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Sala d’attesa del Nord

ospedale aperturadi RICCARDO POZZI – D’estate il caldo obbliga le persone a vestirsi in modo leggero. All’ingresso della sala d’attesa, l’aria condizionata, procura un sospiro a tutti quelli che entrano, provenendo dalla calura esterna. Alle otto di mattina ci sono già una ventina di persone. Ci guardiamo in faccia, con indifferenza , qualcuno accenna un sorriso cordiale, qualche anziano cerca di attaccare discorso con l’assonnato bambino  in prima fila, con le gambe che penzolano dalla sedia troppo alta per i suoi sei anni.

C’è anche una coppia di immigrati, due bei ragazzi, lei incinta, tutti li guardano con benevolenza. Non vogliono che abbiano l’impressione di sentirsi estranei a quel piccolo popolo in attesa.   Arriva un’infermiera per informare che il Professore ritarderà un po’, se ne scusa ma  il ritardo potrebbe anche crescere.

Alle nove le persone sono trentacinque,  sono arrivati altri dieci pazienti di altra nazionalità, nordafricani. Due di loro iniziano a fare pressioni sull’infermiera perché l’orario che hanno scritto sulla prenotazione è ormai passato. L’infermiera cerca di spiegare loro che tutti hanno un’ora di visita ormai già passata a causa del ritardo del Professore. I due tornano a sedersi protestando vistosamente per quella che loro giudicano come una discriminazione. Gli anziani che parlavano col bambino hanno smesso di parlare. Qualcuno di loro se ne è andato. Ormai gli italiani sono la metà in sala d’attesa  e molti stanno pensando di andarsene, dopo aver visto la scena dell’infermiera che alzava la voce per difendersi dalle accuse di razzismo di alcuni astanti stranieri.

Arriva il Professore. Iniziano lentamente ad entrare i pensionati locali che erano stati i primi a presentarsi in sala d’attesa.  I magrebini che si erano già agitati in precedenza si fanno più intemperanti e iniziano a parlare a voce alta. Tanto che Professore e infermiera escono dall’ambulatorio per vedere cosa succede.

Nel frattempo  alcuni locali compresi quelli col bambino dalle gambe penzolanti se ne vanno, rinunciando al loro turno e magari rimandando la visita a un altro giorno.

Ora in sala d’attesa ci sono quattro anziani del luogo e venticinque cittadini extracomunitari, quattro dei quali inveiscono pesantemente contro l’ospedale e contro i l sistema che li discrimina.

Tornando a casa penso alle persone tornate a casa scuotendo la testa,  quegli anziani che hanno contribuito, con una intera vita di lavoro, alla costruzione di quell’ospedale, hanno contribuito a costruire la rete di assistenza sanitaria che in certe regioni è ancora eccellenza a livello planetario. Penso a quei vecchi che amareggiati se ne sono tornati a casa, per non sentire le inopportune  e maleducate proteste verbali di alcuni stranieri che hanno scambiato il diritto con la prevaricazione, una civile fila  con la pretesa di essere ascoltati subito.

La nostra debolezza di popolo è esattamente questa: piuttosto di affrontare il rischio di venire apostrofati, senza motivo, come razzisti, ce ne andiamo e rinunciamo ai diritti che noi stessi abbiamo lavorato per costruire. L’ho vista negli occhi di quei pensionati, prima preoccupati di essere accoglienti e cordiali, e poi mortificati dalla prevaricazione.

L’ultima speranza è la signora di colore incinta, quei due giovani ragazzi centrafricani dall’aria sveglia, l’unica speranza sono loro e quelli come loro di qualunque colore abbiano la pelle.  Perchè  capiscano che le costruzioni si reggono con le fondamenta e si coprono con i tetti, non viceversa.

Il diritto di oggi è frutto di  un sacrificio  di ieri,  i diritti distrutti oggi torneranno ad essere sacrifici domani.

 

 

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