SONO 7000 I TIBETANI SCOMPARSI NEL NULLA

di CORRADO GALIMBERTI

“La Siria non fornisce all’Occidente computer, televisori al plasma, cellulari, capi d’abbigliamento, oggetti di ogni sorta, tutti “made in China. Per questo i mass media preferiscono parlare di Assad, mentre stendono tappeti rossi ai tagliagola cinesi che stanno annientando il popolo tibetano”.

Le parole di un attivista dell’associazione Svizzera-Tibet, confidate pochi giorni fa a un giornalista – la Confederazione elvetica è il Paese che ospita la più folta comunità tibetana in Europa – per i fan della Realpolitik sono da compatire. Ma non fanno una grinza. Nessuno vuole rompere le uova nel paniere ai cinesi, che permettono ai giganti dell’informatica di produrre un pc per 4 dollari e cinquanta centesimi e di rivenderlo a noi a 1500. Quindi, meglio ignorare ciò che un profugo tibetano ha dichiarato pochi giorni fa ad Asia New, dopo essere fuggito da Lhasa, città sotto assedio e dove volano più manganelli che mosche. “I tibetani stanno sparendo – ha dichiarato il poveretto, completamente ignorato dai gradi circuiti dell’informazione -. Vivono in aree limitate da mura e da filo spinato, costretti ad ascoltare e cantare inni comunisti, guardati a vista dalle armi cinesi. Oltre settemila persone sono state recentemente sbattute in un campo di rieducazione, e i monaci sono in sciopero della fame”. Ecco, settemila persone. Il profugo si riferiva ai risultati di una festa malriuscita. Nessuna intervista, a nessun oppositore, ci ha infatti informato che settemila tibetani, poco più di un mese fa, di ritorno dalla cerimonia del Kalachakra, celebrata in India dal Dalai Lama, sono finiti dritti dritti nei campi di rieducazione.

Una retata di settemila anime a noi pare una notizia. Ma mica si può pensarla tutti allo stesso modo, no? I nostri colleghi, in questi mesi, hanno scritto qualche riga sulle immolazioni dei monaci che si sono dati fuoco per gridare al mondo la loro disperazione. Ma si sono guardati bene dal domandarsi come mai le proteste siano riprese con gesti tanto tragici. Così come ci hanno parlato dei soldati dopati di viagra per stuprare le ribelli anti Gheddafi (ventenni che hanno bisogno del viagra?), ma delle monache violentate regolarmente dai soldati cinesi non ci hanno proposto manco una riga.

Racconta il profugo che nessun giornale lib lab ha degnato di attenzione: “Sono appena tornato da Lhasa. I tibetani stanno scomparendo: ognuno è terrorizzato dal bagno di sangue che sembra inevitabile. Al momento, a Lhasa vivono circa un milione e duecentomila di cinesi di etnia han e duecentomila tibetani. La maggioranza di questi vive in aree quasi del tutto circondate da stazioni militari, con mura alte più di due metri: alcune di queste hanno in cima il filo spinato”.

Di più non si sa. In Tibet, contrariante a quanto avviene in Siria, i giornalisti non possono proprio metterci piede. Lhasa è, de facto, chiusa persino ai turisti occidentali perché la repressione in atto è draconiana. Siccome i tibetani hanno la scorza dura e non cedono, i cinesi hanno raggiunto un livello di annientamento senza precedenti.

Le strade del Tibet e delle aree dove vivono le comunità tibetane sono presidiate da soldati, membri delle squadre speciali e poliziotti, che picchiano, arrestano, torturano e uccidono tutti i santi giorni. Com’è che nessuno posta filmati su you tube? Com’è che la nuova Bibbia dell’informazione mondiale – Twitter – non twitta niente? Com’è che l’Onu, la Nato, l’Ue volano così basso?

Recentemente, sempre a Lhasa, sono stati istituiti 134 nuovi posti di blocco. I soldati fermano in modo ossessivo pedoni e veicoli. Tante ramanzine sulla tolleranza religiosa e l’ecumenismo, ma scrivere che in monasteri dove vivevano tra i 300 e i 400 monaci ora sono rimasti in 36, evidentemente annoia.

Del Dalai Lama si parla quando incontra Richard Gere e i due si scambiano effusioni e sciarpe bianche. Ma nessuno ci racconta che nelle stanze dei lama ora vivono militari e poliziotti che mangiano e scoreggiano. Anche se è considerato un patrimonio dell’umanità, il Potala è divenuto una vera e propria caserma. Nel monastero interno i cinesi hanno costruito i bunker militari. Nel monastero Drepung vivevano fra i sette e i diecimila monaci: ora sono 500. Nel monastero Sera erano seimila, oggi sono 200. Attorno a questi luoghi la polizia non si schioda neanche per la pausa caffè e il Palazzo Norbulingk, che era la casa di 300 monaci, oggi è un deserto umano: sono rimasti in dieci. Dove sono finiti tutti gli altri? Nei campi di rieducazione a produrre cellulari che gli Occidentali, affetti da shopping compulsivo, devono cambiare almeno una volta l’anno.

Poi ci sono le strade e le autostrade che squarciano i luoghi sacri, i paesaggi e l’ambiente, tutto messo a punto per favorire il progresso, ovvero il movimento delle merci e delle persone (che ormai sono la stessa cosa). Risultato: l’immigrazioni di cinesi di etnia han che mira a mettere in minoranza la popolazione locale si è casualmente trovata la strada spianata, anche da un punto di vista della mobilità.

Persino il Dalai Lama, un ultramoderato e che, proprio per il suo atteggiamento pacifista, non è apprezzato da tutti i tibetani, ha perso le staffe. Forse stufo di essere ricevuto dai leader mondiali nei corridoi di servizio e fuori dagli uffici dove tutti gli altri entrano tra baci e abbracci, ha osato contraddire apertamente le autorità liberalcomuniste cinesi. Lo scorso settembre, durante l’undicesimo incontro biennale con i leader del buddismo tibetano ha dichiarato che “ Pechino non ha alcun potere sulle reincarnazioni dei buddha viventi” e, in un inaspettato impeto d’orgoglio, ha rincarato la dose: “è un’istituzione sulla quale solo io posso decidere.”.

Parole mai pronunciate prima d’ora e di una violenza verbale senza precedenti. Si dà il caso, infatti, che il governo cinese pretenda di decidere chi è, e chi no, è la reincarnazione del Buddha. Ma chi fa pc per quattro dollari e cinquanta si può permettere questo e altro.

 

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