Tasse, tariffe e spese fanno esplodere i costi delle famiglie

di CLAUDIO PREVOSTI

Corrono i costi di tariffe e spese fisse svuotando sempre più le tasche delle famiglie italiane. Al netto di cibo, abbigliamento e tempo libero, ormai sempre più accessori, «una famiglia media italiana spende circa 14.845 euro l’anno», calcola l’Osservatorio di Cittadinanzattiva. Voci di bilancio alle quali concorrono la bolletta dell’acqua (333 euro in media), il servizio rifiuti (308 euro), la bolletta elettrica (512 euro), 1.162 per il gas, 290 per il trasporto pubblico. A questi si aggiungono 8.184 euro per il mutuo della casa, e, per chi ha figli, 3.090 euro annuali per l’asilo nido comunale. Non basta. A ciò vanno aggiunte – calcola l’Osservatorio Prezzi e Tariffe dell’associazione – le spese sanitarie (900 euro nel 2012 per farmaci e visite specialistiche), e ancora i cosiddetti ‘contributi volontarì per la scuola, in media 70 euro ad anno scolastico per ogni figlio studente. Al punto che, a fronte di un reddito annuo netto di 29.956 euro, il 39,5% delle famiglie non riesce a far fronte a spese impreviste, il 65,2% non riesce invece a risparmiare; il 12% ha bollette arretrate, il 5% è in ritardo con la rata del mutuo o dell’affitto, ancora il 12% è in ritardo con il pagamento di altri debiti diversi dal mutuo.

«La ricerca – afferma Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – mostra la debolezza delle misure attualmente in vigore per il sostegno alla famiglia media italiana diventata sempre più, negli anni, soggetto debole, stretta fra crisi economica e un sistema di welfare non più adeguato ad una società profondamente mutata. Dai dati della ricerca si evincono misure deboli, anacronistiche e disomogenee a livello territoriale, non rappresentative delle nuove categorie di soggetti deboli, ad esempio i cittadini immigrati. Ci troviamo di fronte a un forte paradosso: i cittadini sono spesso chiamati a sostenere economicamente le amministrazioni nell’erogazione dei servizi (come ad esempio la scuola) ma ancora oggi non concorrono sistematicamente nella definizione degli stessi».

Le differenze dei costi a livello territoriale – evidenzia Cittadinanzattiva  – sono notevoli: per l’acqua si va da un minimo di 120 euro a Isernia a un massimo di 542 a Firenze. Per i rifiuti, la tariffa media 2013 è stata di 308 euro, passando però dal minimo di 141 euro a Isernia al massimo di 560 euro a Siracusa. Per mandare i bambini all’asilo nido, una famiglia che abita a Trapani ha speso nel 2013 1.520 euro, peggio è andata per un nucleo residente a Lecco: 5.150 euro. Un abbonamento annuale al trasporto pubblico locale va da un minimo di 150 euro a Vercelli a un massimo di 500 euro a Imperia. Le regioni in cui l’aumento dei ticket sanitario è stato più pesante sono Toscana (+23,4%), Basilicata (23,3%), Veneto (+22,7%), Liguria (+21,5%).

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2 Comments

  1. In questo articolo si dimenticano altre spese, fra le quali il costo dell’abitazione per i proprietari dell’appartamento in cui abitano: le spese ordinarie e straordinarie di condominio (95 mq, appartamento popolare del 1950, euro 4.000,00 circa all’anno di spese di condominio), oltre alle spese di manutenzione proprie, che non passano attraverso il bilancio condominiale; vi sono poi le tasse quali IMU o con qualsiasi altro nome si presenti (tassa patrimoniale sulla proprietà), quindi le tasse comunali (Tarsu e nuovi nomi) che hanno una componente di rimborso del costo dei servizi e una forte componente patrimoniale, visto che si pagano non in proporzione al servizio ricevuto ma alla consistenza della proprietà. Infine, a Milano, la giunta Pisapia ha introdotto l’addizionale comunale, prima inesistente, che comporta un’altra notevole spesa in più. Poi, per chi ha risparmi in banca sotto forma di azioni ed obbligazioni, l’aumento delle tasse (sull’acquisto, sulle cedole, sulla proprietà, sulla liquidazione o per vendita o scadenza) è stato micidiale. In sostanza, tanto per fare un esempio concreto – il mio personale – la mia pensione mensile di ex preside di liceo dal 2000 al 2004 è aumentata – importo lordo – di 20 euro mensili, ma diminuita – importo netto – di 30 euro mensili (l’aumento delle trattenute fiscali ha infatti superato l’aumento lordo). Oggi prendo meno di quattro anni fa! Con la pensione così ridotta devo acquistare, a prezzo maggiorato, i beni che mi servono e pagare, a importi aumentati, le tasse comunali e tutto il resto. Ho calcolato che la diminuzione del mio potere d’acquisto, nel corso degli ultimi quattro anni, è di oltre il 20%. Cifra ben diversa e molto più alta di quella documentate dalle statistiche ufficiali, le quali, o sono false e redatte in malafede, o sono vere e allora testimoniano una media che comprende anche ceti privilegiati che non hanno avuto diminuzioni ma aumenti di reddito (politici, sindacalisti, dirigenti statali?). Io credo però che le statistiche propinate dal telegiornale siano ampiamente falsificate.

