TOBIN TAX, UNA NUOVA TASSA NON ABBASSA LA PRESSIONE FISCALE

di MATTEO CORSINI

“In primo luogo, perché un’imposta sulle transazioni finanziarie?… Per prima cosa, il settore finanziario europeo non paga l’Iva. E’ un fatto abbastanza sorprendente, dal momento che l’Iva si applica a qualsiasi bene vogliate acquistare, che sia un televisore, un formaggio, un’automobile o un paio di scarpe per i vostri figli… Quale sarebbe l’effetto di un’imposta sulle transazioni finanziarie per il bilancio dell’Ue, i relativi contributi nazionali e il contribuente europeo medio? Uno dei punti chiave… è proprio quello di far sì che gli Stati membri contribuiscano meno – e sottolineo molto meno – ai futuri bilanci del’Ue.” (J. Lewandowsky)

Janusz Lewandowsky è commissario europeo alla Pianificazione finanziaria. Apro una parentesi. Ogni volta che leggo il termine pianificazione provo un certo disagio, anche quando se ne parla a livello aziendale. A maggior ragione se la parola pianificazione è associata all’attività di una qualche struttura burocratica. Chiusa parentesi.

Da qualche tempo la Commissione europea e alcuni Stati membri vorrebbero introdurre un’imposta sulle transazioni finanziarie, sulla falsariga di quella ideata nel 1972 e poi rinnegata da James Tobin. L’Italia, contraria all’epoca di Tremonti, è invece favorevole da quando il ministro dell’Economia è Monti. Non voglio entrare nel merito della Tobin Tax, i cui aspetti critici sono stati più volte messi in evidenza e dei quali mi sono occupato io stesso in passato su altre testate. Mi interessa, piuttosto, sottolineare l’inconsistenza di quanto afferma il commissario dal cognome impronunciabile.

Il fatto che le transazioni finanziarie non siano (ancora) soggette al pagamento dell’Iva non mi sembra di per sé un buon motivo per imporre la Tobin Tax. Le attività finanziarie sono già tassate sia a livello di redditi prodotti (siano essi interessi o utili da negoziazione), sia, in alcuni Paesi (tra cui, manco a dirlo, l’Italia) a livello patrimoniale, ancorché da noi la patrimoniale la si sia voluta eufemisticamente chiamare imposta di bollo. Secondo Lewandowsky, poi, il contribuente medio europeo trarrebbe giovamento dall’introduzione di questa imposta, perché ciò ridurrebbe i contributi dei Paesi membri al finanziamento della (esosa) Commissione europea e, indirettamente, gli oneri a suo carico. Il tutto per via del fatto che l’imposta, così come ideata, pare non colpirebbe gli investitori al dettaglio, ma solo quelli istituzionali. In sostanza, secondo Lewandowsky a pagare sarebbero solo le banche.

Posto che anche le banche, per quanto invise ai più, sono contribuenti (e quindi non partono da una tassazione pari a zero), Lewandowsky pare dare per scontato che gli oneri di quell’imposta resterebbero interamente a carico degli intermediari e non verrebbero neppure in parte traslati sui clienti. A me pare un’ipotesi poco realistica. Così come è poco realistico che l’introduzione di una nuova imposta abbassi il carico fiscale, se non ne sostituisce una dallo stesso gettito. Nel qual caso, peraltro, l’unico effetto è una parziale redistribuzione del carico fiscale. Ma se si ragiona a livello di “contribuente medio europeo”, per definizione una nuova imposta che (pare) non ne sostituisca altre comporta un aumento della pressione fiscale. Nulla di nuovo, ahimè.

 

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