Patrimoniale in vista per evitare il default e assecondare l’Europa

di LUCIANO CAPONE

L’Italia ha un primato mondiale poco invidiato, è il paese in cui si pagano più tasse. Uno studio della Confcommercio dice che il Belpaese ha una pressione fiscale reale del 55%, la più alta del globo. Tito Boeri su Repubblica scrive che in realtà il peso delle entrate pubbliche sul reddito regolare è del 60%, Befera conferma i dati Confcommercio aggiungendo che c’è chi arriva a pagare oltre il 70% di tasse. E pensare che in giro per il mondo, nonostante il record, abbiamo una fama di popolo di evasori.

In realtà anche questa è una verità: lo studio conferma anche il record di economia sommersa che arriva al 17,5%, a sottolineare la correlazione positiva tra pressione fiscale ed evasione e la necessità di un cambio di strategia che vada verso una riduzione delle tasse per far emergere l’evasione. Insomma il vero problema dell’Italia non è il sommerso, ma il livello di pressione fiscale e regolamentazione che spesso impedisce di emergere e annega l’economia. Quest’anno il tax freedom day, il giorno in cui i sudditi smettono di lavorare per il fisco, è stato il 17 luglio, ma non vale per tutti, i più sfortunati saranno schiavi dello Stato fino al 12 settembre. Di fronte a questa emergenza assoluta le risposte del governo sono state una riduzione della spesa dello “zero virgola” e la gentile concessione di non aumentare l’Iva, ma solo per quest’anno perché salirà l’anno prossimo. Ciò che rende la pressione fiscale ancora più insopportabile è il livello di inefficienza, clientelismo e corruzione connaturata alla spesa pubblica. Le tasse non sono il corrispettivo dei servizi erogati dallo Stato,  non sono giustificate come “giusto prezzo” ma solo perché “imposte”, quindi dovute, ingiuste e arbitrarie. Tasse Scandinave e servizi africani.

Riguardo questa situazione esplosiva sempre Boeri mette in guardia dalle “promesse da marinaio” della prossima campagna elettorale. Come in ogni competizione elettorale, tutti assicureranno lotta all’evasione, meno spese e meno tasse, gli stessi che fin’ora le hanno alzate e si sono opposti a liberalizzazioni e tagli di spesa. Si sa che la campagna elettorale è il periodo ideale per parlare di tasse e bioetica, se ne parla un mese ogni cinque anni. Abbiamo avuto già qualche esempio con le liti nel Pd sui matrimoni gay e la promessa di Berlusconi sull’abolizione dell’Imu e Equitalia, entrambe introdotte dallo stesso Berlusconi, quello della rivoluzione liberale.

Sempre l’altro ieri nell’assenza totale di un dibattito pubblico e nel silenzio tombale di gran parte del mondo dell’informazione, il Parlamento ha approvato il fiscal compact: obbligo di pareggio di bilancio e dimezzamento del debito pubblico, un impegno epocale che ci obbliga a recuperare 45 miliardi l’anno per i prossimi 20 anni. Nessuno ha spiegato come si intende attuare il piano, se in tagli o in aumenti di tasse, il dibattito è diviso tra chi dice “ce lo chiede l’Europa” e chi se la prende con la Merkel. Si naviga a vista, si spostano in avanti i problemi in attesa del dopo elezioni. Persino le forze politiche che hanno votato il fiscal compact non hanno né la forza né la volontà di rispettarlo: il Pd di Bersani e Fassina si è espresso più volte contro l’austerity proponendo una politica economica espansiva (non si è capito con quali soldi ma possiamo immaginarlo), il Pdl si è spaccato a metà nel voto e non si sa quale sia a sua linea (se rimanere nell’euro o mettersi a stampare moneta in proprio) né se arriverà compatto alle elezioni. Se i due partiti più grandi dovessero governare con Vendola e Di Pietro da un lato o con la Lega dall’altro, è palese che non hanno la capacità di rispettare gli obblighi a cui hanno vincolato il paese. Se a questa situazione di incertezza politica aggiungiamo l’incognita Grillo, si può comprendere le mancanza di fiducia degli investitori nei confronti dell’Italia.

È evidente che senza un programma di dismissione di beni e società pubbliche, di riforme, sburocratizzazione e riduzione della spesa, rimarremo in una situazione di emergenza. Sotto il ricatto dello spread e il rischio default la soluzione più immediata per tenere in vita lo Stato sarà ancora il ricorso alle tasse, probabilmente una patrimoniale che si aggiungerà all’Imu. Gli italiani, popolo più tartassato al mondo, non possono permetterselo quindi non possono aspettare che sia questa classe politica a proporre una via di uscita. Devono in qualche modo organizzarsi per evitare un ulteriore inasprimento fiscale e costringere i partiti a cedere fette di potere politico-burocratico e ad allentare la morsa statale.

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