Se i partiti del Mose mandano in vacca il Nord Est

di BRUNO DETASSIS

Bello lui, Francesco Storace. Dice: “Con l’Expo le tangenti sono arrivate anche al Nord”. Caro Francesco, non è roba di oggi. Se ci mettiamo anche l’inchiesta più recente sul Mose, con 35 arresti, 100 indagati e una richiesta di manette per Galan che ora passa al vaglio del Senato, il Bingo è completo. I partiti al Nord non sono diversi da quelli del resto d’Italia.

Il Veneto dopo la Lombardia è scossa dalla magistratura. Ai domiciliari il sindaco di Venezia, Giovanni Orsoni, in carcere l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso. C’è trippa per gatti e ce n’è per tutti secondo i magistrati.

Qui non si tratta di immaginare un prima o un dopo. E neppure un Nord o un Sud. Questo è il sistema. Mentre la disoccupazione giovanile tocca anche il 46%, una ristretta cerchia di signorotti, mangia. E ci fa crepare di fame, ci obbliga a non avere una pensione, a lavorare fino a 70 anni per mantenere il loro grasso matrimonio greco. Da Magna Grecia.

I grandi appalti sono come il miele per le mosche. Anche nel Nord Est. Da oggi locomotiva anche delle tangenti grazie alla vecchia classe politica, al vecchio modo di gestire gli appalti.

 

Sulle presunte tangenti pagate per gli appalti del Mose il sistema di dighe mobili per la salvaguardia di Venezia, si apre così una voragine giudiziaria.

Manette anche per il consigliere regionale Pd Giampietro Marchese, per il presidente del Coveco, cooperativa impegnata nel progetto Mose, Franco Morbiolo, per il generale in pensione Emilio Spaziante, per l’amministratore della Palladio Finanziaria spa, Roberto Meneguzzo. Devono a vario titolo difendersi dalle accuse di corruzione, concussione, riciclaggio. Sono tre anni che le Fiamme Gialle indagano, dopo soprattutto   l’arresto di Piergiorgio Baita, ai vertici della Mantovani, società padovana colosso nel campo delle costruzioni. Dopo qualche mese l’arresti di Giovanni Mazzacurati, l’ingegnere “padre” del Mose. Ora la catena di arresti che segna lo sviluppo di una Tangentopoli veneta.

Una tangentopoli dalle larghe intese che abbraccerebbe, secondo il teorema della Procura, politici, amministratori privati e pubblici, uomini dell’apparato di sicurezza dello Stato. Un sistema.

L’ordinanza del Gip, come è stato ilustrato in Procura, è lunga 700 pagine “e molto ben documentata nelle prove da cui la severità dei provvedimenti”, ha osservato il procuratore aggiunto Carlo Nordio.

Le indagini proseguiranno con gli accertamenti fiscali, ha detto il procuratore capo di Venezia Luigi Delpino spiegando che l’eventuale evasione fiscale collegata allo scandalo delle tangenti per il Mose è ancora da accertare. “Non posso sapere se ci saranno altri arresti”, ha affermato Delpino, ma la probabilità non sembra remota. Il generale della Guardia di finanza Bruno Buratto a capo delle operazioni, ha illustrato per sommi capi il meccanismo, il sistema che vigeva da anni nell’ambito della realizzazione del Mose. “Abbiamo individuato 25 milioni di euro di fondi neri -ha detto- creati da societa’ all’estero (Svizzera e San Marino) ricollegabili al Cvn. Si tratta di complesse operazioni di sovrafatturazione di operazioni inesistenti, false consulenze, stipula di falsi atti. I soldi ottenuti servivano per alimentare la corruzione di uomini politici, funzionari. Molti corruttori compartecipano come soci alle società create ad hoc per le operazioni illegali”. Il generale Buratto ha spiegato anche che fino ad oggi sono state eseguite verifiche fiscali “solo” su 3 società con l’individuazione di 15 milioni di euro di fatture false, di questi 9 mln sono già stati recuperati”.

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

L'Indipendenza è prossima a cambiare gestione. Grazie a tutti

Articolo successivo

Il nazionalismo verde, a mal... parata