Cinque Scozie potenziali in casa nostra ma senza referendum niente futuro

Riceviamo e pubblichiamo da Diritto di Voto

di PAOLO AMIGHETTIscozia

Ripropongo ai lettori un mio pezzo uscito di recente sul blog The Road to Liberty. Il referendum sull’indipendenza della Scozia è imminente: mancano, ad oggi (3 settembre, ndr) solo due settimane. Urge un aggiornamento: secondo le stime più fresche, i favorevoli al “Sì” raggiungerebbero ora il 47%, a fronte comunque di una lieve maggioranza ancora contraria all’ipotesi di una Scozia sovrana. Vedremo come andrà a finire questa piccola, grande storia. Nel segreto dell’urna, si sa, ogni pronostico può andare in fumo: molti scozzesi potrebbero accettare le sostanziose offerte di Westminster e accantonare le coraggiose proposte degli indipendentisti. Salmond parla al cuore degli scozzesi, Cameron al loro portafogli: ecco perché una vittoria dei “Sì” sarebbe, in fondo, sorprendente.

Il fatto è che i bisnipoti di William Wallace non sono schiavi fiscali come noi, lombardi e veneti. In Scozia piove denaro pubblico. Molti, anche tra coloro che si dicono a favore del “Sì”, potrebbero crocettare il “No” sulle schede: per difendere interessi più concreti e immediati. Da noi avverrebbe il contrario: ormai quasi tutti hanno capito che poche regioni pagano per un Paese intero e che così non si può andare avanti. Moltissimi elettori nostrani, se venissero chiamati alle urne per decidere del proprio futuro, voterebbero “Sì” all’indipendenza veneta e lombarda (e vent’anni fa, avrebbero votato “Sì” a quella padana): anche se non lo ammetterebbero mai. Chi comanda in Italia, queste cose le sa bene: ecco perché Presidenti del consiglio, Ministri, segretari, sottosegretari e pennivendoli fanno e faranno di tutto per negarci il referendum. Di recente, hanno “impugnato” e quindi bocciato il progetto di legge regionale veneta che ne indiceva uno consultivo. Ma se credono che basti a scoraggiarci, s’illudono. La via maestra è segnata: dopo gli scozzesi e i catalani, voteremo anche noi. A Roma se ne facciano una ragione.

 

Il 18 settembre, gli scozzesi saranno chiamati alle urne. Finalmente. Il referendum è in programma da due anni; e da mesi si susseguono previsioni, stime, sondaggi sull’orientamento (altalenante) dell’elettorato. Fino a qualche tempo fa, era data del tutto per scontata la vittoria dei “No” alla piena indipendenza da Londra, nonostante la caparbietà del separatista Scottish National Party; ma le ultime rilevazioni danno in rimonta i “Sì”, vicini al 42% e non troppo distanti dal 48% degli unionisti. Se Braveheart conquistasse l’11% degli indecisi, il First Minister scozzese Alex Salmond diverrebbe Primo ministro di una Scozia indipendente. Ma è ancora troppo presto per fare previsioni: la caccia al voto è ancora aperta, e aperto è il dibattito sui pro e i contro del “sì” e del “no”.
Il comitato Yes Scotland ricorda agli elettori che la Scozia, nazione ormai “matura”, potrebbe benissimo fare da sola, puntando sulla sua green economy e sul suo petrolio. Che la Scozia “prenda in mano il proprio destino” è l’auspicio di Salmond, che può far leva sul fascino patriottico della riconquista, dopo tre secoli, dell’indipendenza. Il cartello unionista Better Together invita (più cinicamente?) gli scozzesi a rispondere: “no, thanks” alle suggestioni, anche un po’ “folkloristiche”, della completa sovranità: meglio l’ombrello di Londra, meglio uno sviluppo sicuro entro il Regno Unito. Meglio rimanere assieme, insomma, anche perché, ad oggi, gli scozzesi sono in maggioranza tax-consumers: cioè danno a Londra meno di quanto la politica welfarista britannica non restituisca loro. E recentemente i partiti unionisti (conservatori, laburisti, liberaldemocratici) hanno promesso di destinare agli scozzesi ancora più risorse, se solo votassero per rimanere nel Regno Unito. Saranno forse queste avances a spingere gli indecisi ad evitare l’avventura (esaltante, ma rischiosa) dell’indipendenza, e a lasciar la Scozia così com’è: cioè sotto Londra, anche se con ampi margini di autogoverno.

