Veneti e lombardi costretti a curarsi gratis dove vanno gli immigrati

di GIOVANNI D’ACQUINOsanita

Prima le code alla Caritas per il pacco alimentare, poi la fila alla mensa con i poveri. E ora in attesa nell’ambulatorio delle organizzazioni umanitarie per curarci, gratis. La vita da straniero è sempre più frequente anche per i cittadini di questo Paese che nega i diritti acquisiti. Curarsi è un lusso, mentre le prestazioni sono scese per il taglio della spesa sanitaria di almeno cinque punti percentuali. D’altra parte, l’Italia è commissariata per gli sprechi e i costi standard in sanità sono un miraggio.

Dovevano essere il vero elemento della riforma, del federalismo, ma poi non se ne è fatto più nulla. Bravi tutti.

Ci sono  strutture sanitarie che oramai erogano per un quarto prestazioni anche a cittadini del posto, come nel caso del poliambulatorio di Emergency a Mestre, senza contare (dati fattoquotidiano.it, Chiara Brusini) che la metà delle cure viene anche dagli ambulatori di Medici senza frontiere. Ma anche da  Intersos, Opera San Francesco e Naga,

Insomma, ticket sì ticket no, soglie di reddito o meno, la salute è un affare per ricchi e se vuoi garantirti una copertura, ci sono le assicurazioni. Paghi e poi almeno hai qualche rimborso sulle spese. Oppure, c’è il volontariato, finché regge. Scendono le visite private, si rinuncia a tutto. Anche a vivere.

Ora il ministro Lorenzin annuncia, sulla falsa riga della previdenza e dei suoi pilastri, l’opportunità di una copertura integrativa.

“L’ong di Gino Strada – riporta ilfattoquotidiano.it – ha giudicato necessario avviare un vero e proprio “Programma Italia”. “I nostri utenti appartengono alle fasce vulnerabili della popolazione”, spiega il responsabile Andrea Belardinelli, responsabile del programma. “I migranti, certo. Ma negli ultimi due anni il numero di italiani è costantemente cresciuto: oggi rappresentano circa l’8% degli accessi. E a Porto Marghera la percentuale raggiunge il 20%”. E si parla, nel Veneto ricco della sanità efficiente, di più di 4.200 nei primi sei mesi del 2014.

La parte più richiesta riguarda le cure dentistiche. Specialmente la “protesi mobile”, la dentiera: con 700 euro a Marghera ci si rifà la bocca. All’asl neanche parlarne.

Strutture simili stanno venendo su come funghi in Campania, a Ponticelli, a Polistena (Reggio Calabria), Ma “tutto il programma si inserisce in un quadro di protocolli e convenzioni con le amministrazioni locali, le prefetture e le asl”, e l’obiettivo finale “non è rendere permanenti le strutture ma far sì che diventino inutili”. Sia facendo prevenzione e informando gli utenti su quello che possono ottenere dal sistema sanitario, sia “sensibilizzando le amministrazioni, mettendo in luce i problemi e le possibili soluzioni”. Ma per ora gli ambulatori, che si reggono sul lavoro di medici volontari e costano circa 160mila euro l’anno tutti a carico del bilancio di Emergency, sono tutt’altro che “inutili”.

Così come le quattro cliniche mobili che girano per la Campania, la Sicilia e la Puglia per intercettare lavoratori stagionali e rom ma anche italiani in situazioni di disagio.

Si sta organizzando su scala nazionale anche Medici senza frontiere. Già per i senza dimora a Milano c’è Fondazione Progetto Arca. Ma, attenti bene, il 55% dei fondi per tenere in piedi la baracca arriva dalla stessa associazione, nonostante “ufficialmente è la asl ad avere la titolarità dell’intervento”. Chi bussa alla loro porta? Indovinate:  “Circa metà degli utenti sono italiani, in media più anziani e in condizioni di salute più precarie rispetto agli homeless stranieri”.

Anche la già citata  Opera San Francesco supplisce l’assenza dello Stato. Dal 1996 ad oggi le prestazioni sono decuplicate: 200 viste al giorno, 40mila prestazioni all’anno. “Il bisogno dei residenti è aumentato. Non sono più solo persone appartenenti alle fasce a rischio tradizionali. Negli ultimi anni a loro si è aggiunto chi ha “solo” un problema di povertà e ha bisogno di farmaci di fascia C oppure di cure odontoiatriche o psicologiche che anche nella sanità pubblica avrebbero un costo troppo alto”. Scrive il Fatto: “Oggi a chiedere questi servizi sono “per il 20-25%” cittadini italiani. Che, per gli interventi dentistici urgenti, si mettono in fila dall’alba. “Per le prime visite non prendiamo appuntamento: solo così riusciamo a tener liberi spazi per poter rispondere alle emergenze”, spiega Villa. Il poliambulatorio conta su 178 medici di base e specialisti (dal ginecologo all’oculista) che lavorano come volontari più quasi 50 persone che gestiscono il servizio farmacia. L’attività vive grazie alle donazioni e ai medicinali messi a disposizione da privati e Banco farmaceutico. “Il Comune dà un contributo simbolico, mentre la Regione finora ha pagato un’infermiera professionale specializzata in malattie infettive, ma ci ha fatto sapere che dal prossimo anno non potrà più garantirla”.

“I Fratelli di San Francesco curano sempre più pensionati e disoccupati. Si finanzia con le donazioni e con un contributo simbolico di 5 euro chiesto a ogni nuovo utente la struttura “gemella” dei Fratelli di San Francesco, nata dieci anni fa sempre nel capoluogo lombardo. Qui (zona Turati, nel centro di Milano) le visite sono oltre 50mila all’anno e tra gli utenti sono in crescita pensionati e disoccupati italiani. Sempre nel capoluogo lombardo un’altra struttura storica nel campo dell’assistenza medica, dove però non lavorano medici odontoiatri, è l’ambulatorio dell’associazione di volontariato Naga, aperto dal 1987 e rivolto soprattutto agli stranieri senza permesso di soggiorno. “Ma tra i pazienti schedati c’è anche un centinaio di italiani”, spiegano dalla sede”.

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