La purga di Travaglio: “In galera gli evasori fiscali”

di CLAUDIO ROMITI

Ospite di Dietlinde Gruber detta Lilli, su La7, Marco Travaglio ha esposto la sua personale ricetta per uscire dalla crisi economica: sbattere in galera gli evasori fiscali. D’altro canto l’uso delle manette, secondo questo cantore della forca, rappresenta da sempre il principale strumento per realizzare il benessere in ogni campo della nostra esistenza. Tanto è vero che Indro Montanelli, il quale se lo portò con sé  dal Giornale alla Voce, scrisse nell’introduzione ad un libro dello stesso Travaglio che che costui “è un grande inquisitore, da far impallidire Vysinskij, il bieco strumento delle purghe di Stalin. Non uccide nessuno col coltello. Usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio. Immaginate il dossier che un simile segugio può aver compilato su Berlusconi, che a pranzo ha completamente dimenticato ciò che ha detto a colazione”.

Proprio il confronto con un personaggio di uno dei peggiori regimi che l’umanità abbia mai conosciuto mi sembra molto adatto a definire il pensiero e la modalità di azione del vice-direttore del Fatto Quotidiano.

Si notano molte analogie con lo stalinismo il quale, onde giustificare i propri fallimenti, inventava complotti e capri espiatori da uccidere e deportare. E se per il georgiano dalle larghe spalle i kulaki, ossia i liberi contadini russi, hanno costituito uno dei bersagli principali a cui addossare ogni male sociale, Travaglio trova nel cosiddetto evasore il nemico del popolo da scaraventare in gattabuia. Ed è paradossale che in realtà, pur all’interno di enormi differenze storiche, tanto nell’urss quanto nell’Italia delle tasse, proprio l’odiato sommerso consentiva ieri e consente oggi allo stesso popolo di non morire letteralmente di fame. Su questo piano la statolatria forcaiola del giullare di Santoro lo rende completamente cieco di fronte a due verità incontrovertibili:

a) Le tasse non sono la soluzione, bensì il problema;

b) Tutto ciò che sfugge ad un sistema pubblico che controlla ben oltre metà del reddito nazionale contribuisce a non far crollare l’intera economia.

Da qui ne discende che trasformare gli evasori in una sorta di perseguitati politici da deportare in Siberia corrisponde letteralmente a segare l’albero su cui anche Travaglio è seduto.

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