Il “Sistema Sesto”: quando il difetto sta nel manico

di DANIELE VITTORIO COMERO

A pensare che il difetto principale sia nel manico è un militante del PD che l’altra sera, a un dibattito sulla legge elettorale in una festa dell’Unità, è così intervenuto parlando dell’attuale situazione politica. Dopo di che si è rifugiato nelle retrovie, timoroso di un eventuale contraccolpo, che non c’è stato. Qualcun altro è poi intervenuto ed ha parlato del “sistema Sesto”. La reazione è stata immediata: l’altro relatore ha fatto presente che il consigliere Penati è stato messo alla porta dal PD, non è più un iscritto, è stata fatta pulizia, saranno i giudici poi a stabilire se sono stati commessi reati nella maxi inchiesta ancora in corso. Involontariamente, ha ribadito un giudizio politico di condanna sui fatti per cui il consigliere è finito su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali.

Chiuso il dibattito si avvicina un militante che ha notato la mia faccia molto scettica e dice:”…a Sesto ha vinto bene la sinistra quindi vuol dire che gli elettori hanno riconosciuto che pulizia è stata fatta”. Lo guardo con interesse, capisco la buona fede, mi arrendo e non ribatto. Certo, avrei potuto esprimergli i miei dubbi sul risultato delle ultime elezioni del maggio scorso a Sesto, che forse è stato il frutto di una situazione, quasi scontata, nella piena legalità, sotto la veste di libere elezioni, i sestesi sono stati chiamati alle urne per esprimere una scelta tra alternative ben poco praticabili rispetto alla coalizione uscente di sinistra. Il dibattito in campagna elettorale è stato tenuto al largo da una seria riflessione sul “sistema Sesto”, che aveva falcidiato la giunta e il comune.

Gli uscenti per la prima volta non schierano un uomo di apparato, ma una donna, di aspetto rassicurante con esperienza. Gli avversari di centro destra si frantumano e schierano dei mini-candidati sindaco: la Lega Nord fa correre un ex-senatore, ingegnere civile, con studio a Sesto, che è stato invischiato in mani pulite nei primi anni ’90, prende il 3,9% e non entra nemmeno in consiglio, il PDL schiera una professoressa della Cattolica, di area formigoniana, che ha poca fortuna tra gli elettori non di sinistra, raccoglie il 16,9%, una miseria, e va al ballottaggio. La terza incomoda, la lista M5S dei grillini, pur facendo un buon risultato intorno al 10% non riesce a rompere i giochi. Vince al ballottaggio l’esponente del PD, ma buona parte dei sestesi rimangono a casa, la percentuale di votanti è molto bassa, 39%. L’essenza del “sistema Sesto”, che è molto più diffuso di quanto si creda, è proprio questa: gruppi trasversali che cercano di incanalare le elezioni, prefigurando il risultato, la spartizione delle risorse del territorio e gli incarichi. A Sesto come in altre città.

Due parole per rinfrescare la memoria su Filippo Penati: sindaco per due mandati a Sesto San Giovanni, comune di 80mila abitanti ai confini di Milano, chiamato la Stalingrado d’Italia, segretario provinciale dei DS e poi presidente della Provincia di Milano. Perde la poltrona nel giugno 2009, in autunno diventa il capo segreteria di Bersani, che aiutò nella scalata al vertice del PD, in pratica l’uomo forte dei Democratici a livello nazionale per oltre un anno, perde di nuovo le elezioni del marzo 2010 e diventa vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia. L’ascesa si arresta a fine 2010 con l’uscita, per la verità molto a rilento, di notizie di indagini della magistratura, di intercettazioni, di testimoni che iniziano a parlare di un sistema di gestione della cosa pubblica, delle licenze edilizie, del piano regolatore, degli appalti e via dicendo. Si accendono i riflettori su quello che diventerà famoso come il “sistema Sesto”, dal luogo di provenienza del gruppo sotto indagine giudiziaria. Si dimette da vice presidente, rimane consigliere regionale, con un suo gruppo. L’espulsione di Penati dal PD è una mossa esemplare, per dire che il partito è sano, ma lascia agli osservatori esterni l’impressione che sia più un “capro espiatorio”, il cui sacrificio procura la salvezza a tanti. Un rito ben conosciuto e praticato nella politica italiana. Il personaggio è proprio adatto alla scopo: faccia da cattivo, antipatico e un po’ guascone.

Però, se si parla di sistema, vuol dire che non è un caso singolo, non era e non è in discussione una persona sola, per quanto potente e influente, ma un sistema di relazioni tra politici che agiscono dentro il PD e negli altri partiti, per condizionare l’attività economica e politica di un territorio. Se fosse così, l’espulsione di uno è un fatto quasi irrilevante, il sistema può continuare a funzionare anche senza un giocatore, tutta la squadra è ancora piazzata in campo, manca solo il centravanti, che può essere sostituito con un altro.

E’ proprio vero, il difetto sta nel manico, non nei militanti che ci credono nella buona politica.

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