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Scienza politica e secessione: le posizioni di Roland Vaubel

di PAOLO L. BERNARDINI

La questione del separatismo, o indipendentismo, può essere affrontata da diverse prospettive. Alcune, e sono la maggioranza, di carattere ideologico, ovvero “impegnato”, e in esse il discorso è animato dalla passione politica e civica, a cui di volta in volta si associa, a mo’ di sostegno, indispensabile, ora la storia, ora il diritto, ora altre scienze sociali, che divengono ancillari, in qualche modo, alla proposta politica, che, con tutte le sue ragioni, infinite, in qualche modo si affida sempre ad un elemento irrazionale, sentimentale, sognatore. Sulla base della insoddisfazione patente per il modo (e il mondo) in cui viviamo.

Ma è molto importante domandarsi: esiste una parte della scienza politica – che privata del suo materiale empirico, storico e soprattutto contemporaneo, è scienza del numero di angeli che possono sedere sulla capocchia di uno spillo – intesa come Scienza che compendia insieme elementi storici, ovvero empirici, ed elementi giuridici, relativamente più puri, o idealmente purissimi nella dimensione del diritto naturale, ovvero morale ed ideale, in cui si situa, per l’appunto, il diritto di autodeterminazione dei popoli come estensione (anomala e oggettivamente discutibile) del diritto di autodeterminazione individuale, esiste dunque una scienza politica che si occupi di autodeterminazione, secessioni avvenute e possibili, e indipendentismo?

Certamente esiste. Gli esempi sono molteplici, a tacere naturalmente dei grandi della tradizione italiana, in primis Gianfranco Miglio. Qui parlerò brevemente di Roland Vaubel, ordinario all’Università di Mannheim, classe 1948, studioso eccellente di scienza politica intesa nel suo essere intreccio fecondo di discipline giuridiche, politiche, statistiche, amministrative, e naturalmente storiche. Il testo di cui qui parlerò, “The Political Economy of Secession in the European Union”, dell’aprile di quest’anno, si trova, con una breve presentazione del docente, in un sito catalano: clicca qui.

Innanzi tutto, qualche osservazione. Per prima cosa, si trova nel testo una amplissima bibliografia scientifica, da Acton ai due Buchanan, con riferimenti importantissimi ad autori antisecessionisti, come Albert Hirschmann (Exit, Voice, Loyalty, del 1970), indispensabili per capire la possibile sottigliezza e non astrattezza della contro argomentazioni. E questa può rilevarsi estremamente utile. Secondariamente, vi sono osservazioni preliminare da fare: “secessione”, tecnicamente (ma siamo in uno spazio semantico veramente variabile) dovrebbe riferirsi alla costituzione di stati indipendenti da realtà federali, oppure, di nuovi stati all’interno di realtà federali, come nel caso qui citato del Giura Bernese, o del caso recentissimo dello stato di nuova formazione del Telangana, in India, che meriterebbe particolare attenzione (o anche l’abbandono da una confederazione, insieme molto “loose” storicamente). Anche l’abbandono della UE da parte di uno stato membro potrebbe forse essere qualificata come “secessione”, mentre ad esempio la Catalogna e il Veneto hanno, come parti integranti di uno stato centralizzato, un accesso limitato, secondo me, al concetto di secessione. Se mai, si potrà parlare di indipendenza, separazione, distacco, o scissione, termine quest’ultimo utilizzato una volta da Sergio Romano. Inoltre, stupisce un poco, senza nulla togliere al valore del paper, che, essendo stato scritto nell’aprile 2013, tra le realtà “italiane” parli solo del Sud-Tirolo. In realtà candidati alla separazione ve ne sono almeno due, Veneto e Sardegna, credo degni di attenzione per i passi avanti fatti in questa direzione.

