Sinistra e destra sono stataliste. Il neocentralismo torna al voto a settembre ma non con Grande Nord

di ROBERTO BERNARDELLI – Alla fine aveva ragione Giuliano Amato quando, in occasione del primo ventennale delle Regioni, scrisse che erano già allora un mostro. Dai e dai, la classe politica ha saputo dimostrare che le Regioni possono essere solo un nuovo centro di spesa, un neocentralismo decentrato e niente di più. Solo pochi casi rari hanno cercato di essere esempio di virtù. Lombardia e Veneto sono un modello di gestione avanzata ed efficiente delle nostre risorse. Per il resto, un luogo dove conquistare il vitalizio al primo mandato, con un assegno quando si è in carica che è paragonabile a quello di un parlamentare. E, in ogni caso, uno stipendio che è pari più o meno a quello della cancelliera Angela Merkel. Solo che, in Italia, poi si passa alla cronaca per le spese pazze: giochi, dvd, matrimoni, e via discorrendo. Perché allora stupirsi se il Pd ci ha provato anni fa a cancellare le regioni e a raggrupparle secondo ordine confuso? Lo avete dimenticato? Riproponiamo alcune tabelle.

Il pd non votò il referendum di Lombardia e Veneto per l’autonomia ma perché stupirsi? Non lo fece neppure la destra, ma perché stupirsi? Sono statalisti, centralisti, difendono un mondo che non c’è più. La contesa referendaria della sinistra e della destra in realtà nasconde il vero intento, è Roma che decide come dobbiamo vivere, convivere, chiamarci di nome.

Non stupisce che anche il fu partito del Nord abbia smesso di alzare la bandiera dell’autonomia.

A settembre Grande Nord-Partito dei Veneti è l’alternativa per difendere le ragioni del Nord.

 

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