NON SOLO COI PARTITI SI FA POLITICA. SERVE MOBILITAZIONE

di GIORGIO GARBOLINO BOOT

Mi permette di aggiungere, in vista della convention di Jesolo, qualche considerazione per una strategia da adottare.

1. L’esperienza negativa della Lega ha dimostrato quello che era ovvio fin dall’inizio: l’autonomia di un territorio da uno stato non si ottiene facendo leva sulle istituzioni dello stato stesso, cioè acquisendo potere nelle strutture esistenti, centrali (governo e parlamento) o periferiche ma senza autonomia (comuni e regioni). Come dicono gli americani: “Nessun tacchino cerca di anticipare il Natale”.

1. I grandi cambiamenti non si ottengono col 10, 20, 30% di voti. Una svolta come l’autonomia del nord si ha solo col consenso della gran maggioranza della popolazione del nord. Questa maggioranza c’è (se non ci fosse, l’Italia non rifiuterebbe un referendum in merito), ma non è intercettabile da un partito politico nazionale: il “partito” è per definizione qualcosa che divide (fa una “partizione” nella popolazione). Deve prendere “partito” su tutto, a Roma (fra chi è favorevole o contrario a questo o a quel provvedimento) ma anche in periferia (fra chi è favorevole o contrario in scelte urbanistiche, o commerciali, ecc.). Il “partito”, per definizione, si aliena l’appoggio di quanti sono autonomisti, ma sono contrari a scelte politiche specifiche, che un partito deve prendere e che nulla hanno a che fare con l’autonomia. La discriminante deve essere solo quella fondamentale: fra chi vuole l’indipendenza e chi no. Se sia favorevole o meno alle unioni gay o alla TAV non è importante. Nel nord libero ci sarà spazio – sicuramente più che adesso – per tutte le opinioni. Coerenza vuole che la posizione degli autonomisti su orientamenti controversi sia solo una: decida la gente, perché volere l’indipendenza significa volere la libertà e la democrazia. Per esempio, la gente rifletta su quanto siano autonomisti i Maroni o i Cota che (vedi “La Stampa” del 1 marzo 2012) auspicano per la Val di Susa, non un referendum sulla TAV, ma la repressione con l’esercito. Come si fa nelle colonie disobbedienti.

2. I partiti implicano amministratori, deputati o sindaci che – ammesso che eroicamente non si lascino fagocitare dal sistema Italia – non possono che essere distratti dall’obiettivo autonomista per dedicare tutto il loro impegno ad amministrare l’esistente: “E’ giusta la guerra in Afghanistan? E’ opportuna questa variante al piano regolatore?”

3. L’obiezione che “Bisogna dare risposte ai cittadini e quindi prendere posizione” è fuorviante. Le diverse posizioni rappresentate a Roma o in periferia sono più che legittime, ma se si vuole lavorare per il cambiamento la strada è un’altra. Bisogna dire: “Cari cittadini del nord, siate con noi per avere autonomia e libertà, oggi impedite, perché ognuno sia padrone a casa sua (cioè padrone del suo lavoro, del suo impegno, delle sue risorse) e padrone del suo destino (cioè padrone di fare le scelte politiche che ritiene più opportune per il suo futuro e quello dei suoi figli). Non vi chiediamo di non fare scelte di politica comunale, regionale o nazionale o europea – sull’Afghanistan, sull’UE o sul piano regolatore. Votate per chi volete, secondo i vostri orientamenti e la vostra coscienza, ma non aspettatevi soluzioni: le scelte che avete sono oggi estremamente limitate, condizionate da una struttura politica e sociale da cui gli interessi del nord, i vostri interessi, sono esclusi”.

4. L’obiezione che solo coi partiti si fa politica è una mistificazione. Se “fare politica” non è solo “spartirsi il potere”, ma è “l’insieme dei mezzi che permettono di conseguire gli effetti voluti” (la definizione è di Russell), un partito – anche “leninista”, come qualche dirigente leghista aveva incautamente definito la Lega – ha senso solo in una situazione pre-rivoluzionaria, che non è quella di adesso. D’altronde fanno politica e ottengono risultati, soggetti diversi dai partiti, come i sindacati, la chiesa, le associazioni (di categoria, sociali, ambientaliste, animaliste, di genere, ecc.).

5. Il movimento autonomista deve strutturarsi come movimento, con l’obiettivo di aggregare le mille associazioni indipendentiste, ma anche coinvolgere sui problemi del nord tutti i cittadini del nord e tutti i soggetti sociali del nord (partiti sindacati e associazioni varie) non pregiudizialmente contrari all’indipendenza. Perché tutti i soggetti politici al nord prendano coscienza che il massimo problema italiano di oggi è il dualismo nord – sud, gli altri (il debito pubblico, la corruzione, l’inefficienza, ecc.) ne sono la conseguenza. Per metterli di fronte alla realtà, per far parlare la “Rubrica Silenziosa” dei Quaderni Padani: i valori, gli orientamenti e gli interessi che loro pretendono di rappresentare al nord, possono essere salvaguardati solo in una società libera in uno stato autonomo. Se vogliono sopravvivere facciano la scelta giusta. O, almeno, non la contrastino.

6. La mobilitazione – attraverso tutti gli strumenti possibili – deve riguardare soggetti politici, media e cittadini singoli, non per convincerli, ma solo per informarli sui fatti, che parlano da soli. E la Lega deve essere finalmente considerata per quello che è: un partito come gli altri, non peggiore né migliore, né avversario né alleato. Come tale va trattata, cioè in base ai suoi comportamenti nei confronti del nord, finora deludenti. Senza astio ma anche senza aspettative.

 

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