Il paper è molto bello, prima di tutto perché, per fortuna ignaro della famosa e problematica “a-valutatività” di Max Weber, prende chiaramente posizione a favore dell’indipendenza di parti di Stati all’interno della UE, e in generale, sulla base della conclusione secondo cui il guadagno fatto dai nuovi Stati sarebbe3 superiore alla perdita inflitta agli Stati che sono stati abbandonati. Inoltre, spiega chiaramente che non esiste, se non in potenza, un diritto di veto all’ingresso di nuovi Stati nella UE, Stati che siano nati dalla scissione di altri Stati UE, proprio perché ciò non si è mai verificato, e quindi mancano precedenti (vanificando dichiarazioni affrettate di Schulz e Reding e Brok, ad esempio,che parla a vanvera di “veleno della secessione”, un po’ come il sardo Lussu parlava di “serpe dell’indipendentismo”, ignaro del simpatico serpente che si spezza di Franklyn). Poi analizza i pro e contro della secessione a partire da presupposti teorici ed empirici. Naturalmente, parlando di un numero di casi storici extra-UE, tratta di questioni solo marginali per il caso italiano.

Ad esempio la questione delle minoranze: nel caso ad esempio dei paesi baltici o del Centro Asia, la questione si poneva eccome, come si pone ad esempio nei paesi africani. I russi sono ben identificabili come minoranza, poniamo, in Kazakhstan: diversa etnia, diversa lingua, diversa religione, e questo per parlare delle differenze più evidenti (il fatto di essere gli occupanti conquistatori, ad esempio, cosa non da poco). Ora, questa situazione non è applicabile all’Italia. Poniamo che il Veneto diventi indipendente: diventa indipendente, appunto, il Veneto (la totalità dei suoi abitanti) ma non i Veneti (coloro che sono nati in Veneto, che sono da generazioni di famiglia veneta, ecc.), che sono sparsi in tutto il mondo, e ovviamente molti fuori dal Veneto, nel resto d’Italia. Dunque, le cose stanno diversamente rispetto all’Estonia, poniamo, con i russi. I cittadini del Veneto sono forse soprattutto veneti, ma non esisterebbe una discriminazione per gli “italiani”, proprio perché gli italiani non esistono, è una nazione figlia dell’opportunismo, fittizia. Esistono i sardi, i siciliani, i liguri, i toscani, e così via. E Vaubel risolve bene questa cosa anche per altre indipendenze, dove in effetti vi erano minoranze effettivamente identificabili. La cittadinanza di diritto, pur criticabile, evita sciagure che possono essere tipiche della cittadinanza di sangue. La stessa cosa si potrebbe ben applicare alla Sardegna.

Ora, i problemi sollevati nel paper sono tanti. Di converso, non possiamo immaginare che una volta che il Veneto sia libero i veneti residenti nel resto d’Italia siano soggetti a discriminazioni, proprio per la non-esistenza, se non opportunistica, della nazione “italiana”. Ma sono tutti problemi ovviamente che occorre affrontare, nel caso di minoranze percepibili come tali, identificabili per tratti di differenza (i Serbi che continuano a vivere in Kossovo, i Cossovari che all’opposto vivono in Serbia, ma la ex-Yugoslavia fornisce un buon numero di casi di questo genere). Ma sarebbe veramente assurdo porsi il problema per la Scozia, e forse anche per la Catalogna. Chi sono gli “spagnoli”? I parlanti castigliano? E allora sono spagnoli tutti i catalani, notoriamente bilingui.

Il paper pone anche il problema del possibile indebolimento economico del “rump State”, ovvero dello Stato che perde una propria parte, o regione o Land che dir si voglia. In realtà, il fatto che esso debba per forza, come reazione, centralizzarsi ulteriormente, è possibile, ma non del tutto verificabile. Potrebbe anche avvenire la “scissione a catena”. Ma senz’altro vero e verosimile, per gli scenari futuri, che la competizione tra democrazie, assicuri una maggiore “democrazia” appunto, piuttosto che il moltiplicarsi di corpi intermedi e poteri all’interno però del medesimo stato. Questo lo aveva splendidamente intuito Harold Acton, riferendosi allo stato monarchico. La distribuzione del potere non all’interno del singolo Stato, ma attraverso il moltiplicarsi di democrazie che esercitino “controllo”, attraverso la competizione, una sull’altra. L’oppressione della maggioranza è sempre peggiore dell’oppressione da parte di una minoranza. “Ogni secessione – scrive Vaubel – rafforza la competizione tra governi”.

