Salvini: non ci fermeremo fino all’indipendenza. Da oggi si attendono fatti

di GIANLUCA MARCHI

Ieri per la Lega è cominciata l’era di Matteo Salvini con abbondante ricorso alle parole e agli slogan delle origini per cercare di fermare un declino ritenuto ineluttabile da tanti osservatori. La sfida è difficilissima, ma Salvini sembra avere intenzione di giocarla fino in fondo. Incoronato dal congresso federale, riunito a Torino per ratificare il voto delle primarie, il neo segretario ha fatto ampio ricorso alla tradizione leghista per rilanciare il movimento. Dal ritorno a Pontida, la «nostra casa», ai toni duri della prima ora; dall’invocazione della Padania, e della sua indipendenza, al ritornello di «Roma ladrona». Con una spruzzata di antieuropeismo che va cavalcando da qualche tempo.

«Perchè la Lega, per vincere e tornare ad essere forza di maggioranza – è la tesi di Salvini – deve fare la Lega». Basta quindi alle mediazioni, agli accordi e alle trattative nei palazzi. «Abbiamo provato per vent’anni a cambiare le cose da Roma, ora la Lega fa la Lega», osserva il successore di Roberto Maroni, eletto per alzata di mano dai 522 delegati a una settimana dalle primarie vinte con l’82% delle preferenze contro un ‘mostro sacro” come Umberto Bossi. Un giovane di 40 anni, anche se con una lunga militanza nel Carroccio, contro la storia della Lega. E proprio in virtù di quella storia Salvini strizza l’occhio ai moderni “forconi” – «dei lord rispetto agli assassini di Bruxelles» – e si butta nel tentativo di ricompattare il partito, lasciandosi alle spalle le divisioni interne e le polemiche sulle inchieste giudiziarie. Anche questa sarà un’operazione tutt’altro che semplice.

«Non ci fermeremo fino all’indipendenza», sono  le prime parole pronunciate dopo l’elezione, mentre oltre 5 mila persone provenienti da tutta Italia per il congresso della svolta intonavano il Va Pensiero e sventolavano la bandiera con il Sole delle Alpi. E’ una prospettiva impegnativa, molto condivisa dalla base, ma poco digerita da molta parte della dirigenza che si è insediata negli ultimi anni: Flavio Tosi, ad esempio, cosa ne pensa, visto che ha sempre negato la possibilità di perseguire l’indipendenza? Salvini dovrà spazzare via anche non poche contraddizioni interne per essere credibile e soprattutto dimostrare che le sue non sono solo parole per ridare entusiasmo a un esercito un po’ scoraggiato. Noi, nel nostro piccolo, saremo qui a valutare passo dopo passo, senza alcuno sconto se quanto detto ieri si discosterà dai fatti. E cominceremo con valutare il reale impegno della Lega affinché in Veneto si faccia di tutto per svolgere il referendum per l’indipendenza, primo passo per esportare l’iniziativa nelle altre regioni. Vedremo se lo slogan del congresso di ieri, “Il futuro è indipendenza”, è veramente sentito oppure uno specchietto per le allodole…

«Chi arresta un nostro sindaco senza motivo deve cominciare ad avere paura – tuona Salvini -, chi attacca senza motivo la nostra gente deve cominciare a vergognarsi. Non è una minaccia ma un impegno». La parola «rivoluzione», non viene pronunciata, ma aleggia nell’aria, accanto agli striscioni che chiedono la secessione e a quelli che invocano «il muro» per il Nord. «La Padania è pronta a disubbidire: abbiamo migliaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione», sostiene Salvini. Che attacca frontalmente i giornalisti «pennivendoli», «privi di obiettività morale» e autori di «un linciaggio vergognoso e schifoso» contro la Lega.

Poi punta il dito contro lo Stato «criminale» che vuole l’amnistia o l’indulto per i delinquenti e ‘spara” contro il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Uno che «gli imperi basati sul lavoro degli altri li sosteneva», mentre anziani come «Bernardo Caprotti (patron della Esselunga, ndr) hanno creato un impero che dà lavoro a tanta gente». In prima fila, ad ascoltare il discorso a braccio pronunciato da Salvini in maniche di camicia, ci sono i leader stranieri dei partiti ‘euroscettici’ di Francia, Belgio, Olanda, Paesi Bassi, Austria e Svezia, uniti nel nome di una santa alleanza contro l’euro e l’Europa centralista. Ma l’ultimo monito del nuovo segretario federale è per i suoi militanti. «Da qui a maggio, se esce una virgola per sputtanare qualcuno, quello è fuori».

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