Cosa sta succedendo in Scozia: una lezione utile ai Veneti e non solo

di GIOVANNI DALLA VALLE

Sono veneto di nascita e cittadino britannico. Sono anche un membro anche dello “Scottish National Party” e mi sto impegnando per la campagna  per il referendum sull’indipendenza della Scozia deciso per l’ottobre 2014. In questa veste e su invito della redazione di questo giornale sintetizzo volentieri la relazione che ho svolto domenica 8 luglio a Vittorio Veneto, in occasione di “Venetika”, un gran bel convegno dedicato alla cultura veneta da Raixe Venete e dal suo bravissimo direttore Davide Guiotto.

La Scozia ha una popolazione di cinque milioni di abitanti, praticamente come quella del Veneto, ma un’economia e una storia indipendentista abbastanza diverse.

L’economia scozzese, pur con un PIL inferiore a quello del Veneto e della Lombardia, crea circa 100 miliardi di sterline all’anno (circa 126 miliardi di euro al cambio di oggi) a cui se ne aggiungono altri 30 per i ricavi dal petrolio estratto nel Mare del Nord e dai gas naturali. Piu’ del 50% dell’economia e’ assorbita dai servizi finanziari, bancari e amministrativi, a cui seguono in ordine di grandezza l’energia (gia’ nel 2007, il 23% della massa lavorativa di questo settore per tutto il Regno Unito!) , il manifatturiero (piccola e media impresa), il turismo, i trasporti, le comunicazioni, l’edilizia e infine, in minor rilievo, l’agricoltura e la pesca (specie quella del salmone). Ha un ruolo da gigante la produzione di whisky che porta piu’ di 3  miliardi di sterline all’anno e, di più recente sviluppo, l’industria della moda con più di 2 miliardi all’anno. Là dove Glasgow è la capitale industriale, Edimburgo è la capitale accademica con università entro le 150 migliori del mondo e festival culturali e musicali (come quello d’agosto) ormai noti in tutto il mondo. Con il 25% delle risorse di energia eolica di tutta Europa, il 25% di energia ricavabile dalle proprie maree e con gas naturali e giacimenti petroliferi che si stimano durare per almeno altri 40 anni, una Scozia indipendente sarebbe una realtà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico (e senza bisogno di energia nucleare!).

Mi ripropongo ora d’illustrare le principali tappe del percorso che ha portato alla storica vittoria dello Scottish National Party nel 2011 e alla decisione d’indire un referendum per l’indipendenza nel 2014, sperando che il ‘modello scozzese’, sia pure avendo origini e tratti diversi, possa ispirare i patrioti veneti e magari anche quelli di altri movimenti indipendentisti italiani. Come nel celebre film Highlander, devo però partire dal passato.

Il primo maggio del 1707, la Scozia si unisce all’Inghilterra con il Treaty of Union, perdendo di fatto la secolare indipendenza. A differenza della Serenissima Repubblica di Venezia, il passaggio non è dovuto ad eventi esterni (leggi Napoleone Bonaparte) ed è il completamento di un percorso di unione tra due famiglie regnanti (ovviamente senza la consultazione dei loro sudditi) che era già iniziato nel 1603 con l’accordo delle due corone (Tudor e Stuart). Ma che si trattasse di due nazioni diverse, semplicemente unite sotto un’unica monarchia (quella degli Hannover dal 1714 fino alla morte della regina Vittoria nel 1901 e poi quella dei Windsor che governa ancora oggi), non è mai stato messo in dubbio. Di fatti gia’ nel 1885 s’era istituito un Segretariato per la Scozia a Londra, poi portato ad Edimburgo nel 1939.