Ove lo storico incontra lo scienziato politico è nelle conclusioni, che mi sento di condividere affatto, partendo dalla mia formazione di storico, appunto, e oltretutto della prima età moderna, e non di studioso della moneta e dell’unificazione europea come il professor Vaubel: “Gli Stati che compongono l’Europa dei nostri giorni sono risultati di secoli e millenni di dominio arbitrario e coercitivo. Casi fortuiti di successioni dinastiche e brutali occupazioni militari hanno formato la maggior parte dei loro confini. Il diritto di secessione è necessario per arrivare ad unità politiche [political units] che riflettano le preferenze dei popoli”.  Questo è vero per moltissime situazioni, con alcune eccezioni rimarchevoli (la Svizzera, ad esempio, ma sull’eccezionalità svizzera ha indagato brillantemente lo storico inglese ora a Philadelphia Jonathan Steinberg, nel suo “Why Switzerland?”, che da un decennio, sia detto per inciso, tento di far tradurre in italiano). Il diritto, si potrebbe aggiungere, ed il suo effettivo esercizio, nella misura in cui, stabilita la validità di un diritto, non se ne può negare l’esercizio, a pena di subordinare un ordinamento positivo ad una norma procedurale, ovvero ad uccidere la vitalità del diritto con la mortifera mano dell’amministrazione, ovvero della burocrazia (cosa che peraltro continuamente accade).

In conclusione, quando all’inizio del paper Vaubel discute Allen Buchanan, da non confondersi con James Buchanan, che parla dei due motivi che spingono alla separazione:

1. “rivendicare un territorio di cui si era sovrani” (gli stati baltici, ma anche il Veneto, evidentemente, a meno che non vi siano ragioni per porre un termine cronologico rispetto alla sovranità tenuta e persa, cosa che allora farebbe automaticamente decadere il diritto degli ebrei a “riprendersi” la Terra Santa, persa millenni fa);

2. “rivendicare la sovranità su di un territorio come estremo rimedio nei confronti di gravi ingiustizie subite”, vediamo bene come le rivendicazioni di sardi, veneti, lombardi, abbiano motivo di appellarsi ad entrambi i motivi.

Il primo è ovvio. Il secondo, evidente: quante violazioni del diritto, che importano anche violazioni ai diritti umani fondamentali [basic human rights], a partire dalle violazioni della proprietà, e, continue, della stessa Costituzione del 1948 (che poi però si usa strumentalmente per ostacolare la separazione), impone l’Italia sui popoli veneti e lombardi, i.e., sugli “abitanti residenti di Veneto e Lombardia” (e in numerosi altri casi). Il secondo caso è poi evidente nell’indipendenza raggiunta dalle Province Unite d’Olanda, con il loro “Atto d’abiura” (l’abiura era la violazione del diritto e l’abbandono, la trasformazione in mere vacche da mungere, da parte dell’imperatore Filippo II); e poi dalle tredici colonie che daranno vita agli USA.

Dunque, sono lieto che un accademico del calibro di Vaubel si schieri nella non nutrita (in Europa) schiera degli studiosi della secessione che allo stesso tempo non hanno timore di pronunciarsi, con tutte le cautele dovute, a favore di essa. Continua una tradizione che ebbe in Miglio il meglio, per dir così, in un giuoco di parole, e contempla una buona squadra di studiosi giovani o giovanissimi, provenienti da diversi ambiti, soprattutto giuridici e politologici.

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10 Comments

  1. Bello l’articolo di Focus in cui si lancia la proposta ai comuni italiani di dedicare una via o una piazza a i giovani ricercatori .Credo sia una uno stimolo per i ragazzi e una segnale contro il precariato.Bravo Focus, speriamo che i comuni accolgano l’iniziativa.

  2. A proposito di quanto scritto da Albert1, invece, occorre ricordare che la storia, maiuscola merita solo se intesa come scienza: e già lo si leggeva nell’articolo. Il problema nasce quando ci imbattiamo nella natura nomotetica delle scienze (almeno delle scienze della natura). Alla storia, però, non compete la definizione di leggi causali e, d’altro canto, il suo dettato deve restare, per conservare il valore di scienza, falsificabile.
    Forse non è il caso di scandalizzarsi per la storia “arma a doppio taglio”, ma almeno, diamine, non la si scriva con la maiuscola.