  2. Una recente indagine sottolineava che i prezzi nei supermercati tedeschi sono inferiori rispetto a quelli italiani, nonostante i salari siano sempre più elevati almeno del 20%.
    In Francia l’energia costa il 20% in meno, le Rc auto il 50% in meno, le medicine la metà. I salari in Francia sono anch’essi maggiori del 20%.
    Un altra ricerca indicava che i salari “netti” in italia sono più bassi di quasi tutti gli altri in Europa.
    Nel 2002, anno d’introduzione dell’Euro, chi guadagnava 2 milioni al mese stava bene, con l’Euro i 1000 euro al mese lo fanno vivere da poveraccio.
    L’azione combinata, salari fermi dal 2002, tasse e prezzi sempre in aumento non potevano che portare ad una costante erosione del risparmio e del potere d’acquisto che è poi la crisi attuale. Le aziende private, che prima scaricavano sui prezzi gli aumenti di tasse e tariffe cercando di risparmiare solo sul costo del lavoro, ormai hanno chiuso o stanno per farlo per mancanza di acquirenti o di possibilità di incassare le fatture. Quelle che ancora resistono evitano di aumentare (finalmente) i prezzi per non perdere ulteriori quote di vendita, l’inflazione è ormai a zero.
    L’introduzione dell’Euro seguiva un decennio di difficoltà, dal governo tecnico Amato-Ciampi, si è avuto un costante aumento della spesa pubblica (è raddoppiata dal 1996 ad oggi) finanziata con aumento del debito pubblico (e quindi con maggiore spesa per interessi) e delle tasse. Nel 1994 Berlusconi si era presentato alle elezioni promettendo diminuzione della pressione fiscale, che era insopportabile già a quell’epoca, con conseguente diminuzione di consumi, aziende che emigravano all’estero, lavoratori pagati sempre meno.
    Pare evidente che l’unico modo di far ripartire l’economia è far ripartire i consumi. L’unico modo per far ripartire i consumi e dimezzare la pressione fiscale e le tariffe ed i prezzi dei settori mono/oligopolistici (banche, assicurazioni, farmaceutici, trasporti, carburanti, autostrade, telefonia, ecc).Da sola questa misura non basta, il rischio è che i consumi si indirizzino verso aziende cinesi o italiane con produzione in Vietnam. Altro problema è la ormai assenza di credito verso le aziende, le banche indirizzano i nostri (pochi) depositi bancari ad investimenti finanziari (o carta straccia come i titoli di Stato italiani) invece che al sostegno dell’economia.
    Come si vede, dimezzare la pressione fiscale vuol dire dimezzare la spesa pubblica, quindi toccare privilegi, sprechi, ed elettori come dipendenti pubblici (in sovrannumero per il 25%) e pensionati (quelli falsi, cioè chi percepisce una pensione senza diritto o in eccesso rispetto al versato: baby pensioni, pensioni d’oro, pensioni sociali, false pensioni d’invalidità). Non parliamo poi di costringere potentissime lobby, come quella farmaceutica o bancaria, ad avere profitti normali e non extraprofitti come adesso (le assicurazioni, nonostante la crisi, da anni hanno bilanci floridissimi….).
    L’unica soluzione? l’indipendenza.

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