di FULVIO ABATE – Se volessi, finalmente, un giorno prendere possesso delle lingue straniere, e, segnatamente, di quella inglese, certamente, sia detto senza sarcasmo e neppure sufficienza – giuro – mi affiderei a Giancarlo Giorgetti, alla sua fantasia, alle sue invidiabili capacità di improvvisazione lessicale, cosa non da tutti, cose che riescono solitamente ai duttili, ai veri talenti, ai veri italiani.
Di Giancarlo Giorgetti, sappiamo le doti da tessitore, un signore che conosce la ponderazione: sa cosa, insomma, va detto e perfino cosa non va detto nella labirintica comunicazione e, ancor prima, nella praxis politica. Mentre Salvini sta lì, in piazza a mostrarsi opportunamente, a far bottino di consensi grossolani come un “descamisado”, Giorgetti, nel frattempo, nel suo soffuso altrove ministeriale, nel silenzio delle boiserie, lavora, opera di fino, tesse, fa, in breve, il politico, di più, egli è il Politico, presumibilmente assai di più di quell’altro, cui invece tutti, solitamente, per definizione, attribuiscono fiuto insuperabile, proprio come un certo tonno.
Nella quiete secondaria del suo blazer ordinario, la montatura di occhiali anonima, la camicia bianca, colletto di taglio semifrancese, un accenno di frezza nel medesimo punto là dove, un tempo, fiammeggiava quella di Aldo Moro, Giorgetti, appunto, dispone, studia, costruisce ciò che pretende tempo e, si è detto, va avanti con tessiture, per tempi lunghi, producendo atti ufficiali certamente più estesi e complessi dei tweet altrui. C’è ancora da immaginarlo anche a suggerire prudenza, sempre così a Salvini, se non, talvolta, a dirli direttamente, implicitamente o anche esplicitamente: …ma che ceppa stai dicendo, Matteo? Non siamo più a Ponte di Legno! Mettendosi così negli stessi severi e paternalistici panni di un Lenin che – perdonare lo sfoggio di cultura storica – rivolto al nostro Umberto Terracini, durante un Congresso dell’Internazionale comunista a Mosca, poggiandogli una mano sulla spalla e sorridendo, pronunciò: “Plus de souplesse, camarade Terracini, plus de souplesse”. Leggi: flessibilità.
Giancarlo Giorgetti, d’altronde, occupa un incarico adeguato alle incombenze che spettano a un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nell’attuale esecutivo dell’invisibile Giuseppe Conte; egli è, in breve, il Richelieu-Gianni Letta della Lega di Governo, partito che lo ha perfino visto segretario nazionale. Tuttavia, ormai, nell’aldilà del tempo dei raduni tra le balle di fieno, sarebbe davvero irrilevante rammentarlo con Calderoli, Bossi e Cota, camicia verde, negli antichi, ancora rustici, entusiasmi secessionistici.
Giorgetti è ormai innanzitutto figura, blazer di Stato, ossia, custodisce, o almeno dovrebbe, il dovere di conoscere la quotidiana realpolitik, il realismo, l’obbligo di dissentire, almeno a fronte di ogni eventuale cazzata pronunciata o commessa persino dai suoi, indicare quale debba essere la navigazione, la rotta esatta, quali le parole proprie da pronunciare, in che lingua esprimersi correttamente. Senza, s’intende, nulla togliere ai bizantinismi, quando questi appaino necessari alla sopravvivenza nelle comunque gratificanti istituzioni, nel Palazzo.
Giorgetti, talvolta, in obbligo del suo ruolo, è addirittura costretto a mettere in tasca il passaporto e viaggiare, affacciarsi così all’estero, come, ad esempio, giorni fa, al Council on Foreign Relations, tra i più significativi laboratori di politica estera degli Usa.
Proprio lì per mostrare innanzitutto, per esempio, l’affidabilità nostra agli occhi dell’amministrazione Trump, eccolo pronto nella sede newyorkese del Cfr, ed è proprio lì che comincia l’assai perdonabile sventura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti… Nell’assenza di un video che ce lo mostri, facciamo affidamento a chi in quella sala c’era e ha raccontato la scena.
Pare infatti che, giunto sulla tribuna della Harold Pratt House, sulla 68esima Strada, tra la quadreria delle storiche élite geopolitiche e le boiserie ottocentesche, abbia pronunciato un testo incomprensibile sia agli americani, sia agli stessi suoi conterranei. Sembra, dicono, che leggesse in “una lingua a lui quasi sconosciuta, inventata perfino la pronuncia”, così davvero riportano. La sventura ha proseguito anche quando Giancarlo si è ostinato a rispondere a braccio, ancora nel suo inglese improbabile, magicamente rielaborato. Interrogato sulla posizione del Governo riguardo alla crisi in Libia, pare abbia detto, letteralmente: “French out” e “Better a dictator”, e qui finisce la sventura…
Ma inizia anche, sia detto senza ironie possibili, la nostra difesa pervicace della persona, fosse anche lontanamente attendibile l’idea che il suo possesso delle lingue straniere giunga dalle assai domestiche dispense, con incluso disco, de “L’inglese giocando”, gli stessi che giravano sul piatto quando Giancarlo era piccino. Insomma, avvertono i polemici, i dogmatici, un inglese, il suo, del tutto inadeguato, un intervento altrettanto azzardato, perfino quando si è trattato di rispondere, appunto, sulla questione delicata della Libia, ma non sottilizziamo, dai, non diciamo neppure per amore di luogo comune che l’inadeguatezza italica riferita alle lingue straniere, segnatamente dell’inglese, rimanda al proverbiale “Noio… volevam… volevàn savoir… l’indiriss…ja…”.