BUFALA SVIZZERA: NESSUN TETTO AGLI STIPENDI DEI MANAGER

di STEFANO MAGNI

Attenzione! Una bufala scorrazza impunemente nei media. Abbiamo tutti visto, sentito e letto che in Svizzera, con un referendum “contro le retribuzioni abusive”, hanno posto un tetto legale ai mega-stipendi dei manager di aziende private. Era un brutta notizia per quanti (pochi, ormai) difendono ancora la libertà di impresa e con essa il diritto dei proprietari di dare gli stipendi che vogliono alle persone che vogliono. Era una buona notizia per quanti (la stragrande maggioranza, ormai) vogliono che lo Stato, legittimandosi a colpi di referendum e maggioranze parlamentari, si intrometta nella vita delle aziende per redistribuirne le ricchezze.

Ma soprattutto: è una non-notizia. Perché, con questo referendum, gli svizzeri non hanno fissato alcun tetto ad alcuno stipendio. Per scoprire la bufala basta fare la cosa più semplice del mondo: leggere il testo originale della proposta referendaria, quello sul quale i cittadini elvetici hanno espresso il loro voto. “Per tutelare l’economia, la proprietà privata e gli azionisti e per garantire una conduzione sostenibile delle imprese la legge disciplina le società anonime svizzere quotate in borsa in Svizzera o all’estero secondo i seguenti principi:

a. l’assemblea generale vota annualmente l’importo globale delle retribuzioni (prestazioni in denaro e valore delle prestazioni in natura) del consiglio di amministrazione, della direzione e dell’organo consultivo. Elegge annualmente il presidente del consiglio di amministrazione, i singoli membri del consiglio di amministrazione e del comitato di retribuzione (Compensation Committee) e il rappresentante indipendente degli aventi diritto di voto. Le casse pensioni votano nell’interesse dei loro assicurati e rendono pubblico il loro voto.

b. i membri dei vari organi non ricevono liquidazioni, altre indennità, retribuzioni anticipate, premi per acquisizioni e vendite di ditte e contratti supplementari di consulenza o di lavoro da parte di società del gruppo. La direzione della società non può essere delegata a una persona giuridica;

c. gli statuti disciplinano l’ammontare dei crediti, dei prestiti e delle rendite ai membri degli organi, il piano economico, il piano di partecipazione e il numero di mandati esterni di questi ultimi, nonché la durata dei contratti di lavoro dei membri di direzione;

d. l’infrazione delle disposizioni di cui alle lettere a-c è punita con la pena detentiva fino a tre anni e con la pena pecuniaria fino a sei retribuzioni annuali.”

Come si può dedurre dal testo referendario, i sostenitori della libertà di impresa hanno ancora di che disperare. Non a caso, il provvedimento, prima che venisse sottoposto a consultazione popolare, era stato respinto dal Consiglio Federale, per questi motivi: “Le prescrizioni vincolanti, i divieti e le disposizioni penali previste dall’iniziativa metterebbero in discussione i principi liberali alla base del diritto societario svizzero – come leggiamo sul sito ufficiale dell’Amministrazione Federale elvetica – L’iniziativa limita in modo eccessivo il margine di manovra delle imprese quotate in borsa, che devono poter usufruire di tale margine anche nell’ambito delle retribuzioni. Diverse disposizioni dell’iniziativa sarebbero inoltre difficilmente attuabili nella prassi, ad esempio la regola secondo cui le casse pensioni devono votare esclusivamente nell’interesse degli assicurati. Tali interessi sono tuttavia a volte molto divergenti e difficilmente individuabili. Inoltre, l’iniziativa prescrive la durata di un anno del mandato dei membri del consiglio d’amministrazione, il che è sfavorevole a una direzione sostenibile dell’impresa. Invece di dedicarsi all’organizzazione a lungo termine dell’impresa il consiglio d’amministrazione sarebbe costretto dopo breve tempo a occuparsi della sua rielezione”. Di sicuro, dopo il referendum, vinto con il 67,9% dei consensi (sul 46% degli elettori, però), lo Stato avrà maggior potere di ingerenza nelle aziende. Il diritto societario svizzero sarà molto meno liberale rispetto a quello che abbiamo conosciuto finora.

Ciò non toglie che, anche dopo questo esito referendario, non è fissato alcun tetto agli stipendi dei manager. Non se ne trova traccia alcuna. Fermo restando che verranno eliminate “liquidazioni, altre indennità, retribuzioni anticipate, premi per acquisizioni e vendite di ditte e contratti supplementari di consulenza o di lavoro da parte di società del gruppo”, l’assemblea generale di una società, anche dopo il referendum, può votare liberamente delle mega-retribuzioni ai mega-manager, se gli azionisti ritengono che sia il caso di votarle e se ci sono le risorse (private) per pagarle. Ma allora perché parlare di un “tetto” che non c’è? Perché, come in molti altri casi, ci sono giornalisti che tendono a sostituire la realtà con le loro aspirazioni. Nella mente dei novelli Robin Hood già c’è tutto un film, in cui i malvagi manager vengono puniti dai piccoli azionisti, che li costringono a tagliarsi lo stipendio, o a donarlo ai poveri. E’ ciò che il nuovo Parlamento italiano (per due terzi costituito da anti-capitalisti hard e per il restante terzo da anti-capitalisti soft) vorrebbe imporre alle aziende private italiane.

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