Secondo la finanza, l’indipendenza porta incertezza. La paura fa 90…

RASSEGNA STAMPAborsavalori
di Azad Zangana * (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Il 18 settembre la Scozia decidera’ se vuole abbandonare o meno l’unione politica con il resto del Regno Unito. Fino a inizio settembre la maggior parte dei commentatori, degli economisti e degli investitori vedevano una probabilita’ molto bassa di una vittoria degli indipendentisti al referendum. Tuttavia, dopo il secondo dibattito televisivo tra Alex Salmond, leader della campagna a favore dell’indipendenza della Scozia, e Alistair Darling, leader della campagna ‘Better together’, i sondaggi sulle intenzioni di voto hanno mostrato un brusco spostamento a favore dell’indipendenza: uno dei sondaggi ha persino visto prevalere il fronte dei ‘si”. A seguito di queste notizie, la sterlina britannica ha perso circa l’1,1% contro il dollaro e lo 0,8% contro l’euro la scorsa settimana. Inoltre, molti titoli azionari con forte esposizione sulla Scozia hanno registrato significativi cali dei prezzi. Gli investitori sono giustamente preoccupati di questo trend, soprattutto a causa dell’incertezza che una eventuale vittoria del si’ creerebbe attorno alle sorti scozzesi, ma anche a quelle dell’intero Regno Unito. Ecco alcuni punti da considerare: Il problema dell’eventuale futura valuta di una Scozia indipendente e’ lungi dall’essere risolto. A nostro avviso, i principali partiti politici britannici non bluffano e non acconsentiranno a un’unione monetaria. In ogni caso, anche una Scozia indipendente, parte di un’unione monetaria con il Regno Unito, farebbe sorgere gli stessi rischi che hanno causato la crisi del debito sovrano nell’Eurozona. Infatti, un’unione solo monetaria, e non anche politica e di bilancio, puo’ portare alla nascita del cosiddetto azzardo morale, e limiterebbe molto la liberta’ economica della Scozia. Di conseguenza, una Scozia indipendente molto probabilmente avrebbe una propria moneta, o tenterebbe di usare la sterlina senza il permesso del Regno Unito. Entrambe le opzioni comportano differenti rischi e benefici, ma entrambe daranno vita a un’enorme incertezza per le aziende con sede in Scozia. Non ci sono ancora dichiarazioni sulla posizione fiscale della Scozia da parte del governo locale. Tuttavia, l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dal gas del Mare del Nord evidenzia come le entrate fiscali siano fortemente volatili. Inoltre, l’outlook di lungo termine e’ cupo – per la produzione di queste commodity, cosi’ come per le entrate, le stime sono di un sostanziale calo. L’ingresso nell’Unione Europea da parte di una Scozia indipendente e’ dubbio, soprattutto poiche’ i Paesi con movimenti separatisti al loro interno bloccherebbero tale processo, per evitare di creare un precedente. Molte imprese, e soprattutto le banche, rischierebbero quindi di perdere l’accesso al piu’ grande mercato globale. A livello politico, ci sarebbero enormi conseguenze per il resto del Regno Unito. Il partito laburista, che attualmente e’ in testa nei sondaggi per le elezioni del prossimo anno, potrebbe perdere fino al 16% dei propri seggi, rendendo cosi’ molto piu’ probabile una maggioranza in mano al partito conservatore. Gli investitori non comprendono ancora appieno che cio’ renderebbe quasi scontato un referendum sull’appartenenza all’Unione Europea dello stesso Regno Unito. Senza la partecipazione degli elettori scozzesi, un voto a favore della cosiddetta ‘Brexit’ sarebbe piu’ probabile. Secondo un sondaggio condotto a dicembre 2013 da YouGov, il Regno Unito (Scozia esclusa) vedrebbe un 46% dei voti a favore dell’uscita dall’Ue versus un 37% contro; per la Scozia invece il 50% voterebbe a favore della permanenza nell’Ue, a fronte di un 34% sfavorevole. Con la perdita del gas e del petrolio del Mare del Nord, le finanze pubbliche britanniche potrebbero essere danneggiate, anche se l’impatto peggiore riguarderebbe il deficit della bilancia commerciale e di quella delle partite correnti. Proprio il disavanzo di parte corrente e’ attualmente attorno al 4,5% del Pil, ma potrebbe salire fino a un livello tra il 5,5-6,5% se la Scozia dovesse lasciare il Regno Unito. Tale percentuale si rivelerebbe vicina ai livelli associati con le crisi delle bilance dei pagamenti, elemento che scatenerebbe probabilmente un forte deprezzamento della sterlina. Gli investitori – internazionali e nazionali – sono giustamente preoccupati per le prospettive di una vittoria del ‘si” al referendum del 18 settembre. Non ci sorprende quindi vedere pesi massimi della politica inglese spingersi fino in Scozia per un ultimo tentativo disperato. Nel caso il ‘si” dovesse effettivamente prevalere, il Regno Unito e la Scozia si troverebbero in una fase di enorme incertezza, dato che i negoziati post-voto sarebbero certamente molto complicati e, potenzialmente, dannosi per la reputazione di entrambi i Paesi. Se invece dovesse essere il ‘no’ a vincere, ma senza un margine significativo, il tema probabilmente rimarrebbe attuale per molti anni, spingendo gli investitori a chiedere un premio per il rischio nel trattare con entita’ scozzesi.

* European Economist di Schroders

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