Sapelli, mancava un keynesiano balordo alla lista dei predicatori

di MATTEO CORSINI

Ponete attenzione a quel che ha scritto Giulio Sapelli: “Oggi il pericolo vero è la deflazione. I prezzi scendono, il consumo è crollato. La crisi di sovracapacità produttiva avviene perché le imprese producono più di quanto la gente consumi. Ma, se la gente non acquista, non è perché è sazia: la gente ha fame. E non compra perché non ha i soldi… Bisogna fare investimenti per l’occupazione, creare nuove imprese. E, dove non arriva la mano privata, arrivi la mano pubblica. E soprattutto: si creino imprese non capitalistiche, ma cooperative. Perché le cooperative massimizzano l’occupazione, non il profitto capitalistico.” In poche righe, Giulio Sapelli – che da qualche tempo va in giro dando dell’incompetente a Mario Monti e ai suoi colleghi di governo – riesce a inanellare una serie di “perle” da far sembrare i bersagli delle sue critiche dei veri e propri giganti del pensiero economico. E non ho riportato il pezzo in cui sostiene, aggrappandosi all’immancabile Keynes, che sarebbe sufficiente lavorare tre ore al giorno per stare tutti bene (perché non tre minuti, allora?).

Dunque, il vero pericolo sarebbe la deflazione, la quale, di per sé, è invece necessaria se si ritiene che debbano essere corretti gli effetti della precedente inflazione. Qualcuno, però, potrebbe fare fatica a seguire Sapelli quando afferma che “i prezzi scendono”. Quali prezzi? Probabilmente quelli degli immobili e di talune attività finanziarie, peraltro abbondantemente sostenuti, fino a creare nuove bolle, dalle politiche inflattive delle principali banche centrali. Ma non erano proprio i prezzi degli immobili e delle attività finanziarie a essere aumentati in modo insostenibile fino al 2007? Quanto agli altri prezzi, e al concetto di inflazione come aumento degli indici dei prezzi al consumo (concetto errato, ma al quale fanno affidamento i più, Sapelli incluso), sono io ad aver preso un abbaglio o non si è vista traccia di una discesa (anzi!) negli ultimi cinque anni?

Sapelli sostiene, poi, che “il consumo è crollato”, ma la gente non è sazia, bensì ha fame, e “non compra perché non ha i soldi”. Tutti quanti vorrebbero che nessuno avesse fame, ma, ahimè, dubito che la soluzione che propone Sapelli sarebbe destinata a risolvere il problema. “Fare gli investimenti per l’occupazione” e “creare nuove imprese” sono solo chiacchiere, per di più pericolose, a mio parere, quando si aggiunge “dove non arriva la mano privata, arrivi la mano pubblica”, oppure che debba trattarsi di cooperative, perché queste “massimizzano l’occupazione, non il profitto capitalistico”.

Creare nuove imprese, o investire nel salvataggio/rafforzamento/espansione di quelle esistenti solo per “l’occupazione”, è solitamente lo scopo di chi non deve metterci soldi suoi, ma, al contrario, vorrebbe che lo Stato forzasse tutti gli altri a metterci i loro. Non a caso spesso si tratta di (pseudo)economisti che consigliano i governanti a “stimolare” l’economia in questo modo. Chi, d’altra parte, decide di rischiare in proprio creando una nuova impresa o investendo in quelle esistenti, lo fa perché ritiene di riuscire a produrre un bene o servizio che incontri la domanda della potenziale clientela e, soprattutto, che la potenziale clientela sia disposta a pagare un prezzo che copra i costi di produzione e remuneri il rischio. Senza la prospettiva (non la certezza, si badi bene) di ottenere un “profitto capitalistico”, che Sapelli pare disprezzare, si chiamerebbe l’imprenditore o l’investitore non già a intraprendere, bensì a fare beneficenza. Attività di per sé lodevole, e nulla impedisce che chi ottiene un profitto decida di devolverlo in tutto o in parte proprio ad attività di beneficenza; ma attività diversa da quella di impresa.

Dovrebbe peraltro essere ormai evidente a tutti – Sapelli incluso – che, dove arriva la mano pubblica, solitamente lo scopo di “creare occupazione” disinteressandosi dell’economicità dell’attività di impresa ha causato danni enormi. Oltre ad assorbire risorse che i legittimi proprietari delle stesse avrebbero potuto utilizzare per attività che creassero occupazione produttiva. In sostanza, l’aumento dell’occupazione, per essere sostenibile, deve essere la conseguenza di un’attività di impresa di successo, non l’obiettivo e la premessa stessa per porre in essere l’attività di impresa. Questo vale anche nel caso delle società cooperative. Ovviamente ognuno è libero di scegliere la forma di impresa cooperativa (anche se io sono contrario a trattamenti di favore per queste imprese rispetto alle altre da parte dello Stato), ma dubito che questa sia la panacea per risolvere i problemi dell’economia. Né tutte le cooperative sono esempi di imprese ben gestite.

Se Sapelli può provare il contrario, sarò ben felice di ricredermi. Ma credo che non sarà il caso.

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