Imprenditori suicidi, collettivismo strisciante e precari sindacalizzati

di CLAUDIO ROMITI

Il 4 dicembre scorso si è impiccato il gestore di un bar nel centro di Treviso. Aveva solo 37 anni. Si tratta dell’ennesima vittima di un disastro economico e culturale senza precedenti, se non nella catastrofe della seconda guerra mondiale. Soprattutto nel  Veneto, terra in cui la dignità si coniuga con il senso di responsabilità individuale, la crisi di un Paese impazzito sta letteralmente distruggendo l’orizzonte di tutti quei produttori privati, imprenditori e salariati, che hanno sempre contato sulle proprie forze per costruire un futuro per sé e per i propri figli. Ma l’impressionante aumento delle pretese fiscali dello Stato ladro (e dei suoi enti territoriali), unito al combinato disposto del relativo effetto recessivo e della congiuntura internazionale, stanno mettendo con le spalle al muro le zone più trainanti del Nord. Zone in cui si produce e si pagano le imposte quasi fino all’ultimo euro.  E quando il nodo scorsoio di un fisco disumano si stringe fino al soffocamento, molti imprenditori strutturati a vivere sempre in regola con lo stesso Stato ladro non trovano altra via di fuga che quella di un gesto estremo.

Costoro, eroi silenziosi di un sistema che li ha sfruttati fino alla morte, non scelgono la strada della protesta, sindacalmente organizzata, di quei numerosi gruppi sostenuti e sponsorizzati dalla sinistra politica e mediatica. Se ne vanno senza clamore, evitando di salire sui tetti per rivendicare il proprio buon diritto a non farsi strangolare dalla democrazia del consenso. E la loro dipartita, bisogna cominciare a dirlo senza paura, dipende in parte proprio da quell’esercito di assistiti e di pubblici “precarizzati” che, protestando fragorosamente per ottenere uno stipendio a prescindere da tutto, vengono mitizzati dalle grancasse mediatiche del collettivismo nostrano. Accontentando questi ultimi, difatti, non si fa altro che aumentare una spesa pubblica sempre più fuori controllo, cresciuta anche sotto la presunta austerità del governo Monti, la quale finisce per gravare sulle categorie più esposte del settore privato. Quelle che producono la vera ricchezza del Paese, tanto per intenderci.

Ciononostante il minculpop dei vari telegiornali di orientamento sinistrorso continua a bombardare il popolo, da troppi decenni affetto da una sorta di collettivismo striscinante, con una raffica di servizi propagandistici con al centro un trito diritto al lavoro, oramai declinato in un fallimentare diritto al vitalizio. E lo si fa con l’idea, tipica di chi pensa che esistano pasti gratis, che il costo di caricare sulla schiena di chi lavora sul serio ulteriori eserciti di sovvenzionati sia sempre e comunque sostenibile.  Ma oramai è sempre più evidente che l’esistenza economica ed anche, ahinoi, quella fisica della categoria in estinzione dei produttori privati dipende da un meccanismo impazzito che regala a porci e cani  assegni in bianco,  facendone pagare il conto a chi opera nel mare magnum del libero mercato. Trattasi di un vero e proprio suicidio collettivo.

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