da parte degli iscritti già avviata in alcune zone della Padania. Le assise nazionali di Lombardia, Veneto e Piemonte, stando all’annuncio, dovrebbero svolgersi entro l’estate. Nulla di certo, invece, per il congresso federale che è fermo al 2002. Il Senatur, dopo il Maroni Night di Varese, sarebbe apparso  “ringalluzzito” a chi ha avuto modo di incontrarlo e poco propenso a lasciare la segreteria. In Veneto è già in corso da tempo la guerra del segretario Giampaolo Gobbo, bossiano di ferro, contro il sindaco di Verona Flavio Tosi, come dimostra l’intervista che minaccia cacciate dalla Lega per chi fa liste proprie alle amministrative. Gobbo è in sella da 15 anni e appare deciso a rimanere imbullonato alla poltrona. In Lombardia, invece, dove il segretario nazionale Giancarlo Giorgetti annuncia di voler dare le dimissioni un giorno sì e l’altro pure, potrebbe andare in scena il tentativo di riscossa di Reguzzoni, dopo la sconfitta di ieri. In Piemonte, infine, si dovrebbe consumare l’ultimo atto dello scontro fra il governatore Roberto Cota e l’assessore regionale Massimo Giordano, un tempo sodali e ora nemici per la pelle.

E veniamo alla manifestazione di Milanodi domattina, dove si prevede che parlino solo Bossi, Maroni e Calderoli. Anche se si vocifera che Reguzzoni e i cerchisti starebbero organizzando un gruppo di “fedelissimi” da piazzare sotto il palco con l’intento di inneggiare a Bossi quando interverrà Maroni,  al fine di scatenare la reazione dei militanti maroniani e offrire così  l’immagine che questi ultimi sarebbero contro il vecchio e intoccabile Bossi. Un rischio che l’ex ministro deve aver ben presente e che intende evitare, come hanno dimostrato le sue parole di fedeltà a Bossi pronunciate dopo la manifestazione di Varese. Pare comunque sia in corso una grande incetta di fischietti per sostenere le rispettive fazioni.

Insomma, quella che si sta giocando è una partita complessa dove sono ammessi anche i tiri mancini.

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