Stare in Europa: di vincoli si può anche morire

di OSCAR STRANO

Come ho più volte voluto dimostrare con i miei scritti, l’euro – così come concepito- ha come scopo il profitto tramite la libera circolazione dei capitali senza controlli. Il dominio della finanza. Un profitto effimero, che si traduce in cifre impronunciabili che, a loro volta, corrispondono a ricchezza solo virtuale, preda dei mercati e dei loro umori. Ho anche fatto esplicito riferimento al ritorno alla Glass Steagall Act, così da permettere alla finanza di giocare d’azzardo quanto vuole, liberando il settore produttivo dalla speculazione. E non sono il solo ad auspicare la separazione delle attività bancarie, e a criticare la struttura monetaria europea.  Eppure la sordità della classe dirigente va aumentando di giorno in giorno.

Una ventina d’anni fa dalla Tunisia arrivarono queste parole: <<l’Europa per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo, nella peggiore sarà un inferno (…) Richiedere e pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht.>> Ed è proprio da Maastricht che occorre ripartire.

L’Europa, nella sua fase senile, è incappata in quella malattia detta “sindrome da vincoli quantitativi” che, se non curata, porta a morte certa. Cosa sono i vincoli quantitativi? Vincoli procedurali nella definizione di politiche fiscali. Di preciso: (per quanto riguarda gli Stati) vincolo del 3% del deficit; vincolo del 60% rapporto debito/PIL; (per quanto riguarda le banche) vincolo sul risparmio dell’8% di capitale a fronte delle attività finanziarie; (per gli enti locali) vincoli del patto di stabilità. Questi parametri ingessano la società europea, la soffocano e ne rallentano la crescita. Bloccando di fatto economie produttive come Italia, Francia e Spagna a vantaggio di economie che un tempo erano meno competitive (Germania, Paesi del Nord). L’aspetto curioso è che non si comprende perché la scelta di tali cifre. Pensiamo al vincolo del 3%. Perché esso è stato posto sul disavanzo delle partite correnti (include, indi, le spese per interessi) e non sul saldo primario? Quest’ultimo rappresenta un vincolo più preciso, sotto controllo pubblico e non soggetto ai mercati. Così facendo, si è scelto di lasciare alla finanza il giudizio sulla lealtà ai vincoli. Un primo cappio al collo. Veniamo all’altro vincolo su cui poggia il patto di stabilità europeo: quello sul rapporto debito/PIL, fissato al 60%. Riporto un esempio fatto da Umberto Cherubini, sul suo blog in Linkiesta: “ Prendete due paesi uguali in tutto, se non per due numeri. Primo numero: uno ha un debito pari al 120% del PIL, l’altro ha il 60%. Secondo numero: uno ha investimenti nell’economia per il 60% del PIL e l’altro zero. E infine, siccome siamo in un’economia da libro di testo, i mercati finanziari sono efficienti. (…) entrambi i paesi hanno lo stesso rischio di fallimento. Poiché sono uguali, il primo avrà una somma di surplus primari attesi che sono il doppio del secondo, e la metà di questi surplus sarà data dai dividendi attesi sulle partecipazioni nell’economia. (…) il primo paese potrebbe rientrare nel vincolo del 60% semplicemente “privatizzando”, cioè vendendo i titoli di capitale in proprio possesso.”

Ecco dunque chiarito cosa significa quel 60%: limitare gli interventi pubblici in economia, favorire le privatizzazioni, e, perché no?, le svendite. Ed è altresì ribaltata la menzogna tanto cara alla coppia di fatto Alesina-Giavazzi: le privatizzazioni, anche se fatte senza svendere, non migliorano la sostenibilità del debito, ma servono solo a rientrare nei limiti imposti dall’Europa.

Quel “richiedere e pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”, oggi, è vitale per l’esistenza stessa del Sistema-Italia, così fatalmente compromesso. Tuttavia nulla possiamo sperare dall’attuale classe dirigente, la stessa che ha accettato, oltreché i vincoli già detti, anche un piano di rientro nei parametri abbondantemente idiota. Infatti questo piano di rientro è congegnato in modo da non consentire il raggiungimento del 60%. Ecco perché: si taglia ogni anno il debito/PIL di un ventesimo dello sforamento misurato in quell’anno. Come a dire che le manovre correttive non avranno mai fine. Sembra che in venti anni, con questo metodo, riporteremo il valore dello sforamento all’80% anziché al 60%. Se non è imbecillità questa.

Un appunto di metodo. Anzitutto, se è corretto dire che venir meno a questi parametri è impossibile, perché si incorrerebbe in sanzioni comunitarie che, ovviamente, non ci possiamo permettere, è  tuttavia lecito domandarsi i termini della regolamentazione europea. Essa, infatti, lascia grandi margini di dubbio in tema, perché non si definisce se le sanzioni applicabili sono proporzionali alle percentuali di sforamento dei parametri o sono ammende già stabilite. Nell’ultimo caso significherebbe che, se sei un pelo sopra il 3% e sei fuori dalle regole, tanto vale “sbracare”, sforare del 4, del 5 e non dello 0,01%!

I numeri su cui si fonda l’Europa sono sbagliati, la classe dirigente che li ha accettati è o stupida o in malafede (ma l’uno non esclude l’altra), e la situazione è sempre più prossima al “the end”: cosa aspettiamo a rinegoziare il nostro “stare in Europa”?

 

 

 

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