SARA’ LA CINA A COSTRINGERE LA GERMANIA A SALVARE L’EURO

di CARLO ZUCCHI*

Il domenicano spagnolo del XVI secolo Francisco de Vitoria, uno dei padri fondatori del diritto internazionale, sosteneva che le guerre giuste sono quelle che si è sicuri di poter vincere. Sì, perché, soprattutto in politica, la ragione non basta se poi non si ha la possibilità di farla valere.

E questo è il caso del cancelliere tedesco Angela Merkel. Infatti, a Berlino hanno mille ragioni a lamentarsi degli stati mediterranei ladroni e spreconi, i quali hanno un bel coraggio a chiedere ai tedeschi di salvare l’euro gratis et amore dei. Mi sembra perfettamente logico, e giusto, che se il salvataggio della moneta unica deve avvenire attingendo ai denari dei cittadini tedeschi, la Merkel voglia controllare come questi vengono impiegati e magari avere la possibilità di decidere in merito al loro utilizzo. Accusarla per questo di voler dominare l’Europa non sta né in cielo né in terra. Pretendere da paesi finora dimostratisi inaffidabili comportamenti vincolanti in materia di risanamento dei conti pubblici in cambio di provvedimenti come una garanzia unica per i depositi bancari europei o, l’unificazione dei debiti pubblici europei mi pare del tutto ovvio. Tra l’altro, giova ricordare che l’euro è stato ideato a fine anni Ottanta per ingabbiare la Germania in seguito all’unificazione avvenuta in seguito al crollo del muro di Berlino. Un’unificazione che, lungi dall’essere stato in questi anni un fattore di potenza, ha rappresentato in realtà un fardello per i contribuenti dell’ex-Germania Ovest.

Inoltre, provvedimenti come l’emissione di Eurobond o qualsiasi altra forma di mutualizzazione dei debiti pubblici non farebbero che deresponsabilizzare paesi come Grecia e Italia, incentivandoli a contrarre nuovi debiti senza intraprendere quel percorso di risanamento necessario per rimettere in equilibrio i loro conti pubblici e con essi le rispettive economie, la cui crescita è frenata proprio da un eccesso di Stato e burocrazia. La condivisione del debito pubblico, poi, comporterebbe una mancata punizione dei mercati nei confronti dei paesi irresponsabili. Mancata punizione che si limiterebbe all’immediato, perché prima o poi il mercato si accorge del bluff e opera i suoi aggiustamenti in modi rapidi e bruschi. Del resto, come non ricordare che tra il 1994 e il 1998, per l’Irlanda e i paesi latini fortemente indebitati, il solo sostegno politico in favore dell’entrata nell’euro fu sufficiente a spingere i tassi di interesse verso la convergenza, diminuendoli, salvo poi vederli tornare ai loro livelli naturali, una volta che il mercato ha aggiustato gli spread, benché con ritardo a causa dell’opacità dell’assetto istituzionale della moneta unica. Infatti, accettando come collaterale nelle operazioni di pronto contro termine qualsiasi titolo sovrano alle stesse condizioni, indipendentemente dalla rischiosità, la Bce ha alterato le condizioni di mercato, causando una compressione degli spread tra Stati sovrani dell’area euro, e oscurando il differenziale di rischio. Ma una volta scoperto che i fondamentali sono peggiorati oltre ogni aspettativa, come nel caso della Grecia, il mercato ha aggiustato gli spread. E se l’aggiustamento è parso eccessivo è solo perché si partiva da spread troppo bassi.

Benché i tedeschi abbiano mille ragioni per non fidarsi degli stati truffaldini del Sud Europa, occorre prendere atto che, proprio in quanto truffaldini, questi paesi non riescono (e non vogliono) fare le riforme strutturali necessarie a mettere i conti pubblici in ordine. Piuttosto, preferiscono assistere al crollo della moneta unica con tutto ciò che consegue a livello europeo e mondiale, con tutto il carico di colpe che verrebbe scaricato su Berlino. Ma più che le sorti dell’Europa, sulla Germania potrebbero far leva le pressioni in favore del salvataggio dell’euro che, stando a molte voci, eserciterà la Cina, terzo mercato di sbocco per le merci tedesche dopo Francia e Stati Uniti e partner fondamentale per Berlino, se si pensa che nel solo 2011 l’export tedesco verso Pechino ha fatto crescere il pil nazionale di mezzo punto percentuale, pari a 13 miliardi €. Inoltre, anche perché la stessa Germania non è immune da pecche: basti pensare che nel suo bilancio pubblico non sono iscritte le garanzie che lo Stato tedesco pone sulle casse di risparmio statali possedute per l’80% dallo Stato e per il 20% dai lender. Si tratta di 428 miliardi € interamente garantiti dallo Stato federale, che se messe a bilancio, come il trattato di Maastricht prescriverebbe, il debito pubblico tedesco salirebbe dall’80,7% al 97,4%.

Insomma, nemmeno la Germania naviga nell’oro, e bene ha fatto Angela Merkel a rammentare che le opzioni a disposizione del suo paese non sono infinite. Ma in un contesto che vede paesi con l’acqua alla gola come l’Italia, anche un paese con l’acqua alla cintola come la Germania finisce per diventare un porto più sicuro di altri. Per questo, la Germania aspetterà fino all’ultimo prima di cedere e tirerà la corda fino al limite, anche a rischio di spezzarla. Ma alla fine, nell’impossibilità di far valere le sue pur condivisibili ragioni, finirà per cedere per non vedersi crollare un continente addosso. Nella speranza che i partner sfruttino le garanzie tedesche per mettere ordine in casa propria, altrimenti tra meno di 10 anni saremo punto e a capo come ora. E con la differenza che non ci sarà più una Germania in cui portare i nostri risparmi. Sempre che ce ne siano rimasti ancora da portare in salvo.

*Carlozucchi.wordpress.com

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