Nord riformista e Sud rivoluzionario: spaccature a sinistra

di ANGELO D’AMBRA*

Proprio nei partiti della sinistra che sostennero (e sostengono) prospettive di cambiamento radicale, le differenze tra Nord e Sud emersero con maggiore stridore, uno su tutti il PCI. In Russia la strategia comunista si era adattata alle condizioni arretrate del paese; il modello leninista di partito d’avanguardia era un adeguamento del marxismo ad una società con forme di capitalismo ancora non pienamente sviluppate ed una ridotta massa di operai dell’industria. Per i paesi occidentali invece i comunisti optavano per una strategia riformista di lunga permeazione del tessuto sociale capitalistico.

Non fu casuale allora la rottura del 1922 nella direzione del Partito Comunista tra la componente torinese, quella di Gramsci e Togliatti, che puntava a trasformare lo stato capitalistico dall’interno (egemonia), e la componente napoletana di Bordiga, che invece riprendeva la linea leninista di conquista dello Stato come passo iniziale per il socialismo (S. G. Tarrow, Partito Comunista e contadini nel Mezzogiorno, p. 39): “La validità strategica della via italiana al socialismo in una società avanzata come l’Italia settentrionale è dimostrata dalla sua debolezza strategica in una società arretrata come quella meridionale” (Ibidem, p. 59.). A Torino strategia, teoria ed organizzazione comunista assorbivano le influenze di un contesto sociale ed economico avulso a quello meridionale: “Se fossero state previste due strategie fondamentalmente diverse per il Nord e per il Sud, il partito avrebbe messo a repentaglio la sua stessa integrità in quanto partito leninista; e d’altro canto, se la strategia prevista per la Valle Padana e per le città industriale del Nord fosse stata applicata meccanicamente al Sud, ne sarebbero conseguite certe sconfitte politiche. I dirigenti del partito furono restii ad operare una scelta …” (Ibidem, p. 8).

La stessa inconscia spaccatura era emersa nella seconda metà dell’Ottocento tra il socialismo del lombardo Turati e quello del cassinese Labriola (in un Meridione che già prima preferiva Bakunin a Marx) e si rinnovò sul terreno sindacale a Napoli nel 1944 quando il comunista di sinistra Enrico Russo, esule ed ex-combattente nelle fila del POUM, a capo della CGL (Confederazione Generale del Lavoro), avversò la linea riformista del PCI e della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) sulla base non solo di un programma di lotta rivoluzionaria che rigettava ogni compatibilità di sorta (dall’unità antifascista a quella democratica), ma anche di una diversa struttura organizzativa. Il sindacato di Russo ripristinò infatti le vecchie leghe di mestiere (barbieri, carrettieri, venditori ambulanti etc.), la CGIL riorganizzò invece i lavoratori dipendenti, operai e impiegati, su base settoriale con la formula che ancora oggi conosciamo (Vd. G. Chianese, Sindacato e Mezzogiorno…), un modello che rende egemoniche sull’attività confederale le istanze dei più folti settori operai, quelli settentrionali.

*http://www.eleaml.org

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