La posta in palio, si capisce, è altissima. L’esito del voto danneggerà probabilmente il prestigio di uno dei due leader più in vista: una Scozia sovrana rischia di affondare il Prime Minister David Cameron, mentre la vittoria dei “no” manderebbe all’aria il grande progetto di Salmond e farebbe sfumare l'”appuntamento con la storia” che gli indipendentisti aspettano da tanto. Duro da sciogliere è poi il nodo monetario: ad una Scozia indipendente la Banca d’Inghilterra non consentirà l’uso della sterlina, e anche questo va tenuto in conto. In breve, Cameron può elargire agli scozzesi molte, concrete ricompense (tanto pagano gli inglesi…); Salmond non offre che prospettive a medio termine. Cameron promette, Salmond scommette.

A noi, interessati spettatori stranieri, non resta che attendere e fare il tifo per chi preferiamo. Ognuno incroci le dita per il risultato che si augura, e siano gli scozzesi a prendere una decisione: ne prenderemo atto, anche perché non possiamo fare granché per influenzare il voto. Possiamo soltanto ammirare la civiltà con cui due anni fa Cameron ha accettato di negoziare con Salmond il referendum, e la generale correttezza con cui da mesi continua, Oltremanica, il confronto che ne è seguito. Possiamo notare la schiettezza con la quale le due parti sostengono le proprie opinioni nel tentativo di vincere la pacifica battaglia delle urne, e rimaner colpiti dallo spirito liberale e aperto con cui gli inglesi lasciano votare gli scozzesi in merito alla loro stessa indipendenza. Possiamo considerare tutto questo, e tentare un paragone con l’Italia: un non-Paese che ha nello stomaco un Veneto, una Sicilia, una Sardegna, un Tirolo, una Lombardia, cioè cinque Scozie potenziali, eppure disprezza, deride e reprime, in ogni sua forma, il diritto di autodeterminazione. Cari scozzesi, cari indipendentisti, diciamocela tutta: non è detto che vinciate, il 18 settembre. Potreste benissimo perdere, anche se forse di misura. Ma consideratevi lo stesso fortunati, anche se i pronostici non sono dalla vostra: il 18 avrete veramente in mano il vostro futuro, e potrete determinarlo liberamente. Noialtri, al di qua della Manica e delle Alpi, siamo e restiamo a mani vuote: niente referendum, niente futuro. Ci resta, vibrante, l’orgoglio di essere italiani, del quale faremmo volentieri a meno.

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1 Comment

  1. Il nostro problema non sono i referendum che mancano ma le palle piazzate al posto sbagliato, sul gelato per esempio.
    Da noi lo sport transalpino-nazionale consiste nel fare a gara a chi trova la scusa più inattaccabile possibile per poter così giustificare il proprio immobilismo e mancanza di coraggio di agire concretamente.
    Una volta, quando un certo caciarone blaterava di bergamaschi armati, la scusa che andava per la maggiore era che i fucili non i trovano agli angoli delle strade: poi sono arrivati kabobo e cugini con un machete per mano, segno che se si vuole veramente qualcosa lo si trova sempre.
    Quando si tirano in ballo gli scioperi fiscali la scusa muta in “poi arriva equitalia e mi sequestra tutto”: nel frattempo aumentano come funghi casi di clandestini abusivi pronti a fare carne di porco delle autorità quando queste provano a sequestrare lo straccio con le vouitton tarocche.
    Adesso la nuova scusa è il referendum che manca: il giorno che ci sarà si scoprirà che costa fatica alzare il culo dalla sedia e andare a mettere una croce.
    Però dopo tutti a lagnarsi, a scrivere articoli, a organizzare ritrovi dove ci si lamenterà del destino menagramo che non vuole concedere a noi tutte povere anime pie la giusta libertà.

    No signori, qui l’unica libertà che manca è quella che parte da dentro le persone stesse. Si può nascere schiavi ed anelare la libertà, ma in certi casi anche no… questo è uno di quelli

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