Rsa, morti al Trivulzio. Per i pm nessuna evidenza di condotte colpose. Chiesta archiviazione

Potrebbero non arrivare mai in aula le inchieste sulle tante morti tra gli anziani, ospiti del Pio Albergo Trivulzio e di altre 7 Rsa milanesi, durante la pandemia di Covid. La Procura ha notificato le richieste di archiviazione per i dirigenti delle strutture, indagati per il loro operato durante i mesi più difficili dell’epidemia.

Oltre alla ‘Baggina’, dove tra gennaio e marzo 2020 sono morti oltre 100 pazienti che avevano contratto il virus, erano finiti sotto la lente dei pm milanesi anche i tanti decessi registrati nelle residenze per anziani Auxologico, Parco delle cave, Mater Fidelis. A queste strutture se ne sono aggiunte altre 4 del gruppo Korian: le Rsa Saccardo, Ippocrate, la casa di riposo Santa Marta e la casa di riposo Santa Lucia. Erano stati gli esposti di parenti di pazienti e personale delle Rsa a dare il via alle indagini dei pm Maurizio Clerici e Francesco De Tommasi e della Guardia di Finanza, coordinate dall’aggiunto Tiziana Siciliano.

Racconti dettagliati, a cui si erano aggiunti quelli di medici e infermieri. Tutti lamentavano la carenza di camici, mascherine e guanti per il personale e di Dpi per gli ospiti e i parenti, oltre ad una gestione poco sicura dei reparti, con positivi al Covid-19 a contatto con altri ricoverati, che a loro volta si erano ammalati.

Circostanze che sono state valutate nel corso di lunghe indagini – per il solo Trivulzio sono state esaminate 418 cartelle cliniche e sono stati indagati il dg Giuseppe Calicchio oltre alla stessa Rsa – ma che hanno portato la Procura a chiedere l’archiviazione. Se è vero, infatti, per i pm che si sono verificate delle “carenze” nella gestione della pandemia, non è stato possibile accertare che siano state proprio le scelte di manager e sanitari a provocare il lungo elenco di vittime.

In particolare, per quanto riguarda il Trivulzio “non si può sottacere che alcuni atteggiamenti iniziali del dg del Pat e dei suoi più stretti collaboratori sembrino espressione di una certa sottovalutazione del rischio – si legge nel documento con cui i pm chiedono l’archiviazione – in un’ottica che pare diretta, per l’appunto all’inizio del contagio, ad occultare più che a risolvere le difficoltà”.

Tuttavia “non è stata acquisita alcuna prova che vi siano state condotte (..) dolose o ascrivibili a titolo di colpa cosciente che abbiano avuto conseguenze sulla diffusione del contagio” e “non è stata acquisita alcuna evidenza di condotte colpose o comunque irregolari (causalmente rilevanti nei singoli decessi) in ordine all’assistenza prestata”.

Non è stato nemmeno possibile accertare “carenze specifiche diverse dalle criticità generali riguardo le misure protettive o di contenimento che possano con verosimiglianza aver inciso sul contagio dei singoli soggetti”. Praticamente impossibile, infatti, “tracciare” il “percorso dell’infezione” all’interno della struttura anche se “l’adozione tempestiva” di mascherine, camici e Dpi, scrivono ancora i pm citando la relazione dei consulenti tecnici “’avrebbe con ogni verosimiglianza limitato la diffusione del contagio all’interno del Pat'”.

Adesso la decisione se archiviare o meno l’inchiesta sul Trivulzio e quelle parallele sulle altre Rsa spetterà ad un gip. Nel frattempo i familiari delle vittime, che si sono riuniti nell’Associazione Felicita, hanno manifestato tutte le loro “perplessità” per le conclusioni a cui è giunta la procura. “La decisione della Procura di Milano – spiega il presidente Alessandro Azzoni – ci trova totalmente amareggiati ma non sorpresi”. La domanda “di verità e giustizia” sarebbe stata “elusa dalla procura (e non solo)”.

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