  3. Carlo Brutti sottolinea la contraddizione che pare non essere ancora stata risolta. Non è stata e non riesce ad essere risolta almeno fino a quando non si prende in considerazione il fatto che lo stato-nazione sovrano è lo scoglio sul quale è destinato ad infrangersi ogni tentativo di giustificare qualsiasi scissione. Se ci si aspetta dal diritto la soluzione del problema guerra (cioè se la guerra resta un problema da risolvere) solo sollevando le nazioni dall’impegno di diventare stato sovrano e solo concludendo cinquecento anni di esperienza di sovranità dello stato (forse si è più precisi se si parla di tendenza alla sovranità), la soluzione arriva.

  4. Stò Professor no gà ancora capio che l’è in ritardo, la campanea gà zà sonà. Non c’è bisogno de Referendum o plebesciti, ma dea liberazion dea testa. NON SIMO ITALIOSCHI MA VENETI. Con tanto rispetto per gli altri popoli che vivono in terra italiana. NOIALTRI VOEMO ESSERE LIBERI E SOVRANI CASA NOSTRA E NON SE INTRIGHEMO DE CHIALTRI. Grazie, e rispettosi saluti a tutti.

  5. Non ho ben capito perché la nazionalità italiana sia fittizia e quella veneta invece no. A mio parere sono fittizie tutte le nazionalità, quando pretendono di concretarsi in un sistema giuridico, anziché manifestarsi spontaneamente secondo le scelte dei singoli individui. Io, lombardo con ascendenze venete per parte materna, mi sento più affratellato a molti amici terroni che a certi amici o parenti polentoni, Per molti versi la mia patria è il Sud. Che c’entra il territorio dove uno è nato? Sarebbe ora di smetterla con questi residui romantici, che tanto male hanno fatto e tante guerre hanno scatenato.

    • 1100 anni di storia di repubblica di Venetia ti dicono niente ?

      1866 plebiscito truffa ed accordo tra francia, regno di savoia una settimana prima del finto voto ti dicono niente ?

      l’affondamento della nave unitè d’italiè da parte dell’ammiraglio veneziano ti dicono niente?
      Custoza e Lissa ti dicono niente?
      le giornate delle pasque veronesi contro gli invasori della repubblica di venetia ti dicono niente?

      il furto da parte dei francesi e l’accordo sottobanco tra savoia e francia perché questoi tesoro non venisse richiesto indietro come avrebbe fatto sicuramente la repubblica di venetia ti diccono niente?
      mi fermo qui ma posso continuare all’infinito, invece non ricordo 1 solo motivo per cui dovremo continuare a restare schiavi di roma e della sua casta.
      ROBERTO

  6. Mi accodo a questo articolo. Agli utenti sardi: da ascoltare, parola per parola, il discorso di apertura di M. Murgia del 3 agosto a Núoro dà un quadro d’insieme degli intenti, delle prassi e dello stato dell’arte dell’indipendentismo sardo.
    http://youtu.be/13HBGBCzm_w

  7. Sulla “scissione a catena”: da sempre ritengo che gli indipendentisti lombardi e piemontesi debbano far massa critica con e per il Veneto – apriremmo così La breccia… ma forse è solo una pia illusione!
    Sulla traduzione di “Why Switzerland?”: perché non provare col crowdfunding?
    Per quel che riguarda la questione delle radici, del fatto che tanti confini siano più il risultato di soprusi che di volontà popolare: questo è uno di quei punti che ha sempre mandato a tappeto gli esponenti leghisti, nelle varie trasmissioni televisive: al Fini di turno basta mettere in dubbio la “consistenza storica” della Padania… ed ecco che le zucche dei ns. eroi esplodono come nemmeno i punk di Kenshiro!
    Resto dell’idea che la Storia sia un’arma a doppio taglio, e che ben pochi la sappiano brandire come si deve, nello scontro politico.

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