STUCCHI, IL BARBARO OROBICO PERENNEMENTE IN CARRIERA

di TONTOLO

C’è un uomo in carriera, da sempre, che è l’emblema del leghismo: Giacomo Stucchi, vice-segretario in pectore di Roberto Maroni. Tra tutti i quadri di partito è quello che più assomiglia al Trota, dato che la sua storia, nella società civile, nella vita reale insomma, è quella di un ragazzuolo senza arte né parte: nessuna professionalità, nessuna laurea, nessun impiego, nessuna idea degna di essere ricordata. Ha scritto anche un libro, peccato che glielo abbia scritto qualcun altro.

E’ una specie di Rotondi delle camicie verdi, un democristo-leghista che ha fatto carriera nel Carroccio fottendo gli altri col sorriso sulla bocca, mentendo ad ogni pie’ sospinto e dicendo sempre signorsì al capo, fino a quando quest’ultimo non ha cominciato a vacillare. A quel punto, vista la malparata, ha iniziato a riposizionarsi, passando dall’essere un “bossiano di ferro” a un “barbaro sognante in prima linea” nel tempo di un batter di ciglia.

Bergamasco, classe 1969, sguardo da pesce lesso, attaccatissimo alle gonne del colonnello Roberto Calderoli, quando ha dovuto metterci la faccia in prima persona per il Carroccio ha sempre preso degli sberloni sonori. A Verdello – suo paese d’origine, dove i concittadini lo conoscono bene – non l’hanno manco votato come sindaco (nonostante i lumbard imbarcassero voti su voti ovunque). Candidato alla presidenza della Provincia di Bergamo idem, ha fatto crollare il consenso nordista in terra orobica. Qualcuno ha fatto il suo nome per la segreteria della Lega Lombarda, ma lui – fingendo generosità ed unitarietà d’intenti col suo avversario ufficiale (Matteo Salvini)  – ha preferito cedere il passo: sapeva che sarebbe andato incontro all’ennesima legnata.   In parlamento c’è entrato nel 1996 e da allora non ha più mollato la “cadrega” , che per uno come lui significa tutto. L’alternativa sarebbe dover cominciare a lavorare. Della sua esperienza parlamentare – nel 2001 fu persino presidente di una Commissione – non si ricorda un solo gesto, un solo atto, una sola proposta degna di essere tramandata ai posteri: ha sempre galleggiato all’insegna del motto molto romano “mors tua vita mea”. Per un certo periodo, ha fatto finanche “l’ambasciatore” in terra di Lampedusa, sostenendo che sarebbe diventata  provincia di Bergamo, così anche i polentoni avrebbero avuto il loro mare. Ovviamente, era tutto uno scherzo, come ogni altro progetto politico proposto dai lumbard: della serie… “scherzavamo”, “cucù”, “creduloni”! In compenso la signora Maraventano è diventata parlamentare, miracoli genetici del padanismo.

Giorni addietro, intervistato da uno dei giornali locali bergamaschi, s’è detto pronto a vestire il ruolo di vice segretario federale, braccio destro di Roberto Maroni, e ha ribadito la sua linea politica, ovvero ripetere a nastro quello che i suoi superiori gli dicono che deve dire: “Lasciare Roma? E’ un’ipotesi affascinante, vorrebbe dire che ripartiamo dai territori, torneremmo alle vere origini. Ovviamente si devono esprimere i vari congressi, saranno i militanti a decidere il futuro del movimento. Per un partito che è veramente federalista conta poco essere al governo nella Roma centralista”. Il suo ruolo lo recita fino in fondo ed è convinto che ancora qualcuno creda alle panzane che racconta, come se noi Tontoli ci fossimo dimenticati che i suoi veri capi – il Trota and the Family – hanno sperperato soldi dei contribuenti per lauree false, gioielli, case (che piacciono tanto anche lui, fidanzato non a caso con un’architetta leghista) e investimenti Tanzani.

Roma, dopo che i leghisti ci hanno banchettato, per Stucchi torna ladrona: “Beh, governare la Lombardia è più importante che fare il ministro a Roma”.  Davvero? “Sì… però queste sono dinamiche che deciderà Maroni”. Ovvio, mica ci aspettavamo che prendesse una posizione lo Stucchi, sennò che gregario sarebbe… (oddio, sto diventando troppo buono!).

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