Thatcher: difesa dell’autodeterminazione e guerra al moloch Ue

di STEFANO MAGNI

Margaret Thatcher è morta, ma la sua eredità è ancora viva. La Lady di Ferro, ricordata soprattutto per la sua intransigenza con i sindacati all’interno del Regno Unito e con i nemici della Gran Bretagna all’estero, è ricordata meno come esempio di difesa coerente del diritto di autodeterminazione.

Sì, avete letto bene: diritto di autodeterminazione. Gli irlandesi non la amano a causa della morte, per sciopero della fame, di Bobby Sands e di altri 9 membri dell’Irish Republican Army. La Thatcher non scese a compromessi, non volle ascoltare la loro richiesta di essere riconosciuti di nuovo quali prigionieri politici (“Un crimine è un crimine, non è politica”, disse a proposito dei membri dell’Ira) e, di fatto, li lasciò morire di fame nel carcere di Long Kesh. Per questo drammatico episodio del 1981, gli irredentisti irlandesi la giudicano ancora come un mostro. L’Ira cercò, senza successo, di eliminarla, con una bomba piazzata nell’hotel di Brighton che ospitava la premier e i vertici del Partito Conservatore, nell’ottobre del 1984. Pochi, però, ricordano che fu proprio sotto il governo Thatcher che si aprì il processo di pace con l’Irlanda che, ereditato da John Major e Tony Blair, portò alla fine del lungo conflitto nell’Irlanda del Nord. Già il 6 novembre 1981, la Lady di Ferro incontrò il Teoiseach irlandese Garret FitzGerlad e stabilì con lui la costrizione del Consiglio Intergovernativo Anglo-Irlandese, un forum di incontro fra Dublino e Londra. Fu la prima concessione in assoluto alle aspirazioni irlandesi. Alla Repubblica d’Irlanda fu concesso un ruolo consultivo nel governo dell’Irlanda del Nord dopo l’accordo anglo-irlandese del 15 novembre 1985. Fu il primo passo verso la più recente devolution. La questione irlandese non è ancora finita oggi, ma di sicuro la Thatcher compì i primi passi verso il pieno riconoscimento del diritto di autodeterminazione, combattendo contro chi sparava, ma trattando a viso aperto con chiunque accettasse il dialogo.

La Thatcher difese il diritto di autodeterminazione dei cittadini britannici delle Falkland. La Thatcher confessò apertamente di aver preso in considerazione, sin dal 1979, l’idea di cederle all’Argentina, sotto forma di “leaseback”: una formula che avrebbe garantito agli abitanti delle Falkland di mantenere uno “stile di vita britannico” pur sotto la sovranità di Buenos Aires. Ma, scrive la Thatcher: “Come, in fondo, mi aspettavo, nessuno degli argomenti diplomatici in favore del ‘leaseback’ parve molto convincente agli abitanti delle isole. Non volevano avere niente a che fare con queste proposte. Non avevano fiducia nella dittatura argentina ed erano scettici sulle sue promesse. Ma c’era di più: volevano restare britannici. Lo esposero molto chiaramente a Nick Ridley (ministro del Commonwealth, ndr) quando li visitò due volte per rendersi conto dei loro desideri. Anche la Camera dei Comuni affermava a gran voce che la volontà degli abitanti dovesse essere rispettata. L’ipotesi del ‘leaseback’ fu cancellata. Io non ero disposta a imporre agli abitanti delle isole una sistemazione che era per loro intollerabile. E che neanche io, al posto loro, avrei tollerato”. Dopo l’invasione, la Thatcher riprese l’argomento dell’autodeterminazione durante il tentativo di mediazione di Alexander Haig, allora segretario di Stato americano. Alla sua proposta di trovare una soluzione di compromesso sull’amministrazione delle isole, la Thatcher rispose che: “Se gli abitanti delle Falkland avessero deciso di unirsi all’Argentina, il governo britannico avrebbe rispettato la loro scelta. Ma a sua volta il governo argentino deve essere pronto ad accettare un’espressa volontà degli abitanti di restare britannici”. Pochi giorni dopo, nel suo discorso alla Camera dei Comuni, la Thatcher ribadì che: “La soluzione (della questione delle Falkland, ndr) deve salvaguardare il principio che i desideri degli abitanti delle isole devono avere la priorità assoluta. Non c’è ragione di pensare che preferirebbero un’altra alternativa piuttosto che il ritorno dell’amministrazione di cui godevano prima che l’Argentina mettesse in atto la sua aggressione”. La Thatcher mandò la flotta, all’altro capo del mondo, per combattere e sconfiggere gli aggressori. Non lo fece per un astratto “prestigio britannico”, ma proprio per rispettare la libera volontà di scelta degli abitanti delle Falkland. Benché pochi, benché lontani, andavano rispettati.