Il senso d’identità torna a riemergere proprio negli anni della Grande Depressione (vi ricorda un po’ il momento di crisi che attraversiamo oggi?) con la formazione, nel 1934 dello Scottish National Party. Dopo limitati successi durante la guerra (primo seggio parlamentare nel 1945), c’e’ un ventennio di eclissi, dove i laburisti scozzesi, fino allora sempre i piu’ sensibili alla Scottish Home Rule (la questione scozzese) diventano addirittura unionisti. Questo strano riflusso, forse dovuto all’esigenza di consolidare tutti gli sforzi nazionali per ricostruire un paese disastrato dalla guerra e oberato di debiti, finisce negli anni sessanta. Nel 1967 lo SNP prende il 46% di voti in Scozia e l’idea della devolution si presenta con pieno diritto alle porte di Westminster. I laburisti, che in Scozia hanno sempre avuto la maggior parte dei seggi, non intendono farsi scavalcare e ricominciano ad accarezzare l’idea. Ci si gettano subito anche i conservatori nel 1968 con la Dichiarazione di Perth. Il primo documento governativo che propone la formazione di un’assemblea scozzese e’ del 1970. Nel 1979 s’indice il primo referendum per la devolution. Che viene perso con il 32.9% di consensi. Ma l’idea e’ ormai trasversale ai partiti, piace a molti e continua a crescere. Nel 1989 nasce la Scottish Constitutional Convention e il governo di Margareth Thatcher passa il Claim of Right for Scotland (la Rivendicazione di Diritto per la Scozia) che stabilisce la ‘legacy’ (concetto antico nella tradizione giuridica anglo-sassone e difficile da tradurre in italiano ma che andrebbe riprodotto per la questione veneta) storico-culturale scozzese, cioè il diritto a rivendicare un lascito storico ben preciso e diverso da quello inglese. Di questo lascito (e naturalmente anche dei voti che può portare alle elezioni) se ne farà carico otto anni dopo un giovane leader emergente del partito laburista alle prese con il difficile compito di vincere le elezioni contro un avversario conservatore potentissimo ma che aveva ormai fatto piangere il leone inglese a forza di tasse sulla casa e tagli rovinosi di tutti i servizi pubblici. E’ il 2 maggio del 1997 e lui si chiama Tony Blair.

Dopo aver trionfato alle elezioni e come promesso in campagna elettorale, l’11 settembre dello stesso anno il governo Blair indice il referendum per la devolution in Scozia che questa volta viene stravinto con il 74,3% di consensi. Nel 1998 si decreta lo Scottish Act (Legge sulla Scozia) che devolve alla Scozia sanità, istruzione, giustizia, amministrazione, agricoltura e pesca (le ferrovie seguiranno nel 2006). Il primo luglio del 1999 s’insedia a Holyrood il Parlamento Scozzese. La maggioranza dei seggi è nelle mani dei laburisti e laburista è il suo First Minister: Donald Dewar. Questi apre i lavori prendendo nelle sue mani il libro degli Atti Parlamentari e citando la pagina lasciata aperta dal primo maggio del 1707. Gli astanti applaudono commossi e si leva un grido di esultanza per la Scozia ritrovata.

L’entusiasmo è ormai irrefrenabile e lo Scottish National Party ne trae giovamento, acquistando consensi dopo consensi fino a battere persino i laburisti e a ottenere la maggioranza realativa alle elezioni del 2007. E’ ora il momento di Alex Salmond, nuovo primo ministro del parlamento scozzese, da sempre patito per l’idea di una piena indipendenza da Londra. Lo stesso anno il governo scozzese passa la mozione d’indipendenza e inizia la cosiddetta National Conversation (Conversazione Nazionale). Salmond mette in azione uno dei piu’ agguerriti team di marketing e comunicazione mai visti nella storia della politica britannica. Programmata per una durata di due anni, la National Conversation vede lo svolgimento di centinaia di dibattiti su temi selezionati allo scopo di soddisfare un dibattito costituzionale. L’associazionismo è il  cuore del progetto e le sue componenti gli interlocutori privilegiati. Vengono interpellate quasi 400 associazioni politiche e civili, includendo sindacati, associazioni comunali, associazioni di volontariato, sportive, imprenditoriali, agricole, ambientaliste, accademiche, movimenti per i diritti civili, rappresentanti di parrocchie e di tutte le chiese, associazioni per disabili, minoranze etniche, insomma di tutto e di più! Cervello comunicativo dell’iniziativa è il ben organizzato e strutturato sito www.anationalconversation.com  che viene cliccato 500.000 volte solo per questo nel 2007. Alla fine la National Conversation produce una serie di documenti che vengono convogliati nella White Paper del 2009, un documento che nella tradizione giuridica anglo-sassone rappresenta un insieme di linee guida che precedono l’atto o la legge istituzionale vera e propria. In questo caso significa l’embrione della nuova costituzione scozzese. Ma forse il risultato meno aspettato della National Conversation è proprio l’aumento vertiginoso di consensi per l’idea indipendentista di Salmond.

