Tibet, l’autodeterminazione non è un diritto della teocrazia

di SERGIO SALVI

Il sostegno al diritto all’autodeterminazione per tutti i popoli ci rende particolarmente sensibili al desiderio di indipendenza del popolo tibetano, sottoposto alla dura oppressione del governo cinese. Ciò non ci esenta dallo svolgere alcune riflessioni critiche a proposito della figura e della storia del Dalai Lama, in quanto per noi il diritto all’autodeterminazione fa parte di un più ampio e inalienabile diritto alla democrazia (e non alla teocrazia). La storia del Tibet è assai indicativa in proposito e rivela una contraddizione lampante. Essa è legata all’introduzione nel paese del buddismo, avvenuta nel 608: un buddismo particolare che risente del precedente sciamanesimo della religione bon, intinto di magia e di usi particolari nonché irreggimentato dalla classe onnipotente dei lama (maestri).

Nel XIII secolo, il Tibet divenne vassallo dell’impero mongolo di Gengis Khan, così come la stessa Cina. Vi venne introdotto il termine Dalai, che è di origine mongola (Lama, invece, è una parola autoctona). I rapporti spirituali tra Tibet e Mongolia sono da allora così stretti che il buddismo tibetano si è diffuso anche tra i mongoli. Nel 1368, tuttavia, il Tibet divenne vassallo di una Cina divenuta più vigorosa, guidata dalla dinastia Ming, che praticava un diverso buddismo.
Le lotte interne al buddismo e alle sue scuole (lignaggi) furono particolarmente violente in Tibet, che ritornò sotto l’influenza mongola. Nel 1578 i mongoli si schierarono a favore della setta Gelang, al cui capo venne concesso il titolo di Dalai Lama, in quanto ritenuto la manifestazione del Budda della Compassione, e divenne così il sovrano assoluto del Tibet.

Nel 1720, il Dalai Lama si stancò della tutela mongola e chiese, ottenendolo, l’aiuto della Cina, che invase il paese e gli ribadì la funzione di sovrano assoluto stabilendo a Lhasa, la capitale, un suo funzionario, incaricato di un blando controllo. Risalgono ad allora le attuali pretese di sovranità cinese sul Tibet.

Lo stato teocratico tibetano durò fino al 1911, quando la rivoluzione cinese abbatté l’impero Qing e proclamò la repubblica. In quell’occasione, il Dalai Lama si svincolò dalla tutela politica e proclamò l’indipendenza del Tibet, che però non si trasformò in una democrazia, anche se approssimativa, ma rimase uno stato autocratico, al riparo delle sue montagne e dei suoi rituali. Fino al 1950, quando le truppe cinesi della nuova repubblica popolare lo invasero e ne proclamarono l’annessione. Il resto è cosa nota.

A proposito della “dinastia” dei Dalai Lama, va notato che essa non si perpetuava per discendenza biologica, come in Occidente, ma per una serie successiva di reincarnazioni, scovate e riconosciute da un reparto di lama addestrati all’uopo. L’attuale Dalai Lama in esilio è così la quattordicesima incarnazione del primo Dalai Lama, di cui porta del resto il “cognome”: Gyatso. Non si può certo considerare un eletto del popolo. Parlamento, elezioni, volontà popolare sono parole sconosciute lungo tutta la storia del Tibet. E questo ha fornito un alibi prezioso alla conquista cinese. Del resto, la nazione tibetana è tale per la lingua che parla e non per la religione che professa. Il Tibet di cui l’attuale Dalai Lama si trovò a essere il sovrano assoluto, che corrisponde all’attuale Regione Autonoma cinese, è appena la metà, forse meno, del territorio dove si parla tibetano. Il resto è finito, in varie epoche, inglobato nelle province cinesi che attorniano la regione autonoma: soprattutto il Qinghai (dove si è incarnato l’attuale Dalai Lama) ma anche parti del Gansu, dello Yunnan e del Sichuan. È in questo Tibet amministrativamente non tibetano che la lingua e la cultura tibetane resistono meglio, anche perché l’immigrazione cinese non vi è indirizzata da Pechino con tanta determinazione come nella regione autonoma dove ormai i cinesi residenti sono più dei tibetani. È anche in questo Tibet “marginale” che si sta formando un movimento di liberazione nazionale “laico” e democratico alla cui funzione il governo in esilio del Dalai Lama non può assolvere, nonostante le simpatie internazionali, di destra e di sinistra, che lo circondano. Purtroppo, il suo leader è quello che è: un autocrate compassionevole e misericordioso che, da quando è in esilio, appare sempre più illuminato e contaminato dal costume politico occidentale ma niente di più. È sicuramente un difensore lungimirante e appassionato delle tradizioni di un popolo oppresso, ma anche una figura istituzionalmente superata per guidarne il riscatto. Interventi della diplomazia cinese a parte, forse la revoca della concessione della cittadinanza da parte del sindaco di Milano non è così sbagliata come sembra. Una cosa è riconoscere al Papa il magistero spirituale, un’altra riconoscerlo come Capo in esilio (si fa per dire) dello Stato della Chiesa.

 

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