LEGA NORD: IN ATTESA DEL VOTO, STIFFONI QUERELA MARONI

di GIANMARIO LUSSI

Prosegue la bufera nella Lega alla vigilia di un voto che sarà il primo test sulla tenuta elettorale del Carroccio dopo i guai giudiziari e le pseudo-dimissioni di Bossi dalla segreteria, che ha già annunciato la sua ricandidatura. Ieri, è stato Piergiorgio Stiffoni a creare ancor più burrasca. L’ex tesoriere della Lega al Senato che, sicuro dell’oculatezza della sua gestione e dell’ingiustizia della sua estromissione dal movimento, ha deciso di querelare per diffamazione Roberto Maroni, il principale candidato alla successione del Senatur. A stretto giro di posta gli ha replicato il presidente dei senatori leghisti, Federico Bricolo, chiamato in causa da Stiffoni («Bricolo era assolutamente a conoscenza della operatività amministrativa»). Il capogruppo nega («personalmente – dice – ho saputo del suo investimento in diamanti leggendo i giornali») e ribadisce la sua «totale estraneità a questa vicenda».

Querele e scheletri negli armadi a parte, il problema del Carroccio è soprattutto politico. La decisione di correre momentaneamente da sola in molte amministrazioni (mentre in altre corre con liste civiche in cui son confluiti esponenti del Pdl), aveva preparato la Lega di opposizione a una campagna elettorale “identitaria”, ed “anti-governativa”, nel tentativo di  intercettare i voti di chi non si riconosce nel governo Monti e rilanciare l’antico – anche se poco credibile – linguaggio autonomista in un nord in crisi.

Verona, con il popolare sindaco Flavio Tosi in cerca di riconferma, è diventata da subito la sfida-simbolo per la nuova stagione. Il piano è saltato con l’inchiesta giudiziaria, che ogni giorno svela fatti che hanno dell’inverosimile e che vedono sempre – a detta di Belsito – coinvolto direttamente Bossi. Ma anche gli attriti interni, iniziati con l’ostracismo nei confronti di Maroni, avevano lasciato trasparire più di una crepa nella solidità mononucleare del partito. I guai veri per l’immagine della Lega sono iniziati un mese fa, con l’arrivo dei carabinieri negli uffici di via Bellerio, che hanno trasformato l’appuntamento elettorale per le comunali di domani e dopodomani in un banco di prova più difficile del previsto. Con il Movimento che è costretto a rifarsi un’immagine con rapidità.

Dal responso delle urne dipenderà il cammino di una “fase due” dai contorni ancora incerti e nebulosi, soprattutto da quando le espulsioni sono fioccate su personaggi del “cerchio magico-malefico”. La sfida emblematica è rimasta solo quella di Verona, dove corre anche “Veneto Stato”, unica lista indipendista in lizza. Il sindaco Tosi cerca il secondo mandato, sostenuto da 6 liste civiche che si allargano a un bacino elettorale più ampio di quello leghista (composto da elementi che nulla hanno a che vedere con l’indipendentismo) e che dovrebbero consentirgli di giocarsi la riconferma, fors’anche al primo turno. Maroni s’è speso molto per sostenere il sindaco scaligero. Bossi, invece, non si è visto a Verona e ieri ha chiuso a Monza (dove invece non è andato Maroni), l’altro grande capoluogo del nord in cui la Lega si presenta al voto con un sindaco uscente, Marco Mariani, molto vicino al Senatur, ma in questo caso apparentemente senza grandi chance. Perchè‚ a Monza, la città che ha ospitato con clamore la breve esperienza dei cartooneschi “ministeri del nord”, più che altrove avrà peso la rottura con il Pdl, fino a ieri in Giunta.

Tra i comuni in cui si vota c’è‚ anche Cassano Magnago, il paese natio di Bossi, dove peraltro l’ex segretario ha ribadito la sua intenzione di presentarsi candidato al prossimo congresso. Tutti luoghi in cui la Lega corre sola, agita la bandiera della Padania e leva la protesta contro la «rapina dell’Imu», nonostante gli stessi sindaci leghisti abbiano già detto a Maroni che non ci stanno a non rispettare la legge, Tosi compreso. I big del Movimento si sono spesi molto a far campagna elettorale in piazze e teatri. Ora, in attesa dei risultati elettorali, la loro attenzione è puntata sui congressi vari, compreso quello in cui dovranno ufficialmente prendere posizione pro o contro il loro capo.

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