Tosi: il referendum per l’indipendenza serve solo per spaventare Roma

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PADOVA—Matteo Salvini il galvanizzatore è passato da Padova per dare una scrollata delle sue alla platea un po’ avvilita della militanza. E la risposta delle truppe venete è stata immediata: il consiglio nazionale, guidato da Flavio Tosi, ha deciso che si torna in piazza con i mitici gazebo (500), per una grande campagna di primavera destinata a sostenere il progetto del referendum sull’indipendenza del Veneto.

Segretario Tosi, ma lei non era un po’ freddino su questo tema dell’indipendenza? «Freddino? E allora spiegatemi perché avrei portato e fatto approvare nel mio consiglio comunale, a Verona, un ordine del giorno a sostegno del referendum. Noi vogliamo che i cittadini veneti possano esprimersi, anche dicendo di no all’indipendenza se non ci credono, ma che possano dirlo».

Diciamo meglio: freddo rispetto all’effettiva possibilità che questa benedetta consultazione si possa concretamente tenere. «Ma a me interessa più che altro per dare un segnale politico, anzi, uno schiaffo allo Stato centrale. Se anche il consiglio regionale soltanto votasse per il referendum, sarebbe uno strappo fortissimo. Queste sono cose che spaventano, giù a Roma».

Infatti, faranno di tutto per impedirvelo, non crede? «Sicuramente, diranno che assolutamente non si può. Ma è giusto battersi fino in fondo contro questo Stato. In giro tra la gente vedo autentica disperazione, io credo che questa sia una battaglia importante».

Qualcuno potrebbe obiettare: la proposta indipendentista non è in contrasto con il progetto politico della sua fondazione, «Ricostruiamo il Paese», che si rivolge per l’appunto a interlocutori dal Nord al Sud? «Non vedo il conflitto tra le due cose. Io resto federalista, non secessionista, e i due progetti possono camminare insieme. Però dobbiamo avere ben chiaro il fatto che, da Roma, non ti regalano niente: bisogna mettergli paura, per ottenere qualcosa».

Cioè: li spaventate agitando lo spettro dell’indipendenza del Veneto per poi andare a trattare su qualcosa di più concreto? «L’idea è questa. Sappiamo tutti che l’effetto pratico di questa battaglia non sarà l’indipendenza del Veneto».

Il vostro segretario federale Salvini, che è lombardo, si è entusiasmato per questa sfida. Ma com’è che dalle sue parti i leghisti non sentono affatto questa esigenza? «Semplice, in Veneto c’è una storia di popolo che loro non hanno, sono gli stessi lombardi che lo riconoscono e un po’ ci invidiano per questo».

Questo primo mese di segreteria Salvini è stato caratterizzato da un grandissimo attivismo, quasi da capopopolo, su temi politicamente molto marcati: è stato un impatto positivo? «Quando, con Roberto Maroni, abbiamo pensato a Salvini come segretario federale, da lui ci aspettavamo esattamente questo: che facesse il movimentista, che si muovesse con efficacia sul territorio ».

Bisognava rimotivare una base sfiancata? «Sì, ce n’era bisogno. E poi la Lega storicamente è sempre stata di lotta e di governo, solo che negli ultimi tempi era rimasta poca lotta e c’era molto governo. Con Salvini abbiamo riequilibrato la tendenza. Del resto, questo ruolo è coerente con il suo modo di intendere l’azione politica».

Un po’ da capo ultrà del Milan? «Sì, so che calcisticamente pende da quella parte (domenica sera si è giocata Milan-Hellas Verona e ha vinto il Milan, ndr»)».

A Padova si è candidato pubblicamente il senatore Massimo Bitonci per la corsa a sindaco: contate di aggregare attorno a lui le altre forze di centrodestra? «Normalmente, quando si tratta di una grande città come Padova, le candidature a sindaco vengono valutate della segreterie politiche, insieme con gli altri partiti di area. Questo passaggio ci sarà sicuramente anche a Padova. Poi, magari, finirà che correremo da soli con Bitonci ma prima ci vogliamo ragionare insieme. Anche perché, se si va divisi, sappiamo tutti benissimo che Padova è praticamente persa in partenza».

da: corrieredelveneto.corriere.it di Alessandro Zulin

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