Arriva così anche il 2011 e lo SNP trionfa nelle elezioni acquistando 69 seggi su 121, diventando maggioranza assoluta e umiliando persino il partito laborista. Un risultato definito “storico” dai media. Nel giugno di quest’anno (2012) è partita la Yes Scotland Campaign (Campagna per il Si’), un’ enorme operazione di propaganda e fund raising che mira a creare la massa critica indispensabile per vincere la consultazione sull’indipendenza dell’ottobre 2014. Chiunque può facilmente accedere al sito www.yesscotland.net  e dare una mano alla causa, donando o facendo propaganda per telefono, porta a porta, sui giornali, alla radio, su FB, Twitter, vendendo gadgets, spillini, coccarde ecc. Insomma, un misto di iniziative che hanno sempre caratterizzato il fund-raising anglo-sassone, anche se gran parte della politica italiana le ha spesso ignorate, preferendo contare sul finanziamento ai partiti, sui voti di scambio e sulle tribune politiche di Porta a Porta (per poi perdere clamorosamente come e’ successo di recente!).  Ma anche metodi di marketing molto simili a quelli recentemente attuati dal Movimento Cinque Stelle in Italia, basati sull’importanza di Internet, sulla trasversalità dei targets elettorali, sulla priorita’ dei problemi più diretti e più pratici dei cittadini, sul consenso ottenuto dal basso.

La lezione che veneti e altri popoli possono imparare dagli scozzesi nella loro via per l’indipendenza e’ molteplice:

1. Per reclamare un’indipendenza occorre una ‘legacy’ storico-culturale.

2. Occorre una situazione economica che garantisca dei vantaggi ovvi e una copertura dei costi.

3. E’ senz’altro utile un processo devolutivo che porti alla formazione di un parlamento locale.

4. E’ indispensabile un partito o un movimento che si faccia carico di creare una massa critica di consensi tale da poter ottenere la maggioranza dei seggi in un parlamento locale e far passare la mozione per  un referendum sull’indipendenza.

5. E’ estremamente utile avere un rapporto continuo con tutte le forze politiche e le associazioni civili, affinche’ l’idea venga recepita come “nazionale”, cioè trasversale e aperta a tutti e non necessariamente monopolio di un partito (vorrei far notare a certi arriccia-naso della sinistra italiana che lo SNP e’ un partito di centro-sinistra!).

6. Occorrono tecnologie informatiche e strategie di marketing studiate a tavolino da i migliori esperti del settore. Il dominio televisivo non e’ affatto necessario. Si pensi che nel 2008 solo il 3.7% dei programmi della BBC venivano fatti in Scozia.

7.  Occorre lottare uniti per un’idea comune e non dividersi in una miriade di movimenti per questioni personali e sciocchezze varie!

Ecco, chiamamoli i Magnifici Sette Punti. Oggi per il Veneto il primo criterio non è piu’ messo in discussione neanche dalla maggioranza degli italiani (caso mai è spesso nascosto!). Il secondo è noto a tutti i lavoratori e imprenditori seri che conoscono la realtà veneta. Il terzo è stato fallito per vent’anni dalla Lega Nord, per motivi e responsabilità varie e su questo non è mia intenzione soffermarmi.

Tuttavia, dopo l’adesione dell’Italia nel febbraio del 2006 alle normative EU sul diritto all’autodeterminazione dei popoli e l’abolizione del reato d’opinione a questo proposito (legge 85/2006), e fermi stanti la Carta delle Nazioni Unite (di cui l’Italia è stato membro) e il Patto internazionale sui diritti civili e politici, stipulato a New York nel 1966 recepito dall’Italia nel 1977 (legge 881/1977), la devolution e l’istituzione di un parlamento locale non sono neanche più necessari al Veneto come percorso ‘scozzese’ per arrivare ad un suo referendum per l’autodeterminazione. Basta che lo voglia la gente, o meglio la maggior parte dei residenti in Veneto.

Qui entra in gioco il quarto criterio. Quello di un partito o movimento indipendentista che aiuti a formare una massa critica di consensi e che, per finire, secondo il quinto e sesto insegnamento dall’esperienza scozzese, sia il più trasversale possibile e capace di usare tecnologie di comunicazione avanzate (piu’ Internet che televisione, senza dubbio, anche se i media locali contano ancora dalle nostre parti). Sull’ultimo principio non mi esprimo. Mi pare che parli da sé.

Spero di esser stato chiaro e di aver apportato un utile contributo al dibattito che si svolge su questo quotidiano. E mentre noi lavoriamo, non dimentichiamo un grido di gioia anche per i fratelli rompi-ghiaccio: “Good luck, Scots! (buona fortuna, scozzesi!)

Fonti: 

Choosing Scotland’s Future, Scottish Executive, August 2007.

Your Scotland, Your Voice: a National Conversation, the Scottish Government, November 2009

Siti:

www.anationalconversation.com

www.scotland.gov.uk

www.scottish.parliament.uk

www.snp.org

www.yesscotland.net

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