SCOZIA: ALLE ELEZIONI INDIPENDENTISTI IN TESTA. UKIP AL 10%

di SALVATORE ANTONACI

Inizierò questa breve e forzatamente non esaustiva analisi del voto amministrativo britannico affrontando il capitolo più interessante: la Scozia.

Non intendendo sminuire l’ importanza degli altri risultati, ma con la considerazione preliminare che la disfida parlamentare, a meno di sempre possibili colpi di scena, sarà successiva al già scadenzato referendum per l’indipendenza scozzese. Passando ai numeri è possibile dire che ambedue i partiti principali della regione, lo Scottish National Party del Premier Alex Salmond ed i Laburisti, hanno dei motivi per ritenersi soddisfatti.

Gli indipendentisti si confermano il primo partito, seppur a livelli più bassi della tornata legislativa. I loro 424 seggi eletti rappresentano uno score in crescita di 58 unità rispetto al 2007 e aumentano, sempre in base allo stesso parametro, le circoscrizioni nelle quali lo SNP arriva primo: dieci rispetto alle precedenti sette. In due, Dundee e Angus è riuscito l’en plein, ovvero la maggioranza assoluta dei rappresentanti. Il rovescio della medaglia, che corrisponde alla parte di successo laburista, è la sconfitta nella cosiddetta “battaglia di Glasgow” ovverosia lo scontro per la conquista della posta più prestigiosa in palio: la fortezza del consenso leftist in Scozia. Ebbene, qui, profittando del tracollo liberaldemocratico, il Labour locale mantiene un comodo vantaggio sugli avversari.

Nel complesso sono oltre 50 i nuovi arrivi per la formazione di sinistra che si ferma a quota 394, appena 30 dietro agli scottish. Anche se molto è stato dovuto all’effetto trascinamento del voto nazionale (un vero e proprio referendum sulla coalizione liberal-conservatrice al governo) e ad un’affluenza alle urne mai così bassa, circa il 30%, appare chiaro che la via verso l’autodeterminazione non sarà, come suol dirsi, un letto di rose. Questo mi sentirei di dire pur annotando la cocente disfatta degli altri partiti “unionisti”, conservatori e liberaldemocratici, usciti, questi ultimi, dimezzati dall’odierna carneficina elettorale. A due anni e mezzo dal giorno x, la complessità della situazione aggiunge, qualora ve ne fosse stato bisogno, ulteriore pathos ad un evento che non è eccessivo né fuori luogo definire storico.

In Inghilterra si è, invece, consumato il prevedibile  rituale sacrificale di metà mandato (grossomodo) con la mattanza di famosi e sconosciuti candidati e consiglieri governativi. A pagare dazio pesante sia i conservatori (-400) che i sempre più evanescenti Libdems del Deputy Premier Nick Clegg (-300). Più grave, manco a dirlo, lo smacco dello junior partner di gabinetto che ha visto ridotta la propria rappresentanza negli enti locali del 44% e che non ha potuto alleviare il dolore delle perdite con una vittoria simbolica quale quella incassata dai conservatori con la difesa della sindacatura londinese di Boris Johnson. Come naturale, a poche ore dalla divulgazione del bollettino della disfatta già si levavano alte le voci di alcuni notabili del partito a chiedere le dimissioni del leader.

Saranno giorni piuttosto turbolenti i prossimi in casa libdem e non serve essere un indovino per immaginarlo. Ma nemmeno i conservatori possono dormire sonni tranquilli: Cameron perde alcune importanti postazioni nel sud e perfino la propria constituency. Tuttavia il pericolo più immediato per i Tories è costituito senza dubbio dall’ascesa dell’UKIP di Nigel Farage, capace di superare il 10% ovunque avesse presenti i propri candidati. Poco per eleggere un numero rilevante di consiglieri, visto il vigente sistema elettorale maggioritario, abbastanza per causare un mezzo sfracello in casa conservatrice. Alcuni, all’interno della balena azzurra, hanno chiesto una virata delle politiche attuali giudicate troppo accondiscendenti verso i Libdems. La fantapolitica, prendetela come tale, ipotizza una resa dei conti vicina con gli stessi ed un peso massimo come Johnson già pronto in panchina per il 2015. Vedremo.

Per chiudere il discorso, da segnalare la scomparsa virtuale, non rimpianta da tanti, dell’estrema destra. Il BNP di Nick Griffin si è, infatti, letteralmente volatilizzato, perdendo i pochi consiglieri residui. Niente effetto-Le Pen, quindi, in Inghilterra a meno di accostare le posizioni della dama nera francese a quelle degli euroscettici di Farage. Operazione abbastanza spregiudicata, bisogna dire. Detto del buon momento dei verdi, un altro che può cantare vittoria è George Galloway, tra i fondatori e ormai padre-padrone di RESPECT, movimento della sinistra radicale pacifista e multiculturalista ad oltranza. Rieletto trionfalmente MP solo tre settimane orsono nel collegio di Bradford, riesce a portare cinque adepti anche nell’assemblea locale. Visti i morsi della crisi, avvertibili anche oltremanica, e l’inerzia della politica europea è un segnale da non trascurare.

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2 Comments

  1. Per chi è abituato a considerare il voto come un dovere o un “diritto-dovere” come dicono in questa repubblichetta bizantina, sì. Per chi, invece, pensa che alla fin fine ognuno dovrebbe responsabilmente inziare a gestire da sé la propria vita delegando il minimo possibile alla politica è una gran bella notizia

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