Nessuna tassa è giusta, tantomeno la osannata “Tobin tax”

di MATTEO CORSINI

Sul “Sole 24 Ore” si possono leggere parole come queste: “La Tobin Tax? Nell’impostazione di fondo è giusta. Un po’ come dei granelli di sabbia gettati negli ingranaggi di una finanza ipertrofica. E tuttavia: o è realmente globale, qui e adesso, oppure non è. Soprattutto, nella concreta applicazione. In caso contrario, distorsioni e paradossi spuntano come funghi”. Sono di Vittorio Carlini. Le ho riportato perché mi offrono lo spunto per mettere in evidenza quello che, a mio parere, è uno dei principali errori che si possano compiere nel criticare un provvedimento fiscale.

Gran parte dei commentatori ha messo in evidenza gli effetti collaterali della cosiddetta Tobin tax all’italiana, che unisce a tutti i punti deboli che l’avevano fatta rinnegare anche al suo ideatore (James Tobin), uno dei tratti costanti della legislazione fiscale italiana: è stata scritta in modo frettoloso e tecnicamente ridicolo, non distinguendo tra strumenti cash e derivati, oltre a renderla aggirabile tramite operazioni svolte tra soggetti esteri. Cosa che possono fare grandi investitori, ma non il risparmiatore medio. Tutti i commenti che ho letto finora, però, partono dalla premessa che ho riportato. Nessuno mette in discussione il fine nobile della Tobin tax. Per inciso, questo atteggiamento è rinvenibile ogni volta che si ha a che fare con una delle tante aberrazioni del legislatore italiano in materia fiscale. A mio parere, invece, la mediocre tecnica legislativa di chi redige quelle norme non deve far perdere di vista il vero punto che dovrebbe essere discusso ogni volta che si parla di tasse: il concetto stesso di imposizione.

Non è affatto scontato che la Tobin tax, al pari di tutte le altre, sia giusta nell’impostazione di fondo. Andrebbe innanzitutto dimostrato, non dato per scontato, l’assunto per cui lo Stato avrebbe il diritto di imporre il pagamento dei tributi. Francamente non mi è mai capitato di leggere argomentazioni convincenti a supporto della tassazione, nel senso che non ho mai trovato nessun argomento che mi convincesse della legittimità di estorcere denaro a qualcuno, a prescindere dall’uso che poi sarebbe stato fatto di quel denaro. Pur sorvolando su questo aspetto non certo irrisorio, andrebbe dimostrata la giustezza del tributo preso in considerazione. Per farlo, occorrerebbe analizzare in modo non superficiale il fenomeno che si ritiene giustifichi l’introduzione dell’imposta.

Nel caso specifico, si vorrebbero tarpare le ali alla cattiva speculazione, alla “finanza ipertrofica”. Supponendo che la finanza sia davvero ipertrofica, non sarebbe il caso di indagare sulle cause di tale ipertrofia invece di pensare subito a una tassa?  La causa principale dell’ipertrofia della finanza risiede nella regolamentazione (pubblica) a cui essa è sottoposta a livello internazionale e all’azzardo morale che questa ha incentivato in passato e continua a incentivare anche oggi. Quando la regolamentazione incentiva il ricorso alla leva finanziaria fornendo una sostanziale protezione dai creditori e alimenta le aspettative di essere salvati in caso di fallimento, ha davvero poco senso pretendere comportamenti morali ed etici da parte degli operatori.

Se ognuno fosse veramente responsabile delle proprie azioni, il freno alla leva del debito sarebbe imposto dalla disciplina del mercato, senza che fosse necessario sperare che chi vi opera abbia l’aureola. Né, a quel punto, avrebbe senso parlare di granelli di sabbia da gettare negli ingranaggi della finanza. Ci si potrebbe allora rendere conto che chi vuole ora ridimensionare la finanza è il primo responsabile della sua ipertrofia. A quel punto la Tobin tax potrebbe essere vista per quello che è: un modo per fare gettito da parte di uno Stato, quello sì ipertrofico, che pur di non mettersi a dieta ha la costante necessità di sottrarre risorse ai legittimi proprietari.

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