AGENZIA DELLE ENTRATE: “STORIA DI UN INCREDIBILE SOPRUSO”

di KATIA MENZA

Quello che segue è il mio breve racconto. Che naturalmente può essere corredato da una corposissima documentazione, che prova nei dettagli, e al di là di ogni ragionevole dubbio, l’infondatezza degli accertamenti del Fisco, oltre che la malafede delle persone preposte a fare i controlli successivi alla notifica dell’avviso di accertamento. Questa storia deve essere raccontata. Deve essere ascoltata. Deve diventare l’emblema dell’ingiustizia che si accanisce contro una cittadina innocente. Qui non c’è il dramma di debiti accumulati a cui non si sa come far fronte. Qui c’è la tragedia di una cittadina che nulla deve, perseguitata ingiustamente, privata della possibilità di spiegare la verità, condannata senza entrare nel merito di quanto contestato, defraudata dei più basilari diritti civili, stritolata da un sistema iniquo.
Vorrei raccontare la mia incredibile storia.
L’Agenzia delle entrate mi chiama al telefono ad aprile del 2010. Avevano il mio numero perché mi avevano già fatto un accertamento per sapere come mai avevo una casa di proprietà che non corrispondeva alla mia posizione reddituale. Quell’avviso si era poi risolto in nulla, avendo dimostrato che la casa era stata acquistata da mio marito e a me intestata. Ma da quella telefonata, e in seguito alla visita fatta ai funzionari, apprendo che mi era stato notificato a dicembre del 2009 un altro accertamento per delle somme in entrata e in uscita dal mio conto, per un totale di 300.000,00 Euro. L’Agenzia ritiene che tali somme siano relative ad un reddito non dichiarato.
Io non ho mai ricevuto la raccomandata con l’avviso di accertamento.
Mi viene detto che i termini per opporsi sono scaduti e i due funzionari mi consigliano di presentare velocemente tutti i documenti perché loro possano sottoporli a chi ha emesso l’avviso di accertamento. Da allora e fino all’inizio di luglio del 2010, vedo più volte i funzionari, anche in presenza del mio commercialista, consegnando loro tutti i documenti richiesti e presentando, come loro mi suggeriscono di fare, varie istanze in autotutela.
Spiego loro che i soldi in entrata sono del mio ex marito, che li versava sul mio conto mediante assegni circolari (non poteva emettere assegni bancari) per consentirmi di pagare i lavori di ristrutturazione della casa destinata a nostro figlio. I soldi in uscita erano assegni miei appunto per il pagamento ai fornitori vari (notaio, agenzia immobiliare, impresa di ristrutturazioni, arredi, ecc..). Tutti i movimenti riguardano infatti SOLO il periodo compreso tra marzo 2004 e dicembre 2004. MAI, né prima né dopo si sono verificate movimentazioni particolari sul mio conto. Il rogito della casa è stato fatto a febbraio del 2004 e siamo entrati, dopo la fine dei lavori, a novembre 2004. Porto loro tutte le fatture, le copie degli assegni, persino le matrici degli assegni circolari (che potevo avere solo perché era mio marito ad averli emessi!). La sola cosa che manca è una dichiarazione che gli assegni circolari (che non portano alcuna firma di traenza) siano effettivamente di mio marito. Lui non è disposto a rilasciare alcuna dichiarazione, la sua banca è vincolata dal segreto bancario. Dimostro però che:
– tutti gli assegni sono in sequenza numerica e hanno lo stesso ABI e CAB;
– l’ABI e il CAB sono gli stessi della banca del mio ex marito.
Che fosse la banca del mio ex marito era chiaro anche dalla copia degli assegni circolari con cui lui ha pagato la casa, allegati all’atto da lui presentato nel ricorso per separazione nei miei confronti. Quindi era lui stesso a dichiarare che quella serie di assegni erano stati emessi da lui.
Che fosse la banca del mio ex marito era già noto all’Agenzia in occasione dell’accertamento fattomi per capire come mai avessi potuto acquistare la casa dove vivo, e in tale occasione li aveva ritenuti soddisfacenti per dimostrare che la casa non l’avevo pagata io con redditi non dichiarati ma mio marito.
Una serie di “coincidenze” che difficilmente avrebbero potuto verificarsi se effettivamente si fosse trattato di pagamenti in nero da parte di ipotetici clienti per un’attività da me occultata.
Inoltre l’Agenzia avrebbe potuto agevolmente verificare la provenienza degli assegni, non averlo fatto purtroppo avvalora la sensazione di malafede nell’acquisizione delle informazioni necessarie a dimostrare il mio presunto reddito.
Alla fine di luglio del 2010 mi comunicano che, malgrado secondo loro la pratica sia ben corredata di tutta una serie di documenti da cui è impossibile non dedurre la totale assenza di evasione da parte mia, il loro responsabile (colei che ha emesso l’avviso di accertamento) non accetterà di fermare le azioni in corso. Mi fanno intendere, in modo molto chiaro, che essendoci un bene da aggredire (la casa, appunto) difficilmente l’Agenzia si fermerà… Mi fanno altresì intendere (sempre in presenza del mio commercialista) che l’unica speranza per me è che effettivamente la notifica non si sia formalizzata in modo corretto…
A quel punto mi arriva la cartella esattoriale e, attraverso uno studio legale, mi oppongo a quella, spiegando tutta la vicenda.
Il giudice che emette la sentenza alla prima udienza, nel dicembre del 2011, respinge il ricorso, ritenendo corretto il procedimento di notifica, tardiva la sua impugnazione e dunque inammissibile l’impugnazione della Cartella, senza entrare nel merito delle difese.
La beffa è che all’Agenzia delle Entrate mi avevano detto che la sola cosa che avrei potuto fare era presentare istanza in autotutela, come infatti ho fatto.
Né il giudice, né la stessa Agenzia delle Entrate, sono entrate nel merito della contesa, nessuno ha riguardato la pratica, nessuno si è preso la briga di esaminare tutta la documentazione da me prodotta, nessuno ha sentenziato, motivandola, la mia presunta evasione fiscale, nessuno ha provato che i movimenti sul mio conto corrente fossero effettivamente relativi a redditi non dichiarati.
Il debito attuale ammonta a 510.000,00 Euro, io non ho alcuna possibilità di pagarlo. L’unico bene di cui dispongo è appunto la casa, dove vivo con mio figlio, studente universitario di ventun anni, che da anni mantengo da sola, con il mio solo reddito da lavoratrice dipendente. Il mio futuro e quello di mio figlio sono a questo punto gravemente compromessi da questa ingiustizia, alla quale non so come reagire, se non cercando di raccontare la verità.
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