Spazzacorrotti? Secondo Openpolis si può aggirare. Ecco come

Dal 2015 Openpolis analizza il mondo di think tank e fondazioni politiche. La nuova edizione di Cogito ergo sum ha messo in evidenza come queste strutture siano sempre più centrali nelle dinamiche nazionali, diventate il bacino da cui le istituzioni attingono per nomine e incarichi pubblici.

Nel tentativo di colmare le tante lacune normative, si legge nell’ultima inchiesta – a fine 2018 il governo Conte I ha approvato lo spazzacorrotti. Un testo, poi modificato con il decreto crescita, che ha per la prima volta incardinato una definizione strutturata di fondazioni, associazioni e comitati politici. Il parametro principale che si è andato a definire è quello dei politici negli organi apicali.

“Sono equiparate ai partiti le strutture i cui organi direttivi o di gestione sono composti per almeno 1/3 da membri di organi di partiti o movimenti politici ovvero persone che sono o sono state, nei 6 anni precedenti, membri del Parlamento nazionale o europeo o di assemblee elettive regionali o locali di comuni con più di 15.000 abitanti, ovvero che ricoprono o hanno ricoperto, nei sei anni precedenti, incarichi di governo al livello nazionale, regionale o locale, in comuni con più di 15.000 abitanti”.

Per Openpolis, “se l’intento di queste organizzazioni è proprio quello di creare legami trasversali oltre la politica, mettendo insieme accademici, imprenditori e dirigenti pubblici, avere come unico riferimento i politici non può bastare”.

“Nell’ultimo anno sono aumentati i movimenti interni in queste strutture, con politici che venivano spostati in organi non decisionali, e meno importanti. I casi sono innumerevoli. Su tutti a/simmetrie, struttura vicina alla Lega, e presieduta prima dello spazzacorrotti dal senatore leghista Bagnai. Al tempo il vicepresidente era Marcello Foa, ora presidente del Cda Rai. Subito dopo l’approvazione della legge le dimissioni di Bagnai, e quelle di Foa, hanno di fatto escluso la struttura dalla normativa.

Questo è solo un esempio su tanti …(Bagnai è tutt’ora nel comitato scientifico di a/simmetrie)”. E Openpolis ne stigmatizza la presenza.

All’interno della puntata di Report Rai 3 realizzata assieme ad openpolis, il ministro Bonafede ha rilasciato un’intervista. Nelle sue parole la chiara promessa di voler ulteriormente lavorare per migliorare il testo.

“Io le prometto che il ministero della giustizia continuerà a studiare la trasparenza delle associazioni vicine alla politica e a valutare quali sono i margini di miglioramento [della legge]”.

Prendendo spunto dalle parole di Bonafede, ecco la proposta che la Fondazione avanza in tre punti.

  1. Rivedere il parametro dei politici: cosa fanno e non chi ne fa parte.
    Le fondazioni e associazioni analizzate nascono per creare legami trasversali oltre la politica. Hub di influenza che uniscono accademici, imprenditori, dirigenti pubblici e amministratori. Limitare la definizione di think tank politico a quelle strutture i cui organi apicali sono composti per 1/3 da politici è fuorviante. Non solo, rischia di includere associazioni e fondazioni in maniera erronea. È necessario rivedere questa definizione, aggiungendo un elemento chiave nella discussione: le attività svolte. Questi luoghi, anche se non presieduti da politici, spesso sono per loro stessa ammissione luoghi in cui fare formazione politica e instaurare processi di policy making. Bisogna quindi spostare l’attenzione da chi ne fa parte, a quello che fanno;
  2. Instaurare un sistema premiante: fermare la caccia alle streghe.
    Anche a causa del forte clima di anti politica nel nostro paese, da quando è stata scritta legge la maggior parte delle organizzazioni censite hanno cercato in tutti i modi di non rientrare nella normativa. La legge non funziona perché non riconosce il valore aggiunto che queste organizzazioni potrebbero avere nel dibattito politico. In altri paesi, come la Germania, le fondazioni politiche sono riconosciute e finanziate dallo stato. Un’ipotesi difficile in Italia, vista la recente abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ma considerare la possibilità di instaurare un sistema premiante, con degli incentivi per le strutture in questione, potrebbe aiutare a farle emergere, e quindi a comprendere il fenomeno;
  3. Dare più poteri all’organo di vigilanza: ad oggi chi deve controllare non ha i mezzi per farlo.
    Nella sua annuale relazione pubblicata a fine aprile, la commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici ha denunciato per l’ennesima volta carenze organiche e di competenze. L’esercizio 2019 sarà il primo su cui la commissione svolgerà la sua attività di controllo sui bilanci delle fondazioni e sulle donazioni ricevute. I risultati di questo lavoro saranno quindi pubblicati nella prossima relazione annuale. Ma se si vuole rendere realmente utile tutto questo, è necessario rivedere i poteri dell’organo di vigilanza. Ad oggi infatti non dispone di poteri accertativi diretti se non tramite richieste ad altre autorità/amministrazioni.

 

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