Ma ancor più importante è la grande opera incompiuta della Lady di Ferro: la lotta contro il super-Stato europeo. A partire da quel “I want my money back” (rivoglio indietro i miei soldi) pronunciato nel dibattito sul bilancio europeo, gestì un lungo braccio di ferro per l’autonomia del Regno Unito. I soldi dei contribuenti inglesi andavano a finanziare l’agricoltura francese. Lei riuscì ad ottenere il cosiddetto “sconto britannico”: non una graziosa concessione europea, ma un’affermazione del principio di essere padroni in casa propria. E’ diventato famoso il suo triplice “NO!” a Jacques Delors: “Il Presidente della Commissione, Mr. Delors, ha detto in una conferenza stampa l’altro giorno che vorrebbe che il Parlamento europeo fosse il corpo democratico della Comunità, ha voluto che la Commissione sia l’esecutivo e vorrebbe che il Consiglio dei ministri fosse il Senato. No! No! No!”. Non sono solo prese di posizione politiche estemporanee. Dietro c’è un pensiero coerente, favorevole alla conservazione delle sovranità nazionali: “Le nazioni, gli Stati nazionali e le sovranità nazionali – scriveva la Thatcher nelle sue memorie – rappresentano i tasselli più stabili dell’ordine internazionale. Visto superficialmente, questo è un paradosso. Non è forse vero che il nazionalismo ha distrutto la pace europea in due guerre mondiali? In realtà, nel senso più importante, la risposta è no. Lo sfondo della Prima Guerra Mondiale fu l’instabilità di imperi multinazionali e religioni laiche transnazionali, come il comunismo e il nazismo, diedero origine alla Seconda. E in entrambi i casi solo forti Stati nazionali furono in grado di sconfiggere l’aggressore”. La nazione consensuale, vista come elemento di stabilità, è un punto cardine del pensiero thatcheriano: “Per chi è conservatore, ovviamente, la nazione (così come la famiglia) ha anche un profondo e positivo valore sociale; attorno alle sue tradizioni e ai suoi simboli, gli individui con i loro interessi contrastanti possono essere incoraggiati a cooperare e a fare sacrifici per il bene comune. L’appartenenza nazionale ci offre un’ancora psicologica assolutamente essenziale contro le disorientanti tempeste del cambiamento: un’identità che ci dà il senso della continuità dell’esistenza”. La Thatcher, con tenacia e lungimiranza, identificò nella nascente Unione Europea, un nuovo moloch statale multinazionale, distruttore di qualsiasi identità locale: “Anche gli Stati artificiali, che accolgono diverse nazioni con diverse lingue e tradizioni, pagano una sorta di involontario tributo alla forza delle nazionalità, cercando di forgiare una nuova identità nazionale. Questo fu tentato in Unione Sovietica e in Jugoslavia; ora viene tentato ancora nell’Unione Europea. Tali imprese non possono funzionare e generalmente affondano in recriminazioni e odi reciproci. Ma è la stessa artificialità a ispirare spesso negli ideologi gli estremismi dello sciovinismo dottrinario, di volta in volta spietato e ridicolo, dalla deportazione staliniana di massa alla promozione di una versione europea di ‘Dallas’”.

In ogni caso: “Il fallimento dei tentativi di ignorare l’identità nazionale mettendo assieme per via diplomatica convenienti Stati artificiali o dividendo una nazione in più Stati su basi ideologiche, è un carattere comune dei nostri tempi in ogni continente”. Comune anche in Europa, dove al fallimento già manifesto del centralismo di Bruxelles, si sente sempre e solo rispondere l’ideologo di turno che vuole “più Europa”. Fino a che non affonderemo in recriminazioni e odi reciproci, come la Thatcher prevedeva vent’anni fa.

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