Terra Insubre, da 18 anni una palestra di libertà

di PAOLO MATHLOUTHI

Hugo von Hofmannsthal notava che la letteratura è lo spazio sacro di una Nazione, vale a dire la sua autobiografia, lo specchio di Alice nel quale si riflettono vizi e virtù, grandezze e miserie di una comunità. Le forme attraverso le quali si esprime l’estro culturale di un popolo altro non sono che il riverbero caleidoscopico dei più reconditi recessi del suo animo, il giardino segreto in cui gelosamente custodisce l’idea che ha di se stesso. Se la tensione teoretica ereditata dal misticismo medioevale di Meister Eckart ha fatto della Germania la patria di quella filosofia sistemistica che da Kant ad Heidegger, rosa dalla sua ansia di Assoluto, ha elaborato complesse architetture speculative tese ad abbracciare in un unicum razionalmente articolato ogni ambito della vita umana, quasi che l’universo altro non fosse se non un’immensa cattedrale gotica, la naturale propensione alla decadenza dei Francesi, la familiarità innata che essi rivelano con il lato più in ombra dell’Io, ha eletto Parigi a capitale del romanzo, forma espressiva che meglio di altre è capace di fissare sulla carta il fascino crudele dell’esistenza, con i suo contrasti stridenti, le sue inconciliabili contraddizioni, i suoi chiaroscuri.

 Non stupisce quindi che un Paese anomalo come quello nel quale viviamo, approdato tardivamente ad un’ unità politica rabberciata, più subita che voluta, nel quale lo spirito di fazione, gli odi di parte, il familismo amorale che induce a considerare come terra di nessuno tutto ciò che si situa oltre i confini del proprio clan, hanno sempre prevalso su un senso di appartenenza avvertito come estraneo perché artificioso, abbia trovato nelle pubblicazioni periodiche, con il loro stile caustico, irriverente ed informale, nella veste studiatamente spontanea e rapsodica che le contraddistingue, lo strumento principe capace di dare corpo e senso all’endemica ed inespiabile rissosità delle sue genti.

Fin dai tempi de “Il caffè”, pubblicazione meneghina diretta dai fratelli Verri che nel XVIII secolo s’incaricò di diffondere i dettami dell’Illuminismo che furoreggiavano Oltralpe, la storia delle patrie lettere è stata soprattutto quella delle riviste letterarie. “La Voce” di Prezzolini, “Il Leonardo” di Papini, “Novecento” di Bontempelli, “Prospettive” di Malaparte, “Il Selvaggio” di Maccari,  “Primato” di Bottai, “Candido” di Guareschi sono solo alcune delle più note testate che hanno animato il nostro dibattito culturale nel recente passato. Frutto dell’estro di spiriti geniali e stravaganti, se da un lato esprimevano il temperamento narciso ed un po’ guascone dei nostri migliori ingegni, ciascuno dei quali voleva avere un proprio pulpito dal quale rendere partecipe il mondo del suo personalissimo punto di vista sugli uomini e le cose, dall’altro sono state uno strumento utilissimo nel donchisciottesco tentativo d’ internazionalizzare la cultura italiana, profuso da pochi visionari nell’illusione che fosse possibile stimolare una mutazione antropologica del nostro popolo attraverso il pensiero, facendo leva sul carattere più che sulle istituzioni.

Lo sforzo si è rivelato in gran parte vano, ma l’importanza culturale di quelle pionieristiche iniziative editoriali ha lasciato un segno che è sopravvissuto all’usura del tempo. Quelle pagine hanno ospitato le prime traduzioni di autori stranieri che altrimenti non avrebbero attraversato indenni le strettoie della censura, hanno fustigato il malcostume nazionale, hanno dato conto della battaglia d’idee che infiammava l’Occidente e dalla quale l’Italia, placidamente adagiata  nella beata mollezza dei suoi ozi, era lambita solo di striscio, paga del suo provincialismo. Hanno inaugurato mode, modificato mentalità, promosso movimenti d’opinione.  Sono state, per dirla con George Orwell, palestra di libertà. Nel suo piccolo “Terra Insubre” si situa nel solco di questa gloriosa tradizione.

Nata diciotto anni fa come bollettino associativo dell’omonimo sodalizio culturale che l’ha tenuta a battesimo, la rivista varesina, della quale è fresco di stampa il numero d’esordio del 2014, è cresciuta negli anni arricchendosi in itinere della collaborazione di importanti studiosi universitari. Se l’attenzione al genius loci, variante postmoderna dell’antico e toscanissimo particolarismo comunale che abbiamo visto essere un elemento costitutivo del nostro retroterra, fa sì che i suoi redattori dedichino ampio spazio allo studio della storia e dell’archeologia, dando conto dell’apporto per nulla secondario delle popolazioni celtiche e germaniche nella codificazione dell’identità insubre, è opinione radicata tra i suoi più assidui collaboratori che non di sola filologia possa nutrirsi l’identità. Il che spiega le numerose e fortunate incursioni corsare nel mondo della letteratura, alla riscoperta delle intelligenze scomode del Novecento, come pure l’attenzione dedicata al dibattito sul federalismo, con un occhio rivolto alle vicende internazionali. A cavallo tra cosmopolitismo e localismo, Tradizione e Modernità, “Terra Insubre” rappresenta un gioiello dal taglio particolarissimo e personale, una voce piccola ma autorevole che si è guadagnata a buon diritto l’attenzione della stampa nazionale.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

Piemonte Stato, gazebo in difesa delle Province

Default thumbnail
Articolo successivo

Lombardia: tornano ad aumentare gli immigrati, sono 13 ogni 100 abitanti